lunedì, Giugno 27

Twitter: Musk contro le regole della democrazia e del capitalismo I megamiliardari globali sono dei pericoli pubblici alimentati da sistemi di governo sempre più arretrati rispetto alle finalità istituzionali per cui sono stati costituiti. La democrazia così è a rischio

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“Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando” 

(P. Roth, Pastorale americana)

Contrordine capitalista. Elon Musk è uno dei discussi campioni di un mondo economico e finanziario formatosi nel lungo fiume di un pensiero della globalizzazione che doveva premiare le masse e che ha arricchito di profitti concentrati in poche élite finanziario-speculative i cosiddetti giocatori globali. Musk è sembrato il sempre vincente con la sua spregiudicata strategia di acquisto del social Twitter. Portatore teorico-pratico di un agire politico e strategico che lo ha portato con l’ignavia di attori istituzionali e privati a poter determinare l’andamento del mercato, che le tesi ideologiche neo liberiste vogliono libero da lacci e lacciuoli burocratici che poi sarebbero le regole, quelle che la gente comune deve rispettare. Ma in realtà questi megamiliardari globali sono insofferenti e si credono svincolati dalle regole, che in realtà non sono esistite nel tempo delle loro scalate. Perché la politica non ha proprio pensato a mettere dei freni e regole democratiche a politiche d’assalto senza leggi ed esentasse. Un sistema in cui i controllori latitano o si distraggono, un approccio ad un agire economico in apparenza libertario di soggetti ostili a regole e leggi, controllo su acquisizioni miliardarie separazione tra attori coinvolti ed enti regolatori istituzionali. Cosicché il Musk pareva esserci già comprato Twitter, la piattaforma social planetaria divenuta organo di diffusione della politica istituzionale e di una ristretta e potentissima élite plurimiliardari che controllano tutto, mettendo in difficoltà organi ed istituti delle democrazia.

Sono dei pericoli pubblici alimentati da sistemi di governo sempre più arretrati rispetto alle finalità istituzionali per cui sono stati costituiti. La democrazia così è a rischio. Dunque, Musk come ho scritto nei giorni scorsi ad aprile era diventato il maggior azionista di Twitter acquistando il 9,2% delle sue azioni, con il Cda intenzionato ad utilizzare la ‘poison pill’ la pillola avvelenata per frenare le mire del miliardario e di altri concorrenti. Poco dopo alza la posta ed all’affermazione forte che fa tendenza per cui «Spero che anche i miei peggiori critici rimangano su Twitter, perché questo è ciò che significa libertà di parola» decide di comprarsi tutta Twitter per la bella cifra di 44 miliardi (di dollari). Appena dopo, in ossequio a quella libertà di parola informa il mondo che intende togliere il veto a Trump per tornare ad utilizzare il (suo) Twitter. Passano pochi giorni e la notizia bomba arriva nelle stanze della finanza americana e globale come un siluro: l’accordo per l’acquisizione del social è stato temporaneamente sospeso. Panico in Borsa ed ovunque. Prima di pagare quanto pattuito M vuole Motivo? ‘si attende una verifica del numero di utenti falsi’ i cosiddetti ‘troll’, che secondo il plurimiliardario sarebbero più dei 5-6 milioni indicati. Motivazione puerile e comunque un’inezia rispetto ai quasi 400 milioni di utenti utilizzatori dell’inutile quanto ricercato social da parte di ricchi e potenti. Stiamo parlando di un ridicolo 1,5%. Ma quand’anche fossero non sotto il 5% come si affermava ma qualche punto percentuale in più, seriamente un’operazione pubblica di acquisto di questa entità si ferma per una così scadente motivazione? Per uno che voleva acquistare Twitter inneggiando alla libertà di parola ed alla difesa della democrazia? In questa oscura situazione dove non emerge la vera posta in gioco il titolo è sceso e dunque se l’affare si farà tra alcuni mesi il rischio è che paghi Twitter molto più di quanto concordato in prima battuta. Ma pure il titolo di auto Tesla è in caduta e poiché la parte più cospicua del patrimonio del miliardario è composto di azioni della Tesla alla fine l’accordo di oltre un mese fa per Musk diverrà molto più dispendioso perché si troverà con meno denaro e con Twitter che ha un valore inferiore al previsto. Non proprio un buon modo di fare affari per uno che si picca di essere un innovatore spregiudicato. Il rischio concreto che tutto possa saltare costerà a Musk una penale di un miliardo di dollari, cifra non alla portata di tutti ma un’inezia per un simile capitalista. Con l’esito che Twitter avrà un’immagine non proprio immacolata di impresa acquistabile poi rifiutata in un mercato che cala non è proprio una prospettiva efficace per la reputazione di Musk e la credibilità di un’impresa virtuale come Twitter.

Ad aggiungere interrogativi su comportamenti alquanto bizzarri e poco trasparenti, fa irruzione la guerra d’invasione della Russia in Ucraina. Un orientamento pericoloso e preoccupante sta nel fatto che nel frangente dell’acquisizione di cui detto, Musk aveva dichiarato il 10 maggio di voler riammettere sulla piattaforma un golpista come Trump in virtù della tanto declamata libertà di parola. Ma poi un mese prima, il 7 aprile quando Musk era da qualche settimana il nuovo azionista di riferimento nonché membro del consiglio di amministrazione, Twitter aveva comunicato che aveva deciso di limitare la visibilità (attenzione, non estromettere) ai circa 300 profili ufficiali degli account in capo al governo russo. Ovvero si dà loro la possibilità di postare i loro profili ma non sono di prima lettura non postandoli più Twitter nella timeline e nella seguente ricerca. Altra questione controversa che si iscrive nella questione dei poteri di un privato su una piattaforma social è che l’anno scorso il fondatore Jack Dorsey aveva preso la decisione, clamorosa quanto discutibile per un privato, di espellere l’ormai ex Presidente Trump perché aveva usato la ‘sua’ piattaforma per istigare al colpo di Stato contro la sede del congresso americano. Mentre adesso con l’eventuale confermato proprietario di Twitter, Elon Musk dinanzi ad una guerra, con morti stupri feriti bombe e carneficine, si limiterebbe a metter la sordina alle gesta di Putin invece di espellerlo senza pensarci molto. Forse perché Trump era ormai fuori della Casa Bianca mentre Putin è ancora imperante e vedessi mai che espelli uno che è parte dell’attuale gioco mondiale sulle piattaforme social globali.

Alcune considerazioni su questa operazione dai molti interrogativi e tantissime ombre. La prima è che tutti i maggiori proprietari privati delle più importanti piattaforme di comunicazione mondiale o i super ricchi miliardari hanno da sempre un rapporto distorto con la legge. Sentono come una gabbia leggi e norme, quelle che il popolo che poi li ama o li vota deve al contrario rispettare. Nel caso specifico di Musk, il soggetto è pure recidivo, avendo già sbeffeggiato leggi e norme. Difatti nel 2018 annunciò l’acquisto della totalità di Tesla, smentendo qualche giorno dopo, tra i fumi di uno spinello (l’unica cosa buona della vicenda). Quell’acquisto di Twitter del 9,2% di azioni lo comunica oltre i 10 giorni previsti dalla Sec, Securities&Exchange Commission americana, tacendo i contatti preventivi avuti con Twitter. Poi, dichiara di voler attuare un investimento solo finanziario, poi annuncia un’opa sull’intera Twitter Non contento, ha confuso investitori con messaggi contrastanti e con tentennamenti. Prima nega di volere una due diligence, esami sullo stato aziendale di Twitter poi infantilmente, forse per spuntare un prezzo inferiore si inventa un alto numero di utenti fasulli. Il fatto è che lo sbruffone pensa come pochi altri di essere vicino a Dio, e magari oscurarlo, è superficiale sui conti aziendali di Twitter minimizza crolli al Nasdaq (borsa dei titoli tecnologici) e non ascolta i commenti non favorevoli di banche d’investimento.

Come dice con efficacia l’economista Bragantini su ‘Domani’ (20 maggio 2022), Musk “è un serial killer delle norme di mercato, volte a proteggere da manipolazioni degli insider tutti gli investitori”. Giudizio estendibile ad altri, dal Zuckerberg al Bezos antisindacati di Amazon, allo stesso Bill Gates e molti altri. I veri nuovi dominatori del mondo, con masse adoranti abbagliate dal mito della ricchezza facile per tutti, dello status, del potere, che vedono solo in loro i motori di mutamenti da cui la politica e le regole vanno lasciate fuori. Certo, Musk rischia di essere sanzionato, se ci fossero attori regolatori istituzionali liberi ed indipendenti. Per esempio, la SEC potrebbe farlo decadere dalle cariche di Tesla, solo che il suo responsabile, per giunta democratico, da oltre un mese è fermo, con il paradosso che non è neanche un ammiratore di Musk. Perché unesclusione di Musk provocherebbe addirittura un terremoto politico e tra pochi mesi ci sono le elezioni di medio termine con Biden già perdente.

Capite di che cosa parliamo, mentre si ammazza in Ucraina, i poveri moriranno a decine di milioni per mancanza di grano e mais, Salvini sparerà le solite imbecillità, l’estate sarà caldissima, la Regina Elisabetta governa altri 20 anni, un potente privato sfida leggi regole norme parità. Alla fin fine, un privato talmente potente ed influente da condizionare le sorti politiche di una nazione malata come quella americana. Società malate con cui il neo liberismo ha scatenato negli ultimi decenni politiche di lotta di classe delle élite contro le masse, ormai preda di privati che controllano menti portafogli istituzioni globali, determinano ricchezze e povertà, spostano conflitti e scatenano guerre, commerciali ma anche no. Poi pen(s)osamente i democratici giornalisti e tanti altri si interrogano sui come ed i perché di fenomeni e tendenze ormai strutturali negli ordinamenti societari di questa malata modernità che ha fatto del denaro delle ricchezze e delle disuguaglianze il fine da perseguire. Si è scambiata l’ascesa fulgida di pochi mega ricchi privi di regole, come le tasse che non si pagano nei Paesi in cui si fanno profitti, mentre tutte le tasse si fanno pagare agli umani comuni che sostengono i cosiddetti oneri di sistema. Vedasi le tasse che i ricchi non pagano e tutti gli altri sì. E guai se qualcuno non ce la fa… Hanno preso piede e si sono affermate oggi le due parole magiche di deregolamentazione e liberalizzazione. Verso la fine degli anni ’70 si è venuto affermando un movimento, in prevalenza di destra conservatrice, di attacco al sistema di regole che presiedevano il mercato economico e finanziario perché considerate un eccesso per mercati in espansione. Per cui la burocrazia appariva intrusiva e costosa per le imprese e perché la tecnologia permetteva la contesa tra monopoli diversi, telecomunicazioni, rete elettrica, ferroviaria, bisognose di minor regolazione. Meno regole, in apparenza per tutti, e liberalizzazione, altra evocativa parola, fa rima con libertà, ma qui si tratta di far ognuno i propri prezzi senza controlli di arricchimenti, concentrazioni di potere, cartelli oligopolistici. Insomma l’economia ha sfidato politica e società ed ha vinto. Oggi si tenta qualche timido aggiustamento ma leggi e regolamentazioni ormai sono scritte dai competitori sui mercati. E poi ci sono, per i ricchi, i paradisi fiscali, gli aggiramenti di società di comodo. Alla fine i ricchi sono di freno al progresso ed alla società, distorcono i mercati, lo condizionano, non contribuiscono alla fiscalità generale se non con spiccioli, le ricchezze le nascondono grazie a legislazioni di favore, dette democratiche per comodità. Tutto il resto del mondo invece deve rispettare le regole. Giustizia, uguaglianza, democrazia, la crisi di sistema esploderà. Sarà per il denaro, l’acqua, il cibo, un conflitto sociale economico alimentare climatico per ora solo frammentato esploderà. Pessimista? Guardate il mondo come versa prima di decidere.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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