mercoledì, Maggio 25

Twitter, gli affari di Elon Musk e la crisi della democrazia Musk è in linea con le posizioni di questi decenni in cui sono caduti tutti i democratici e di sinistra. Più che atteggiarsi al messia del futuro, pare parte di quel pensiero di destra che vorrebbe ritornare al passato, dove lucravano in economia e politica quelli che volevano un mondo assoluto, non governato e soprattutto sregolato

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E visto che a parole non mi salvo,

parla per me silenzio, ch’io non posso

(Josè Saramago)

L’egocentrico narcisista Elon Musk, come gli altri Paperoni digitali globali, è uno dei potenti di un mondo globale interconnesso governato da una finanz-capitalismo che oltre a voler colonizzare privatamente a scopi remunerativi lo spazio si allarga in Terra nel settore strategico e cruciale della comunicazione digitale. Questa è la notizia del giorno, forse dell’anno. Nello stupore dei comuni mortali, si compra in brevissimo tempo uno dei bastioni dell’inutilità mondiale di cui si compone la comunicazione e di cui si nutrono le masse. Parlo di quel Twitter con i suoi asfittici 140 caratteri, se non madre almeno sorellastra, che ha dato un significativo contributo al già carente decadimento linguistico ed intellettivo in cui versano mandrie di miliardi di portatori di una neolingua, quella di George Orwell. Lo stesso network privato che, all’indomani del tentato colpo di Stato con l’assalto a Capitol Hill, sede del Congresso americano perseguito da quel criminale di destra, Donald Trump mai incriminato, aizzando folle di estremisti di cui è piena l’America, avevano bannato l’ex Presidente fascistoide negandogli l’accesso. Come poi farà quell’altro mega filibustiere globale di Mark Zukerberg con Facebook.

Questo dopo essersi resi conto che, attraverso il loro medium di micro caratteri, Donald pubblicava contenuti violenti inneggianti all’insurrezione di folle che lo riconoscevano (come oggi) loro capo. Azione che fece molto discutere e discutibile per due ordini di motivi. Primo, per il problema rilevante secondo cui un potente network privato potesse silenziare un uomo pubblico che utilizzava impropriamente quel mezzo quale altoparlante di decisioni istituzionali, mai cancellandolo nei quattro violenti anni precedenti. Una ‘riverginità a posteriori. Molto sospetta, motivata dal riposizionarsi del network con il nuovo presidente dato pervincente, ossia Joe Biden. In secondo luogo perché, nei fatti, un privato era divenuto la cassa di risonanza di un discorso pubblico ormai traslocato e svuotato dalle sedi e luoghi istituzionali per divenire l’amplificatore para ‘istituzionale’ a cui il discorso pubblico ricorreva per motivare decisioni. Per minacciare chi gli stava antipatico (al Trump), sbeffeggiare chiunque, provocarlo, sfotterlo, minacciarlo. Insomma, un normale social divenuto nell’anormale società ed epoca in cui viviamo medium e messaggio ad un tempo di un modo di comunicare del potere al passo di tempi asfittici bui politicamente incanagliti e moralmente riprovevoli. In sintonia nel trasloco della vita politica e sociale reale in una vita online dove la politica ed i media spettacolari elettronici sono confluiti con teste e viscere, sangue e merda in un mostro comunicativo il cui utilizzo orizzontale da parte di chiunque partecipa di quell’estetica del kitsch e del pacchiano segno più che etico, estetico del tempo.

Allora, il Musk mega imprenditore fondatore di Tesla e SpaceX presenta un’Opa (offerta pubblica di acquisto) ostile su Twitter e pochi giorni dopo fa il suo ingresso nel capitale di Twitter diventandone il maggior azionista con il 9,2% delle azioni. A questo punto il Cda fa l’annuncio di volersi avvalere della cosiddetta ‘poison pill, la pillola avvelenata per mettere un argine agli scopi del miliardario e di eventuali concorrenti. Questo succede intorno alla metà di aprile. Poi accadono altre cose. Infatti, dapprincipio, il Cda di T voleva bocciare l’offerta di Musk. Già dopo l’annuncio dell’interessamento all’acquisto il titolo aveva rilanciato alla Borsa americana attestandosi sui 50 dollari. Dopo di che il miliardario aveva rilanciato offrendo il 14 aprile 43 miliardi di dollari per rastrellare tutte le azioni della società, quotate in quei giorni a 54,20 dollari ad azione. Qui il Cda aveva cercato di avvalersi della pillola, procedura e manovra finalizzata a scoraggiare opa con l’aggravio di una penalizzazione di acquisizioni di capitale. Passano diversi giorni ed evidentemente tra tutti gli attori e decisori sono intervenute corposi e concreti innesti di novità a moltissimi zeri tali da ribaltare un’operazione gigantesca da un rifiuto con guerra ad un’intesa con tutta evidenza gratificante per tutti. Appena sette giorni dopo, il 21, quella offerta si è trasformata in una disponibilità di un ammontare di denaro pari a 46 miliardi di dollari. Quarantasei, una massa di ricchezza una cifra che occupa quanto spazio, come sono fatti 44 miliardi, dove si trovano, come si proteggono, come si portano, come si girano nelle transazioni? La vicenda suscita diversi commenti per un tema che nel villaggio globale rappresenta la grande scena sociale di comunicazione globale al tempo dei social network. Ovvero di strumenti virtuali con cui molti di noi, parlo di miliardi di persone a cominciare da Facebook con i 2 miliardi di utenti, e poi Instagram, Tik Tok e Twitter.

Teniamo a mente che tutte queste piattaforme social che catturano il mondo nelle più diverse articolazioni e strututre economiche sociali e culturali sono caratterizzate da ampi margini di ambiguità gestiti da ristretti gruppi di privati ed azionisti, da cui ricavano profitti giganteschi. Gestire governare orientare social di impatto globale significa determinare il senso ed i significati simbolici della realtà. Ormai trasformata dall’utilizzo o dalla sola visione di piattaforme simili. La cui natura virtuale ha contribuito in modi significativi ad un trasferimento delle persone da una realtà fisica off line ad una navigazione spaesante nell’infinito entropico del suo spazio virtuale online, su cui ormai diverse ricerche ci dicono che vengono usate dalle persone almeno 2 ore al giorno. Twitter in sé, in termini di utenti e seguito che ne utilizza la piattaforma, è una realtà tutto sommato molto ristretta e limitata potendo vantare ‘appena’ 220 milioni di utenti quotidiani. Ma più che il suo valore economico-monetario (nonostante l’impressione che legittimamente suscita, 44 miliardi di dollari per controllare l’intero pacchetto azionario di un social non è neanche molto), questo medium è appannaggio di un luogo virtuale, di nicchia di ristrette, ma potenti ed incisive élites politiche ed economiche che lo utilizzano. Non a caso si recita il mantra che Twitter è un posto dove tutto accade. Ovvero ciò che conta, oltre i meri numeri.

Questa acquisizione da parte di Elon Musk presenta diversi elementi contraddittori. Il primo è che il plurimiliardario sudafricano diviene l’amministratore delegato di un giocattolo interamente nelle sue mani. La questione in apparenza innocente è già carica di significativi esempi di uno strumento che costituisce una forzatura di azioni al limite con la legge. Come quando lo ha utilizzato in modo molto scorretto, essendo un twittomane compulsivo molto consapevole del suo potere predittivo, un poco alla Trump o al primo Renzi, quello delle slides e pillole di politica, come quando un suo tweet non certo innocente aveva prodotto un’influenza sui titoli di Tesla, l’auto costosissima che vorrebbe a guida autonoma, ovvero senza pilota. O quando ancora un suo commento circa la positività di acquistare bitcoin ne aveva provocato l’aumento. Tema cruciale e molto sensibile. Ovvero che un privato di alto rango con una megafono virtuale elitario e potente può condizionare i mercati economici e finanziari. Prospettiva molto preoccupante alla faccia dei libertari che dicono che il mercato si autoregola da sé. Qui viene proprio orientato dunque minato nelle sue fondamenta con una torsione speculativa personalistica. Che ci porta ad uno dei più importanti temi che la forma di finanz-capitalismo, come diceva Gallino, affronta oggi in un’epoca contraddistinta dalla concentrazione di ricchezze immense in poche mani, di attori globali che hanno accresciuto le loro fortune in un sistema capitalistico economico ma soprattutto finanziario speculativo privi di regole, di privacy e di furto dei dati sensibili degli utenti a fini di profitto privato.

Qui va segnalato un paradosso degli ultimi decenni di inaccettabile strapotere dei giganti digitali, cominciato con Google, il primo responsabile dei furti dei dati degli utenti inconsapevoli senza chiederne il consenso. Mentre il mercato capitalistico ha progressivamente magnificato questi mega capitalisti che sono stati anche sostenuti da propagande e narrazioni epiche sulle loro vite e storie di successo, a cominciare dal mitizzato Steve Jobs che di suo nefandezze ne ha compiute, ciò che è realmente accaduto è che la tanto sbandierata sana concorrenza che solo il mercato libero dei beni garantirebbe, si è capovolto nel suo contrario. Tutti questi colossi hanno di fatto negli anni bloccato il mercato, lo hanno edulcorato, hanno fatto pressioni per mantenere posizioni dominanti oltre le transazioni economiche a cui ognuno di noi comuni mortali è tenuto a rispondere con leggi procedure controlli che lì non sono mai esistiti. Vale a dire che miliardi di persone sono state massacrate tra obblighi regole tasse diritti negati, mentre a coloro i quali appena sussurrano qualcosa modificano le traiettorie del mercato di scambi economici è stata per anni l’impunità. Difatti solo negli ultimi anni e soprattutto in Europa e meno in America dove con la scusa dell’approccio libertario non si possono applicare nemmeno regole generali uguali per tutti pena essere tacciati di essere statalisti. Così è da poco tempo che democratici e repubblicani concordano sull’esigenza comune di interventi di regolazione del digitale fino ad oggi lasciato al libero arricchimento indiscriminato. Ovvero il contrario di un’economia di mercato con regole e sanzioni. Difatti se si osserva l’azione della FTC, la Federal TradeCommission, l’antutrsut americano, il mantra è sempre stato lo stesso: liberi tutti, di far ciò che vogliono, con la fogliolina di fico che almeno i consumatori non subiscano un danno. Che oggi miliardi di consumatori subiscono dalla nuova forma del capitalismo della sorveglianza che estrae i nostri dati sensibili per profilare i nostri gusti interessi orientamenti. Però poi c’è la privacy con qualche inutile struttura molto remunerativa per i suoi membri, che andrebbe solo per dignità chiusa.

Faccio solo cenno ad altre due questioni. La prima è su una possibile fine dei social come li conosciamo. Facebook è pieno di boomer, che si affacciano, guardano e pubblicano. Instagram è in sostanza ‘governato’ o consegnato nelle mani di ricchi influencer, qualsiasi cosa significhi, ed alla pubblicità. Il mitico luogo del nulla cosmico ma anche talora strumento di adesione su tematiche specifiche che è Tik Tok in sostanza si avvale di un ristretto nucleo di creator ma poi molti suoi utenti sono passivi. Ed infine Twitter che diventerà un giocattolo nelle mani di un miliardario che, per le sue lodevoli remuneratissime imprese, vorrebbe introdurre un abbonamento a pagamento e vedremo che ne penseranno gli utenti. E che per adesso vorrebbe far rientrare Trump nel social affermando che la sua esclusione fosse stupida e moralmente sgradevole. Mah. Infine Lui, il Musk, che non vuole alcuna restrizione secondo un suo comodo dettato idealistico da libertario totale, che poi è la maschera del problema di tutti i ricchi ovvero un’avversione per le regole. Volendo poter fare tutto ciò che desiderano senza controlli. Che gli sono stati garantiti per decenni. Allora anche noi vogliamo il caos totale senza regole. Sarebbe l’ideologia che si nasconde dietro il free speech, la libertà di espressione, non a caso amata soprattutto a destra, tra i suprematisti bianchi fascisti e nazisti, per cui si vuole poter dire il peggio contro le donne, i negri, immigrati. Insomma tutti gli altri per preservare solo se stessi.

Chiudo sottolineando che questa posizione di Musk è in linea con quelle di questi decenni in cui sono caduti tutti i democratici e di sinistra. Più che atteggiarsi al messia del futuro, pare parte di quel pensiero di destra che vorrebbe ritornare al passato, dove lucravano in economia e politica quelli che volevano un mondo assoluto, non governato e soprattutto sregolato. Un anacronismo che partì dalla de-regulation, quella deregolazione madre di molti dei disastri contemporanei. In economia ma soprattutto in politica. Perché oggi appena dici che togli regole ti applaudono, se vuoi controlli per uguaglianza delle condizioni ti dicono che sei statalista. Insomma un sovversivo comunista…..Soprattutto su questo si combatte la vera guerra tra democrazia e dittature. Ma non ditelo in Italia al Pd….

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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