venerdì, Luglio 30

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 Twitter_politici

 

Nella confusa situazione politica che stiamo vivendo  -con assalti alla presidenza della Camera, interviste della Boldrini, decisioni di Grasso, reazioni di Forza Italia, tramestio generale, ecc…-  dobbiamo chiederci: come va il matrimonio tra la politica e i social network? Ma prima di rispondere che anche questo rapporto è in crisi, ci viene un dubbio radicale: si sono mai sposati? E la risposta è la stessa che si dà quando si parla di una coppia discussa: sembra che stiano insieme, ma nessuno ha certezza della consistenza del loro rapporto.

Fuor di metafora, mentre Barack Obama d’oltreoceano continua a bombardare con le sue mail a getto continuo i suoi numerosi fans  -sono ormai sette anni, dal tempo delle primarie con la Clinton fino al primo mandato e ora al secondo- rafforzando il consenso e ottenendo soldi attraverso le micro donazioni, da noi i politici hanno con internet un rapporto episodico, non strutturato. C’è e non c’è. O meglio c’è a singhiozzo, quando serve.

Possiamo immaginare una conversazione di uno dei nostri leaders o leaderini che parla con un collaboratore del suo staff: « …mo’  quello ha detto una cavolata: sparagli un twitter… ». Insomma, abbiamo l’impressione che sia ancora tutto vago e occasionale, che molti canali vengano navigati perché non se ne può fare a meno, perché è una moda e perché, in ogni caso, qualcuno lo acchiappi. E se questi messaggi proprio non colpiscono i loro naturali destinatari, c’è sempre la strada tradizionale dell’agenzia giornalistica, della dichiarazione ai giornali, alla radio, alla televisione che consente di arrivare al grande pubblico. Naturalmente si tratta di un pubblico tradizionale, cioè piuttosto anziano, dalle idee consolidate e dallo scetticismo crescente.

Insomma, in una parola, mail, twitter, blog, Facebook, Youtube, ecc… sono da noi ancora oggetti piuttosto misteriosi nella giungla della politica. Lo stesso blog di Beppe Grillo sembra essere l’house organ del suo movimento, ma quello che arriva al grande pubblico sono le immagini televisive degli assalti alla presidenza della Camera oppure, tornando indietro, l’uscita del Capo in muta marina dalle infide acque dello Stretto di Messina, un’immagine promozionale di enorme portata propagandistica che nulla ha a vedere con i social network e che ha fruttato una valanga di consensi nell’Isola e nel Continente.

Tutto questo deve farci riflettere. Noi non pensiamo affatto che la qualità del messaggio politico si misuri con il metro delle nuove tecnologie della comunicazione.
Però, ci sono alcuni aspetti che debbono essere messi in conto e non vanno sottovalutati, pena vivere anche in questo settore della comunicazione politica in una situazione di arretratezza.

Mediamente parlando, i social network sono, per così dire, l’habitat dei giovani. Essere estranei ad essi significa non dialogare con loro, non percorrere gli stessi sentieri.
Una politica estranea a questi media scava, quindi, un ulteriore fossato tra classi mature e classi emergenti. Tutti assistiamo al paradosso per cui, più canali di comunicazione si presentano, meno giovani e anziani riescono a dialogare tra loro. Questo avviene nelle famiglie, prima ancora che nella società. Il tradizionale distacco dalla famiglia è spesso oggi un baratro che impedisce ogni contatto, non solo per la naturale differenza di interessi, ma anche per la divaricazione di linguaggi e di tecnologie trasmissive. Se questo avviene nel privato, dovrebbe avere una compensazione negli spazi pubblici, che vanno dalla scuola alla politica. Invece, scuola e politica seguono la stessa dinamica di  estraneità: un’estraneità che alla lunga porta alla crisi generazionale e quindi a un grave scompenso sociale. I giovani restano fuori dalla politica e quando vi entrano, come sta capitando, agiscono in modo dirompente.

Paradossalmente c’era molto più dialogo nelle società patriarcali, contadine, artigiane. Ricordiamo l’immagine indelebile de ‘L’albero degli zoccoli’ di  Ermanno Olmi in cui nella dura povertà della condizione rurale della cascina, i bambini e i ragazzi si riunivano attorno al fuoco ad ascoltare le storie, anche un po’ paurose, raccontate dai vecchi del villaggio: una trasmissione di esperienze rarissima, quasi impossibile  proprio oggi in cui teorizziamo lo ‘storytelling’ il parlar per storie, cioè non prediche ma testimonianze di vita vissuta.

Questa estraneità generazionale si realizza proprio perché non si percorrono strade comuni, non ci si parla con i linguaggi del momento. E i linguaggi del momento sono in gran parte proprio quelli dei social network. E, ripeto, le due grandi agenzie, la scuola e la politica, sono particolarmente estranee. Non parliamo quindi di instaurare una moda, ma di acquisire l’alfabeto del nostro tempo.

Tanto più questo è importante se si pensa che i social network sono, per loro natura, dialogici in quanto basati su tecnologie interattive. Dentro il loro mondo è facile, anzi, necessario diventare coprotagonisti perché bisogna rispondere, dire la propria, ascoltare e replicare, prendere posizione, articolare un messaggio e un ragionamento, illustrarlo con i segni della multimedialità, fatta non solo di parole, ma anche di immagini, di segni grafici.

Eppoi non si tratta di un universo indistinto, ma di insieme di contatti diversi e variegati, che vanno dai twitter di 140 caratteri, sufficienti per una battuta ma inadeguati a una dimostrazione, fino alle pagine face book in cui posso rappresentare un intero mondo di fatti, idee, proposte, sensazioni, aspirazioni.

Non possiamo correre il rischio che la politica sia arretrata non solo nelle sue proposte, ma anche nei suoi linguaggi. Bisogna puntare al nuovo in tutta la gamma delle sue espressioni.

 

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