mercoledì, novembre 14

Tutti i dazi contro Trump La guerra commerciale e le risposte del mondo alla politica di Trump: quali le conseguenze?

0

Sono entrati in vigore a mezzanotte i dazi dell’Unione europea contro gli Stati Uniti, un contro- attacco alla politica commerciale di Donald Trump. Subito scatta il timore per i nervosismi in essere dei mercati azionari mondiali, già allarmati dalle tensioni commerciali tra USA e Cina.

I tassi riguarderanno beni statunitensi per un valore di 2.8 miliardi di euro (3.3 miliardi di dollari); tra i prodotti colpiti, figurano il whisky, il tabacco, mais dolce, le motociclette, i mirtilli, il succo d’arancia bourbon ed il burro di arachidi. L’elenco non menziona specificamente le marche, anche se a Marzo già si parlava di Harley Davidson e di Levis. La tariffa sarà del 25%, ma non è tutto. l’UE ha introdotto anche un ulteriore 50% su altri beni, come calzature da uomo in pelle, alcuni tipi di abbigliamento, biancheria, trucco per gli occhi e rossetti, prodotti in acciaio e le lavatrici.

Jean-Claude Juncker, il numero uno della Commissione europea, dall’inizio critico sulla mossa americana, ha affermato ieri che i dazi statunitensi imposti all’Unione vanno contro «ogni logica e storia; la nostra risposta deve essere chiara ma misurata». C’è tutta l’intenzione di riequilibrare e salvaguardare l’UE. Anche la commissaria europea al commercio, Cecilia Malmstrom, è intervenuta qualche giorno fa, dichiarando che l’Europa è stata «lasciata senza altra scelta», dopo la «decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti».

I consumatori europei potranno certamente trovare delle «alternative», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea per il commercio, Jyrki Katainen. «Se abbiamo scelto prodotti come Harley Davidson, burro di arachidi e bourbon, è perché ci sono alternative sul mercato, non vogliamo fare nulla che possa danneggiare i consumatori», ha affermato. «Inoltre, questi prodotti avranno un forte impatto politico simbolico».

Ecco, dunque, la reazione annunciata dopo la scelta del Marzo scorso, da parte dell’amministrazione Trump, sui dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Stati Uniti. Il presidente ha difeso la sua linea dichiarando di essere stato obbligato poiché la sua America è stata sfruttata come un «porcellino salvadanaio» del mondo. E non ha intenzione di mollare di un centimetro; ha, infatti, preso di mira anche le importazioni automobilistiche dell’UE per le quali la sua amministrazione ha avviato un’indagine ancora in corso.

La battaglia si consuma anche con il Canada ed il Messico. E la paventata rinegoziazione dell’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA), si è bloccata.

Il Messico ha reagito con un decreto firmato dal presidente Enrique Pena Nieto con cui si annunciano dazi su prodotti agricoli e in acciaio dagli Stati Uniti. Il 20% su carne di maiale, mele e patate, circa il 25% su formaggi e bourbon. Ed il Canada parla di dazi dal prossimo mese su circa 13 miliardi di dollari di merci made in USA, tra cui il succo d’arancia, la salsa di soia e le barche gonfiabili.

Il tutto accade mentre le tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina continuano a crescere. Una settimana fa, Donald aveva parlato di dazi su 50 miliardi di importazioni dalla Cina, dazi che «vengono introdotti per spingere la Cina a cambiare i suoi comportamenti scorretti sulla tecnologia e l’innovazione». E la Cina, a sua volta, non si fa certo spaventare e minaccia, come sempre, altrettante «forti contromisure». «Siamo noi in una situazione di svantaggio permanente e ingiusto, che si riflette nel disavanzo commerciale di 376 miliardi. Questo è inaccettabile. Si rende necessaria una nuova azione per spingere la Cina ad aprire il mercato», afferma Trump che va ad inasprire ulteriormente il tutto e parla di dazi aggiuntivi del 10% su ulteriori 200 miliardi di dollari annui.

Nessuna tregua. E i produttori statunitensi di carne suina si preparano ad un aggravamento della già pesante situazione derivata dalla disputa commerciale con la Cina che da Aprile aveva già imposto tariffe su 128 prodotti americani, dazi del 25% sulla maggior parte dei prodotti a base di carne suina e del 15% su frutta e noci.

La carne di maiale è ora soggetta a dazi doganali cumulativi del 71%, esclusa l’imposta sul valore aggiunto, secondo una formula pubblicata sul sito web del ministero delle finanze cinese la scorsa settimana. I dazi sulla frutta ammontano, invece, al 50%.

Oggi anche la Turchia fa la sua mossa sullo scacchiere contro gli Usa. Sono, infatti, entrati in vigore i dazi decisi dal Governo turco. Una «rappresaglia» per gli «insopportabili» e «sconsiderati» dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio decisi da Washington. Parole del ministro dell’Economia turco, Nihat Zeybekci. Il valore complessivo è di 266.5 milioni di dollari e riguarda anche in questo caso, alcuni dei prodotti importati dagli USA, come carbone, carta, tabacco, noci, mandorle, riso, whisky, automobili, cosmetici, prodotti petrolchimici e macchinari. «Le tariffe imposte complessivamente dalla Turchia agli Usa sono proporzionate ai costi aggiuntivi che la Turchia sostiene a causa delle tariffe imposte dagli Usa“, ha affermato Zeybekci. «Sono proporzionate, misurate e progettate per proteggere gli interessi della Turchia, incoraggiando al contempo il dialogo».

Sul terreno di ‘guerra’ spunta l’India con la decisione governativa di aumentare del 20% i dazi sulle importazioni di materie prime dagli Stati Uniti. Ci si mette anche il più grande acquirente al mondo di mandorle statunitensi che opta per aderire alla linea di Unione europea e Cina.  Non solo mandorle, ma anche prodotti agricoli, acciaio e ferro; il tutto sarà in vigore dal 4 Agosto. Nuova Delhi, inoltre, dopo il rifiuto di Washington di esonerarla dalle nuove tariffe, ha imposto anche un dazio del 120% sull’importazione di noci.

Insieme alle tariffe americane contro il Messico e il Canada, il mosaico delle varie battaglie commerciali sta sollevando il fantasma di una guerra commerciale globale ed il timore di gravi conseguenze per l’economia globale.

Come leggere tutto questo?

Si tratterebbe di un «rinnovamento strategico». Lo ha dichiarato ieri l’assistente al segretario di Stato americano per gli affari europei ed euroasiatici, Wess Mitchell. «Rafforzare l’Occidente significa prendere decisioni difficili oggi, quando inizialmente non siamo d’accordo, piuttosto che continuare ad accettare l’apparenza di un’unità transatlantica al fine di evitare il disaccordo».

Più vicini ad una già annunciata guerra commerciale?

Le possibilità che ci riserva il futuro sono diverse: lo dicono gli esperti che hanno studiato le probabili conseguenze economiche dell’intensificarsi di questa lotta commerciale. Secondo la nuova analisi di Scotiabank, le controversie commerciali in aumento rischiano di portare ad un effettivo deterioramento della situazione globale e ad una vera e propria recessione delle economie americane. Se gli Stati Uniti dovessero spezzare ogni legame commerciale con i propri partner ed imporre tariffe generalizzate del 20% circa, a risentirne saranno soprattutto il Canada ed il Messico con un crollo nei prossimi due anni.

Sotto lo scenario più aggressivo del protezionismo, per il Canada, l’economia si ridurrà dell’1.8%, mentre, per gli USA stessi, la contrazione riguarderebbe lo 0,1%. «Un aumento del protezionismo negli Stati Uniti si ripercuote negativamente sulla crescita in ciascuna delle economie dei partner NAFTA», hanno detto gli autori del rapporto, Juan Manuel Herrera, René Lalonde e Nikita Perevalov.

Il Canada soffrirebbe di una riduzione alla crescita del PIL canadese nel 2019 di 0.2 punti percentuali e di 0.4 punti percentuali nel 2020, se il NAFTA si disgrega e le aliquote del 3.8 per cento sono imposte su tutta la linea.

Ma tra mosse e contromosse, non è affatto detto che il gioco sia finito qui.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore