martedì, Settembre 28

Uber, la partita decisiva

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Per capire l’esitazione che il Parlamento ha nel chiudere i lavori sulla legge annuale della concorrenza (ddl n. 2085 del 20 febbraio 2015), prendiamo in esame l’ultimo capitolo, quello dei trasporti, dove è annidata una delle questioni più spinose e più discusse degli ultimi due anni: la regolamentazione del servizio di autonoleggio su piattaforme digitali. In una parola, Uber. L’applicazione più famosa del mondo, lanciata in Italia nel 2013, ha trasformato tassisti e noleggiatori di auto con conducente (Ncc), da fratelli litigiosi, cresciuti per tanto tempo sotto la medesima autorità della vecchia legge di riferimento sul trasporto pubblico non di linea (n.21/1992), in nemici giurati, pronti a farsi la guerra senza esclusione di colpi. Naturalmente entrambi hanno potuto contare negli anni su interventi normativi favorevoli alla propria causa, tra veri e propri sgambetti, sospensioni e proroghe reiterate di proposito per non decidere, permettendo ad entrambi di continuare ad operare. Ma per la prima volta dopo oltre due lustri, si è arrivati a una vera e propria situazione di stallo. Il 31 dicembre 2015 è infatti scaduto l’ultimo termine stabilito dalla legge 40/2010 per l’emanazione di un decreto attuativo, che risolva l’impasse creata dal famigerato articolo 29, al comma 1 quater, della legge n. 207 del 2008 e dalla sua repentina sospensione, promossa l’anno successivo con un altro decreto di segno contrario. L’ultimo rinvio c’è stato nel milleproroghe del 2014 e in assenza di una decisione politica, è poi arrivata la surroga di due pronunciamenti dell’Antitrust contrari al comma 1 quater, bollato come restrittivo della concorrenza e di ben tre pronunciamenti del Tribunale di Milano, che invece ha giudicato l’attività degli autisti supportata da Uber, come contraria alla legge, in violazione dell’articolo 85 del codice della strada, che non permette di prendere a bordo clienti lungo la via, operando di fatto come tassisti. «L’iPhone non è un’autorimessa e Uber non è la segretaria che passa le chiamate» ha sentenziato il giudice Anna Cattaneo l’8 luglio scorso, sebbene con la notifica agli autisti tramite email certificata, sostengono alcuni, si possa equiparare l’auto alla propria sede legale.

In giro per l’Europa sono arrivate altrettante sentenze sfavorevoli e multe molto salate al servizio di ‘ride sharing’ più famoso del mondo, che hanno fatto esultare i tassisti, pronti ad una movimentazione senza precedenti in caso di via libera all’acerrimo nemico. In Italia non si sono verificati ancora scontri intensi come quelli di qualche mese fa a Parigi, ma tutte le organizzazioni di categoria hanno rullato sui tamburi il ‘no pasaran’. Il fronte è compatto e in Parlamento ci sono tutte le carte per parare qualsiasi attacco o invasione di campo. A Roma, dove secondo i registri del pra ci sono in circolazione 5.058 ‘vetture ad uso pubblico di piazza’ (i taxi, nda), anche se di licenze se ne possono contare fino a 7.700 e di aspiranti tassisti iscritti nei ruoli della Camera di Commercio oltre 13.000, il loro peso politico non è indifferente. Quando nel 2008, il centrodestra riconquistò il Campidoglio al ballottaggio con Gianni Alemanno, molti osservatori evocarono uno scambio di favori con l’azione di sostegno portata avanti dal partito, che in quel momento arruolava Altero Matteoli al Ministero delle Infrastrutture e, con Maurizio Gasparri, era riuscito a inserire nel milleproroghe il famigerato comma 1 quater, che rispediva gli Ncc nelle autorimesse dei propri comuni di origine. In quell’occasione pure le 1000 ditte romane, titolari di licenza per il noleggio con autista, si ritrovarono d’improvviso affratellate con i tassisti. contro ‘i burini’ che venivano a rubare il lavoro dai comuni fuori Roma.

Sette anni dopo, alla vigilia di una nuova competizione elettorale per la conquista della capitale, la partita si gioca di nuovo, ma sono cambiate alcune modalità di gioco. Le regole in vigore sono ancora le stesse e non tengono conto delle innovazioni tecnologiche, perciò in molti cominciano a chiedere un aggiornamento. In Parlamento non a caso è nato un intergruppo per quadro normativol’innovazione, trasversale ai partiti, considerato il punto di riferimento di tutti i lobbisti delle nuove tecnologie. L’anno scorso un loro incontro in un ristorante romano con i rappresentati italiani di Uber è diventato addirittura un caso politico, additato dai tassisti come una manovra scorretta. Ma oggi i parlamentari tecnofili restano convinti, che l’affermarsi inarrestabile della ‘sharing economy’, non vada vissuto come un ‘far west’ dove ogni tanto deve intervenire lo sceriffo, bensì regolamentato e accompagnato. Per questo hanno appena avviato un round di consultazioni pubbliche su un’apposita piattaforma, per consegnare al Parlamento entro il 31 maggio, una proposta di legge per tutte le applicazioni di condivisione e scambio di servizi. L’intento è di privilegiare la dimensione degli scambi personali rispetto alle intermediazioni professionali, affidando all’Antitrust, dove verrà tenuto anche un apposito registro, il vaglio di tutte le policy adottate nel nostro Paese; e infine, obbligando le società ad agire come sostituto d’imposta del 10%, sui ricavi fino a 10.000 euro, accumulati su una o più piattaforme. Insomma chi affitterà casa, darà passaggi, inviterà a cena o svolgerà lavoretti per arrotondare le proprie entrate, sarà coperto fino a 10.000 euro, poi dovrà andare da un buon commercialista. Un’impostazione che secondo le stime del gruppo, consentirà di raccogliere 150 milioni di gettito nel primo anno e fino ai 3,5 miliardi nel 2025, da destinare in parte alla formazione della cultura digitale nelle aziende. “Abbiamo lavorato un anno per mettere sul tavolo una proposta” dice all”Indro‘ l’onorevole Antonio Palmieri, sottolinenando la parola ‘proposta’, ma “siamo solo all’inizio di un cammino, non parliamo ancora di legge“, convinto con antica saggezza italica, che bisognerà confrontarsi, mediare e riequilibrare tutte le forze coinvolte.

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