domenica, Ottobre 17

UCLA: viaggio nell'attivismo palestinese

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In piena Terza Intifada, prosegue con rinnovato vigore l’azione di gruppi di attivisti di nuova generazione impegnati nei processi di pacificazione tra Palestina ed Israele. Dopo le proteste di piazza accompagnate dal grido ‘Free Palestine’ dilagate da Londra a Parigi, fino a sbarcare oltreoceano a Chicago, prosegue l’opera di sensibilizzazione da parte di un movimento composto da studenti e docenti di storia mediorientale, insieme a sociologi ed antropologi, originari e non della Palestina, attenti da anni all’evolversi del conflitto israelo-palestinese. Parte di quell’attivismo, che guarda al riconoscimento dei diritti civili e territoriali dei palestinesi, affonda le sue radici storiche, assumendo consapevolezza e spessore internazionale, presso l’UCLA, l’Università di California con sede a Los Angeles (USA) tra le più prestigiose al mondo. Il secondo centro studi più antico di questo Stato, dopo quello di Berkeley, fondato nel 1919 partendo da un istituto a vocazione formativa per l’insegnamento chiamato ‘State Normal School’, nato 1882. All’ all’entrata della Bunche Hall della UCLA sorge il più alto edificio del campus intitolato a Ralph Bunche, uno studente afro-americano, il primo non europeo, insignito del premio Nobel per la pace nel 1950 per aver negoziato la pace tra gli israeliani e i palestinesi in Palestina. A distanza di un quarto di secolo i problemi di natura sociale, culturale, politica e territoriale del conflitto tra i due popoli restano ricorrenti con esordi sanguinari. E’ diventato quasi un ‘Must’ parlare del conflitto dominato dallo sconto ‘coltelli conto pistole’, per evidenziare quasi le sproporzione nel rapporto di forza israelo-palestinese.

Ucla

Così, abbiamo provato a sentire alcuni giovani ricercatori di Los Angeles per fare il punto su come sta evolvendo l’attivismo, che dalla questione palestinese, si è diffuso come una rete prendendo piede un po’ in tutte le più grandi città, e capitali del Mondo. Si chiama Agatha Palma, è una studente laureata in antropologia alla UCLA, interessata alle problematiche sulla disuguaglianza. Conduce ricerche sulla crisi dei rifugiati in Europa, analizzando l’evolversi delle risposte europee rispetto al fenomeno. Guarda con particolare attenzione il risorgere di movimenti estremisti neonazionalisti, e neofascisti in tutta l’area del Mediterraneo.

AgathaAvvicinarmi alla questione palestinese è stato per me naturale, e consequenziale”, risponde Agatha nel corso della nostra intervista. “Pensare alla questione palestinese”, prosegue, “significa parlare di apartheid, colonialismo, razzismo e violenza sanzionata dallo Stato. Lo Stato di Israele è stato costruito sulla sistematica discriminazione rivolta contro i palestinesi.
Nel 2013, sono entrata a far parte dell’associazione degli ‘Studenti per la giustizia in Palestina‘ (SJP) nel mio primo anno di scuola di specializzazione con la convinzione, che il problema Palestina debba assumere consapevolezza. Al secondo e terzo anno di questo percorso, ho lavorato come direttore dell’SJP per il movimento ‘Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni’ (BDS). Il ‘BDS’ è un insieme di tattiche non violente utilizzate dai palestinesi, e da una parte della comunità internazionale attiva in questa direzione, allo scopo di fare pressione su Israele, sollecitandolo ad adeguarsi al diritto internazionale. Come probabilmente sapete“, spiega Agatha, “gli Stati Uniti sono il più grande alleato di Israele, e questo significa che il nostro supporto è gravemente sbilanciato in favore di Israele e le sue politiche. Nel bel mezzo di un attacco israeliano a Gaza la scorsa estate, i nostri canali di notizie più volte hanno travisato il numero dei morti palestinesi, e spesso venivano segnalati solo come erano morti molti israeliani. Questa è la norma negli Stati Uniti, anche l’americano medio con la politica liberale in genere difende Israele sulla Palestina. Quelli di noi che sostengono la Palestina spesso vengono tacciati come sostenitori della violenza e del terrorismo. Da quando sono entrata nell’SJP, sono stata definita persona antisemita, e etichettata come ‘Ebreo che odia’. I nostri membri arabi e musulmani, sono spesso considerati al pari degli estremisti islamici. Studenti ebrei impegnati nel SJP sono solitamente descritti come ‘ebrei autolesionisti’ (!!) Queste sono solo alcune delle tattiche, profondamente inquietanti, e di stampo sionista, che spesso si usano per spaventare gli studenti, in realtà lontani da tutto questo, e che svolgono solo un lavoro di solidarietà. Ma andiamo avanti“, chiosa la ricercatrice, quasi in attesa della nostra prossima domanda.

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