venerdì, Settembre 24

USA e Russia ai ferri corti Una terza guerra mondiale non è però inevitabile e forse neppure probabile malgrado l’inasprimento di un multiforme scontro

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Stavolta gli uccelli del malaugurio, ovvero i gufi abitualmente biasimati da un nostro ex premier, avrebbero qualche buona ragione in più per paventare il peggio. Il peggio assoluto, anzi: l’ecatombe nucleare, nella quale difficilmente potrebbe non sfociare una terza guerra mondiale, una resa dei conti ad oltranza tra gli stessi antagonisti, all’incirca, già affrontatisi nella guerra solo “fredda” tra Est e Ovest dopo il secondo conflitto mondiale.

La multiforme tensione tra le maggiori potenze che domina la scena internazionale da alcuni anni ha infatti raggiunto nei giorni scorsi un nuovo picco, con la quanto meno implicita minaccia reciproca di una collisione armata diretta tra Stati Uniti e Russia. Che era da tempo nell’aria, appunto, ma finora solo come una possibilità teorica piuttosto lontana, malgrado tutto, che non concretamente incombente e davvero credibile alla luce del contenzioso in questione.

Sempre da circa cinque anni era in corso, certo, un conflitto armato, cruento e velenoso, benchè “ibrido” e “a bassa intensità”, come quello ucraino, e che tuttavia contrapponeva solo indirettamente Mosca e Washington. Molto più indirettamente e anche parzialmente, per azzardare un paragone storico, di quanto la guerra civile in Spagna avesse contrapposto un’ottantina di anni fa le potenze nazifasciste europee a quelle democratiche.

Si può semmai intravvedere una sorta di escalation iniziata due anni e mezzo fa, allorchè l’intervento armato russo in un altro conflitto, quello siriano, provocò una ruvida reazione turca con conseguente timore di uno scontro bellico senza precedenti tra la principale erede dell’Unione Sovietica e una delle colonne dell’Alleanza atlantica. Ma il timore fu di breve durata, rimpiazzato dallo choc per l’imprevedibile riavvicinamento, anch’esso senza precedenti, tra Russia e Turchia con la complicità del fallito colpo di Stato ad Ankara, che in Occidente era stato accolto con prevalente simpatia.

Poi è arrivata la crisi coreana, con le clamorose provocazioni missilistico-nucleari dell’ultimo rampollo della dinastia dei Kim, amico sia pure scomodo di Cina e Russia, soprattutto all’indirizzo degli USA e le minacciose reazioni della nuova Amministrazione americana capeggiata da Donald Trump. Anche qui però lo scontro tra Washington e Mosca, in particolare, è stato solo indiretto e anzi alquanto marginale. E comunque lo stato di allarme, benchè assai vivo per alcuni mesi, ha finito col cedere il passo alla distensione innanzitutto tra il regime di Pyongyang e quello di Seul.

Adesso, invece, l’ultimo soprassalto della crisi ha messo l’una di fronte all’altra, in termini più aspri che mai e con schermi intermedi ridotti ormai al minimo, le due maggiori potenze militari del pianeta.  Trump ha preso di mira il regime di Damasco, per salvare il quale Vladimir Putin ha mandato in Siria navi, aerei e anche forze terrestri non esigue e subito non poche vittime, inscenando un’operazione condotta in modo rapido e apparentemente risoluto fin dall’inizio.

Dopo avere infatti preannunciato, l’11 aprile, un’imminente e dura punizione di Bashar Assad per l’asserito uso micidiale di armi chimiche contro i residui ribelli siriani, l’inquilino della Casa bianca ha dato, il giorno seguente, l’impressione di ripensarci o quanto meno di prendere tempo, come aveva già fatto con la Corea del nord. Cogliendo quindi alquanto di sorpresa, si presume, le controparti, ha sferrato l’attacco il 13 aprile, senza che nel frattempo fosse intervenuto, che si sappia, alcun fatto o gesto nuovo.                

Ma se la mossa in sé e per sé è stata limpida tutto il resto è avvolto in fitte nubi. Che Assad disponga di armi chimiche è ben noto, sin da quando avrebbe dovuto sbarazzarsene ma si guardò bene dal farlo, almeno in parte e senza pagare dazio malgrado l’intimazione di Barack Obama e la collaborazione promessa ma non mantenuta del Cremlino. Più volte, in seguito, il rais di Damasco è stato accusato di recidività nell’usarle, col solo risultato di sollevare accuse analoghe a carico del policromo schieramento dei suoi nemici, interni ed esterni.

Compresi, dunque, gli stessi ribelli al suo regime, meno credibilmente colpevolizzabili al riguardo ma non insospettabili in assoluto. L’uso dell’arma C, come tutti ormai sanno o dovrebbero sapere, è categoricamente vietato da un’apposita convenzione internazionale. Tanto più, quindi, anche un ricorso alla forza per punirlo e/o per impedirne la reiterazione potrebbe considerarsi giustificato (se non legalizzato, per assenza di un formale mandato non di parte) se non altro per ragioni umanitarie. Specie quando, come nella circostanza in questione, abbia provocato numerose vittime civili incluse quelle innocenti per definizione come donne e bambini.

Che queste vittime ci siano state pare infatti assodato, mentre stavolta più che mai, dato che c’è stata anche una spettacolare punizione, si sprecano le divergenti indicazioni degli autori veri o presunti del misfatto. Protettori e simpatizzanti per Assad, con la Russia in testa, scagionano recisamente il governo di Damasco sostenendo tra l’altro, con qualche ragionevolezza, che i ribelli colpiti dai gas si erano ormai arresi e stavano evacuando la roccaforte di Douma.

Sotto accusa o controaccusa sono innanzitutto gli stessi Stati Uniti, naturalmente. Ma anche la Gran Bretagna, Israele e altri ancora noti e ignoti, ognuno alla possibile ricerca di pretesti per compiere o consentire un atto utile, benchè alquanto rischioso, a fini più o meno trasparenti ma comunque riprovevoli.

Senza escludere, al limite della più inesauribile fantapolitica, neppure un Assad, preoccupato in quanto possibile vittima di ulteriori convergenze tra Mosca e Ankara, o una Russia eventualmente complice con gli USA per una messinscena rocambolescamente utile ad entrambi. Oggi in particolare, dalla scena mediorientale sullo sfondo di quella planetaria sembra lecito aspettarsi di tutto.

Dopotutto, e malgrado tutto, di Trump resta ancora da capire, romanescamente, se ci è o ci fa. Ossia, in generale, se nella sua apparente follia o incompetenza c’è del metodo, come direbbe Amleto. E, in particolare, se intenda ancora venire a patti con Putin concedendogli qualcosa che neppure Obama riteneva possibile, come sembrava intenzionato a fare in partenza. Oppure negoziare sì, con il “nuovo zar”, ma dopo averlo messo alle strette con la più dura pressione possibile.

Come, cioè, usano fare gli uomini d’affari più spregiudicati alla cui categoria l’immobiliarista della “grande mela” veniva assegnato dagli osservatori prima della sua sorprendente vittoria elettorale. E come, del resto, sarebbe costretto ora a fare dai grossi rischi che corre la sua stessa carica presidenziale a causa del Russiagate.

In altri termini, per poter portare avanti il suo disegno iniziale di apertura distensiva nei confronti del Cremlino, pur distanziandosi da un predecessore accusato di debolezza e irresolutezza, Trump deve dimostrare ai suoi connazionali di avere solo involontariamente beneficiato della pioggia di fake news e diavolerie cibernetiche varie mediante le quali Mosca avrebbe contribuito, forse addirittura determinandola, alla sconfitta per sua mano di Hillary Clinton.

In pratica, di non meritare l’imputazione di alto tradimento ovvero collusione con un nemico esterno tornato più o meno fatalmente tale in questi ultimi anni, dopo una parentesi resa illusoria dai vani reset di Obama. Scongiurando così, quanto meno, anche la prospettiva di un precoce impeachment.

Trump, certo, non ha mai rinnegato le espressioni di stima personale per Putin e di apprezzamento per il suo operato complessivo. Anche in occasione della recentissima crisi si è limitato a gratificare dei peggiori epiteti Bashar Assad risparmiando invece il suo tenace patrono e, sempre a livello verbale, la Russia in generale, pur ammonendola a tu per tu con l’ormai famoso tweet «tienti pronta, i missili arriveranno, belli, nuovi e intelligenti».

In compenso, hanno fatto la voce grossa contro Mosca altri esponenti americani, e non solo ben noti “falchi” come la graffiante Nikki Haley, capo-delegazione all’ONU, e John Bolton, neoconsigliere presidenziale per la sicurezza nazionale. La prima, sia pure, dovendo fronteggiare le roventi accuse degli interlocutori russi, che peraltro possono far gioco anch’esse alla Casa bianca.

Un altro collaboratore di Trump di recentissima nomina, emerso dall’interminabile girandola di massime cariche a Washington, è stato ad esempio protagonista di un’esibizione di tutto rilievo a Capitol Hill. Si tratta di Mike Pompeo, neodirettore della CIA, presentatosi davanti ad una commissione del Senato il 12 aprile per una rituale “testimonianza”, ha rivelato che nello scorso febbraio, a causa di un massiccio attacco americano, terrestre ed aereo, nell’est della Siria, persero la vita non solo un centinaio di soldati governativi, come già si sapeva, ma anche circa il doppio di militari russi. Mercenari, probabilmente, per cui a Mosca si è potuto precisare che nessun connazionale in divisa risultava ucciso.

Pompeo ha commentato la rivelazione affermando che adesso i russi, in Siria, “trovano pane per i loro denti”, mentre altre un altro dignitario USA, il segretario alla Difesa Jim Mattis, dando luogo ad una tipica dissonanza, paventa piuttosto il pericolo di un’escalation fuori controllo (e sostiene che il suo Paese è in campo per combattere solo l’ISIS senza partecipare alla guerra civile siriana) pur ammettendo che l’uso di armi chimiche è “inescusabile” e richiede una risposta.

Poiché in realtà il Califfato risulta almeno per ora fuori combattimento, c’è da domandarsi che cosa possa avere indotto l’Amministrazione Trump a mostrare proprio adesso più che mai i muscoli, con tutti gli inerenti rischi. Nel Medio Oriente, in particolare, dal quale appariva avviata piuttosto a ritirarsi, al di là degli imperativi umanitari, del Russiagate e delle finalità attinenti al più ampio confronto-scontro con la Russia.

Una volta la risposta corrente era per lo più automatica: il petrolio. Di quello mediorientale, tuttavia, gli USA possono oggi fare a meno, grazie all’”oro nero” ricavato dagli scisti domestici e disponibile, insieme al gas, persino per l’esportazione. E’ vero che l’intesa tra Mosca e gli sceicchi del Golfo per limitarne la produzione, ora apparentemente funzionante, può disturbare Washington sotto il profilo politico. Ma è ancor più vero che il conseguente rialzo dei prezzi non può che risultarle oltremodo gradito perché sostiene la competitività della produzione del Texas e dintorni.

La risposta più plausibile si ricollega invece all’ultimissimo segnale di allarme nella regione del mondo tradizionalmente più agitata e pronta ad esplodere: il colpo appena sferrato da Israele contro una base iraniana in Siria. Che richiama nuovamente l’attenzione (non trattandosi neppure del primo caso del genere) sull’accresciuta insicurezza dello Stato ebraico a causa della preponderanza regionale che potrebbe assumere la repubblica degli ayatollah, ben presente e influente in Siria e Libano, protesa ad espandersi anche altrove e non tenuta abbastanza al guinzaglio (si teme a Gerusalemme) dall’amica Russia, malgrado i rapporti fino a ieri buoni tra lo stesso Israele e quest’ultima.

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