martedì, Maggio 18

Tutto bene, signora La dolce morte raccontata da Francesco Bricolo

0

Copertina Tutto bene

Ricordiamo tutti in modo vivido lo sguardo intenso e i capelli corvini di Eluana Englaro, morta due volte: nel 1992 in seguito a un incidente stradale che la lasciò in stato vegetativo con una paresi totale e in stato di incoscienza, e nel 2009, con la fine dell’accanimento medico, e la sospensione dell’alimentazione, fortemente voluta dal padre.

L’odissea durata 10 anni (la prima istanza per la sospensione delle cure risale al 1999) ha svegliato l’Italia, oltre che l’attenzione degli altri paesi. Pubblicazioni e clamore mediatico e una sola constatazione da chi si addentra nell’argomento, come ad esempio gli interpreti del film diretto da Marco Bellocchio nel 2012, Bella addormentata: la libertà di scelta.

Più facile a dirsi che a farsi, è invece l’argomentazione di Francesco Bricolo nel suo libro Tutto bene, signora, pubblicato l’anno scorso con Pragmata Edizioni.

Anche qui si snoda un intreccio di varie libertà di scelta che stravolgono la vita di una comune famiglia. Perché diverse libertà di scelta e non una soltanto, che già sarebbe molto? Perché l’autore insegue a ogni pagina il colpo di scena, dimostrando come questo non cambi effettivamente nulla della vicenda e come il susseguirsi di difficoltà, incontri e timori nella vita del protagonista non gli impedisca di raggiungere il suo proposito.

Tiberio è un uomo medio ma di nessuna mediocrità, architetto di successo, padre affettuoso, marito annoiato. Di fronte al suo male, un cancro devastante che gli lascerà pochi mesi di vita, viene rappresentato come un eroe solitario, dominato dal disincanto. Un coraggio smorzato però prontamente dalla figura di una grassa suora psicologa, custode e destinataria di ogni suo dubbio spirituale. Come Tiberio, poche persone sono inclini alla spiritualità finché non giungono alla fine. Il protagonista non cerca la fede, cerca una giustificazione alla sua libertà di scelta, il suicidio assistito. E la cerca in quell’opposizione manichea di inferno e paradiso a cui – diciamo la verità – non credono più neppure i praticanti.

Insomma, non crede né al Dio della Chiesa né ai suoi funzionari, Sister Maria e Padre Ernesto ai quali comunque si rivolge per placare i rivolgimenti dell’animo. Ma non crede neanché a se stesso, al suo libero arbitrio. Non crede né all’uomo né a dio, e morirà non trovando risposte nell’uno e nell’altro.

Quando l’attenzione si sposta sull’incidente del figlio, e su una nuova respirazione artificiale da far cessare prima possibile, il ritmo del racconto accelera in modo inesorabile al punto da spiazzare il lettore che si chiede: era narrativamente necessario un incidente mortale quando si sta parlando di un cancro che divora? Catastrofi e tragedie si susseguono senza dare risposte, come tutte le opere che si addentrano nel tema della fine vita, del suicidio assistito, della dolce morte.

L’unica morale che ne consegue è l’impossibilità di prevedere cosa si vorrà, si penserà nel momento di lasciare questa vita, condita di un po’ di retorica sull’incapacità di morire da soli, come Tiberio vorrebbe ma non riesce a fare.

Attraverso il protagonista, l’autore porta avanti qualche argomentazione di teologia laica, che spicca all’interno di interminabili dialoghi con i padri spirituali, prontamente ridicolizzata dal concetto stesso di fede. Qui i versetti del Vangelo devono fare i conti con una certa freddezza borghese, dove l’introspezione si gioca tutta su una calcolata e vibrante consapevolezza del mondo esterno e dell’etica del lavoro e che non si abbandona mai completamente alla narrazione del dolore.

L’epilogo, già anticipato e compresso nel titolo, non lascia spazio a ripensamenti e tragiche retoriche della morte. Il barbiturico diventa per Tiberio un rito semplice, per Sabrina (la moglie) la possibilità di anticipare un treno. È forse questa freddezza, davanti alla morte, l’atteggiamento giusto da tenere, consapevolmente scelto dall’autore per affermare senza strepiti che di fronte alla libertà di scelta, il pianto, il dolore, la paura di Dio stanno a zero.

Ma che bisogno c’era di continuare? Di mettere in ballo talk show, giornalisti, editori, il racconto della pubblicazione del libro in un gioco metaeditoriale che dura per un centinaio di pagine? Il romanzo lo fa, per raccontare che in un paese che di laico non ha davvero nulla non si può morire da soli: non si muore nemmeno con la grazia di dio, ma con un codazzo di presentatori, uffici stampa, microfoni e telecamere del tutto evitabili di fronte a una cosa così naturale come la scelta della morte. Dopo la guerra di Tommaso e l’Odissea di Tiberio, arriva l’Eneide della moglie Sabrina, costretta a fuggire da un boom mediatico che ha dovuto assecondare, per rifugiarsi sotto i cedri del Libano, non in Libano ma in Grecia.

Tutto bene, signora – a dispetto del tranquillizzante titolo, sobrio e asettico come le cliniche svizzere dell’eutanasia – mette così tanta carne a fuoco da far impallidire qualunque editor. Ma da accontentare, in fondo, ogni dubbio esistenziale, giustificare ogni scelta, per quanto egoistica possa sembrare. Surreali i dubbi di padre Ernesto e della suora psicologa, nei quali Tiberio sembra aver fatto breccia scardinando la loro fedeltà alla missione di una vita, quella del dogma. Chiunque abbia conosciuto un po’ di clero sa che questo non è possibile e che quando non ci sono risposte interviene la volontà di Dio a salvare l’uomo, con buona pace del prete e delusione del laico. Incredibile ma commovente, insomma, che i due celebrino le esequie di un suicida solo perché commossi dalla sua consapevole infelicità e dalla conoscenza che il protagonista ostenta delle Sacre Scritture.

Che non ci sia una morale, in definitiva, è l’unica morale del libro.

Ma un monito si trova sempre e qui riguarda non tanto la storia di Tiberio, quanto la vicenda della penna da cui è uscito: la confessione dell’autore, la pubblicazione a pagamento, portata avanti con “delusione e fatica” per sua stessa ammissione. E non si deve credere che sia una nota stonata di Francesco Bricolo, ma del mercato editoriale che pullula di imprenditori che richiedono un contributo per le spese di produzione di un prodotto che avrebbero il dovere di pubblicare a loro spese, se ritenuto di qualità.

Un libro del genere, decisamente sofferto e dalla trama non banale avrebbe meritato una pubblicazione in piena regola, come molti altri che nel mondo culturale di oggi che invece finiscono nel self publishing di Amazon e poi nel dimenticatoio. Sarebbe valsa la pena di lavoro di editing in più da parte di una casa editrice vera, per ottenere un prodotto ben diffuso da chi ha il dovere di diffonderlo (dove per case editrici vere si intendono quelle che non pubblicano a pagamento).

Si tratta di un’abitudine italiana non perché altrove non sia diffusa, ma perché altrove è considerata sinonimo di cattiva qualità: il lettore lo sa, il mercato editoriale lo sa, l’editoria a pagamento viene chiamata vanity press, e questo la dice lunga. Insomma, all’estero è un modo per abbassare il livello del proprio libro, in Italia è un modo come un altro per farsi conoscere. Un modo sbagliato.

L’autore di Tutto bene, signora ne è così onestamente consapevole da dichiararlo nella sua nota biografica che potrebbe essere considerata il termometro del malessere editoriale. Quello che dovremmo chiedere agli autori che come Bricolo che si affidano all’editoria a pagamento per mettere in scena le loro suggestive storie, è di boicottarla e continuare a scrivere, perché di case editrici piccole ma valide il nostro paese è pieno e prima o poi la qualità uscirà dal cassetto senza sborsare un centesimo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->