domenica, Ottobre 17

Tutti vogliono fare jazz false

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Jazz umbria

Il 2014 sembra essere diventato l’anno del Jazz, questo genere musicale divenuto il fenomeno culturale riscoperto e celebrato nei tantissimi festival del genere sparsi per la penisola.

In cosa consista il jazz e del perché sia divenuto fenomeno culturale se ne sono riempite pagine e scaffali di libri, che affrontando l’argomento hanno cercato di classificarlo e di decifrarne tecnicismi e ritmica.  Sicuramente alcune frasi pronunciate da chi ha contribuito alla sua nascita e sviluppo può dare una visione più concreta. Prendiamo  la frase pronunciata da Louis Armostrong, celebre trombettista americano che ne riassume il significato e l’istintività: « Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai» oppure quella essenziale di Duke Ellington, forse la più calzante: «Swing. Non si spiega, si esprime», sottolineando che non servono parole ma solo musica.

La musica Jazz «non appartiene a una razza o cultura, ma è un dono che l’America ha fatto al mondo» secondo il sassofonista Ahmad Alaadeen  ed aveva ragione perché ha influito molto su di esso. Si pensi alla strada percorsa dal Jazz dalla sua nascita agli inizia del 19° secolo fino ad oggi, ha attraversato due guerre mondiali, diversi regimi militari, proibizionismo americano, periodi di oscurantismo ed altri come quello della sua rivalutazione degli ultimi anni.

In Italia il Jazz iniziava a prender piede negli anni del fascismo subendo intorno al 1937 le restrizioni quale musica americana fino alla completa scomparsa dalla trasmissioni radiofoniche nel 1938 in quanto bollata come musica negroide. Solo dal dopoguerra il Jazz inizia a ritagliarsi uno spazio nell’ambito musicale con musicisti che sono divenuti i capostipiti di una generazione di talenti come Romano Mussolini (piano), Enrico Intra (piano), Franco cerri (chitarra), Marcello Rosa (trombone), Renato Sellani (piano), Oscar Valdambrini (tromba), Gianni Basso (sax), Giorgio Gaslini da poco scomparso (piano).

Grazie a loro ed alla loro tenacia il Jazz in Italia ha potuto affrontare periodi bui, come quello che va dagli anni sessanta agli anni ottanta, che vedeva questo genere come qualcosa di volgare,trovando una collocazione fisica in Milano e Roma. Proprio intorno agli anni settanta iniziano a sorgere i Festival e le rassegne musicali cercando di riportare al pubblico la multiculturalità del jazz. Nasce così nel 1969 il Festival Internazionale della Spezia giungendo oggi alla sua 46° edizione, seguito da UmbriaJazz che ha festeggiato i suoi 41 anni e continuando con il Pescara Jazz (42° edizione), Roccella Jazz (34°edizione),  JazzAscona (30° edizione), Time in Jazz a Berchidda (27° edizione), per  giungere fino ai giorni nostri con i festival dell’ultimo minuto.

La spinta decisiva alla riscoperta odierna del jazz è stata data da Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nel governo Renzi, quando l’11 giugno alla presentazione delle manifestazioni Jazz in Italia ha annunciato l’istituzione di un fondo straordinario di 500mila euro per il Jazz. Il lotto attivo dal 2015 con un bando pubblico, non sostituirà il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) creato dal Ministro Lagorio nel 1985 per fornire sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti in cinema, musica, danza, teatro, che ogni anno viene istituito grazie alla legge finanziaria. Si tratta di una riforma attesa da anni, che potrebbe divenire permanente e che rende più equi e trasparenti i criteri di assegnazione del Fus, incentiva la partecipazione giovanile, semplifica le procedure, incoraggia la programmazione prevedendo la triennalità dei contributi.

Attraverso la frase: « Il jazz italiano rappresenta una autentica ricchezza del patrimonio musicale nazionale e pertanto ne va sostenuta la produzione e la promozione» Franceschini ha sdoganato di fatto il Jazz sottolineandone il carattere culturale, sviluppando l’interesse di Comuni ed Associazioni che hanno organizzato dei festival al fine di poter dimostrare un regresso in fatto di manifestazioni musicali.

Il segno dei tempi, si potrebbe dire, a soli due anni dalla decisione di un altro ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi che nel 2012 decise di non rinnovare il finanziamento dell’edizione invernale di Umbria Jazz adducendo i seguenti motivi: «Mancanza di criteri di qualità, perché il jazz non è espressione diretta della cultura italiana».

Tornando ad oggi, nonostante la presenza di 54 manifestazioni  nel cartellone presentato a giugno, quelle presenti in tutta la penisola sono circa  400, infatti ogni Comune grande o piccolo che sia ha la sua manifestazione Jazz. Non è semplice né facile mettere in piedi una manifestazione musicale di buon livello dal punto di vista organizzativo ed economico, sebbene dal lato artistico l’Italia può vantare un notevole numero di musicisti talentuosi come Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Flavio Boltro, Enrico Pierannunzi, Danilo Rea, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra, Roberto Gatto solo per citarne qualcuno.

Alcune testimonianze di organizzatori ed ideatori di festival hanno ribadito la precarietà dei fondi che fa permanere il clima di insicurezza sulla realizzazione annuale degli eventi. Una di queste è data da Gabriella Piccolo ideatrice del Padova Jazz che aveva commentato in occasione del sedicesimo anno della manifestazione avvenuto nel 2013, quanto segue : «Il problema è che ogni anno non si ha mai la sicurezza economica, almeno per i piccoli festival come il nostro; quindi devo tirare in ballo il mio passato da imprenditrice rischiando e calcolando presuntivamente quanto dovrei avere dai vari enti pubblici e privati. Quest’anno la crisi economica ha inciso, ma poi è arrivata una bella sorpresa che ha salvato i conti e che si è materializzata con il contributo dell’Acegas aps di Padova, che mi ha permesso di coprire ciò che era stato tolto dagli altri. Purtroppo da tre anni a questa parte non posso permettermi un direttore artistico, incarico che quindi ricopriamo io e Silvia Bazza, grande appassionata di jazz». 

Quindi il binomio cultura-sponsor sembra indissolubile  affinché si possa realizzare il sogno di molti di far giungere un messaggio culturale al pubblico. Come il detto popolare recita «senza soldi non si cantano messe», è solo grazie alla generosità dei partner istituzionali e agli sponsor che alcuni Festival Jazz riescono ad offrire concerti di ottimo livello, dei quali sono pochi quelli che riescono a non far pagare il biglietto d’ingresso.

Che il Jazz fosse cultura era cosa nota, le parole di Franceschini hanno solo conferito dignità e la giusta  attenzione ad una manifestazione che già fa parte della cultura musicale italiana.  Il Jazz è una tipologia musicale cosmopolita, basata sulla collaborazione, il cui perno è la comunicazione e l’apertura mentale, queste due caratteristiche portano ad una varietà di suoni e visioni d’insieme il cui risultato è unico. Il Jazz è una forma d’arte, un mezzo di comunicazione che trascende le diversità di razza, religione ed etnia.

Perfino l’Unesco ha sentito di tributare un omaggio a questo genere musicale istituendo nel 2012 la Giornata Internazionale del Jazz, da celebrarsi il 30 aprile, reso possibile grazie alla volontà di Irina Bokova, Direttore Generale Unesco con la motivazione: « Il jazz è stata una forza di trasformazione sociale positiva in tutta la sua storia e così rimane oggi. Questo è il motivo per cui l’UNESCO ha creato International Jazz Day. Dalle sue radici di schiavitù, questa musica ha sollevato una voce appassionata contro ogni forma di oppressione. Si parla un linguaggio di libertà che è significativo per tutte le culture. Gli stessi obiettivi guidano l’ UNESCO nei suoi sforzi per costruire ponti di dialogo e di comprensione tra tutte le culture e le società».

Nonostante le premesse, in Italia resta il problema di fare i conti con una economia sempre più in crisi che si ripercuote anche in campo musicale, giungendo ad offrire ingaggi al minimo salariale ai musicisti se non richiedendone addirittura la gratuità dell’esibizione.

A tal proposito a maggio del 2014 si sono sollevati alcuni musicisti jazz di Brescia in occasione della Festa della Musica del 21 giugno disertandone la manifestazione. La protesta è partita dallo sfogo sul social Facebook di Emanuele Maniscalco un musicista emigrato in Danimarca, che ha sottolineato come la gratuità delle esibizioni non faccia bene alla musica, in quanto non si deve far credere che si può suonare gratis. Mentre nel paese nordico le istituzioni investono nella musica, quindi suonare gratis ad una manifestazione può essere inteso come una sorta di restituzione alla collettività che ne sostiene l’esistenza, un ringraziamento visto che i  musicisti grazie alle sovvenzioni possono sperimentare e fare ricerca, in Italia questo non avviene perché fino ad oggi il clima politico ha contribuito a tagliare più che investire.

Incoraggianti sono state le parole di Franceschini intervenuto il 31 luglio scorso in occasione della presentazione del 27° edizione del Festival Buskers di Ferrara: «Bisognerà passare dalla strategia in cui si sono fatti grandi tagli a quella in cui si aggiungono risorse».

Sull’onda dell’entusiasmo ecco il proliferare dei Festival jazz di quest’anno, con la speranza di poter accedere ai fondi promessi a partire dal 2015. Chi vivrà vedrà, anzi suonerà.

(foto di Pasquale Fabrizio Amodeo)

 

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