giovedì, Luglio 29

"Tutti al mare" o tutti "ar mare" Dai due modi di dire due approcci di metodo opposti

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Ho sempre pensato, che risorse di grande buon senso, tenace capacità di reazione alle avversità, profilate dalle svariate congiunture negative del momento, risiedano nella fin troppo ben collaudata  in tal senso, saggezza popolare. Queste considerazioni, complice la calura,  hanno calato le mie oramai vacillanti capacità intellettuali nel tentativo di dare soluzione al dubbio amletico che sta prosciugando le mie residue abilità. Il rovello, consiste in quella che può sembrare una distinzione di poco conto, tra “tutti al mare” o “tutti ar mare”. I due enunciati, denunciano a ben vedere approcci di metodo e, contenuti di sostanza, assolutamente differenti, tra chi vuole andare al mare e chi “va ar mare”. La citata saggezza popolare, ha senza tema di smentita, coniato la seconda espressione.

Da queste prime riflessioni, coloro i quali, hanno deciso di azzardarsi  nella lettura  dell’articolo, magari felicemente posizionati, su una terrazza vista mare, ombreggiata a dovere, potrà e con diritto, ritenere che l’autore dello scritto, sia rimasto vittima di un generoso colpo di sole, che ben ha alimentato le sue farneticazioni.  Certo è, che quale compagno di avventure, anche e, forse soprattutto mentali o intellettuali, il caldo strangolante di questi giorni, almeno nelle contrade da me frequentate attualmente, è sicuramente poco indicato. Questo non vuole dire che mi abbia completamente sopraffatto, nonostante i suoi granitici blocchi di tepore, con i quali mi assedia.

Qualche vaneggiamento confesso, comincia a fare capolino. Tipo appunto il ritornello della canzone, di Pippo Franco, dalla quale ha preso spunto il rovello,  ovviamente intitolata “Tutti ar mare”. Nella declinazione in vernacolo romanesco, evidenziato dal tipico “ar mare” o “ar cinema”, solo per fare un esempio, c’è tutto il disimpegno, la vaghezza, l’indefinito, che caratterizza una certa approssimazione e superficialità che come naturale che sia sfocia poi nella deresponsabilizzazione personale. E questo atteggiamento, è ben più esteso purtroppo, della cerchia degli appartenenti a questa Nazione che si esprimono in quel dialetto.

“Ar mare”, da quasi  la sensazione fisica,  direi la mefitica sensazione di alveari di ombrelloni, con annessi schieramenti di “ciap” esposti alla bella e meglio, più o meno sodi o pencolanti, cosparsi alacremente di vari unguenti e  ambre solari. L’imbarazzante scenario, arricchito in alcuni casi, dati i tempi di crisi,  da apparecchiamenti sotto l’ombrellone, di lasagne, melanzane alla parmigiana e peperonate varie. Al dunque, per rimanere, quanto meno perplessi, quando in un servizio tg, si apprende che qualcuno tra una “leggerezza e l’altra”, in qualche spiaggia del Bel Paese c’è rimasto secco, tra il fastidio e la curiosità dei bagnanti. 

“Ar mare”, inteso come suggerito, penso possa essere tranquillamente definita, come una dimensione “dell’essere”, non annoverabili tra le più lusinghiere. Anche se mi rendo perfettamente conto, che l’osservazione, seguendo gli indici valoriali della contemporaneità,  non abbia la benché minima rilevanza. A proposito di “indici”, non per niente siamo nel pieno dell’era digitale. “Ar mare” ci si va in tanti, in alcuni momenti forse tutti. Di sicuro c’è andato lasciando impronte indelebili, il prode Schettino. No,  lui non era il Comandante di una nave, lui “annava ar mare” per “rimorchià”. Non so se gli è andata “buca”, la rimorchiata con l’avvenente turista, forse imbarcata con frode, effiggiata in più foto, con il pover’uomo. Di sicuro ha bucato e sventrato, la nave che  era stata affidata incautamente alla sua inesistente capacità di comando. Con il drammatico seguito che conosciamo.

Il vertice dell’inimmaginabile, è stato toccato dalla presenza del suddetto codardo imbellettato dal titolo posticcio di Comandante, in un Convegno di livello universitario, sulla “Gestione del panico”, nel quale nella veste di esperto, all’indegno è stato dato modo di dire la sua. A fronte della sommossa dell’opinione pubblica, venuta a conoscenza dell’episodio, come da “costume nazionale” è cominciato il Festival del distinguo, “non sapevo”, “non era una lectio magistralis”, “ non è avvenuto in sale dell’Università” fino alla più paradossale “Schettino si è invitato da solo”. Più “ar mare” di così. Da far impallidire le magistrali opere del Teatro dell’Assurdo, di Monsieur Eugene Ionesco.

Un altro episodio da “tutti ar mare”, con tratti di indegnità più sofisticati, è stato quello dello scambio avvenuto delle provette di due coppie differenti che avevano ritenuto opportuno ricorrere alla fecondazione eterologa. L’aspetto della  vicenda che terrei a rimarcare, è che in questo caso, sotto un profilo tecnico scentifico, le paternità e maternità, sono assolutamente certe, tanto è vero che si è potuto accertare lo scambio delle provette. La faccenda ora è diventata da battaglia legale, che ho l’impressione sarà campale. A dimostrazione per l’ennesima volta, dell’insufficienza delle possibilità tecniche in quanto tali. Infatti si è di fronte a errore umano, Apporto umano, che anche se erroneo, per quanto se la smenino gli afecionados, di  percorsi alternativi, è ineliminabile da qualsiasi procedimento. Se così non fosse, sarebbe acclarata  la superfluità del genere umano.

A fronte del disguido delle provette, una “Sciantosa” amica mia ha osservato, con garbo censurabile “La storia dell’uomo, è storia di “fecondazioni eterologhe”.  Non c’era mica bisogno di andare per far questo addirittura in un laboratorio. Bastava fare un bel paio di corna come ai bei tempi”. Riportando questa battutaccia, son pronto a essere oggetto a tutte le reprimende del caso. Ho voluto solo dare spazio a pari opportunità di punti di vista. Anche di quelle da “tutti ar mare”. 

Al mare, c’è ben altro, albe, tramonti, incanto. L’anelito di far parte di una totalità seducente quanto inafferrabile. Per mare andava Ulisse, Cristoforo Colombo, e tanti tanti altri accarezzando la speranza, percependo il miracolo della vita e l’oltraggio della morte.  Ma questa è tutta un’altra storia, cercherò di capirla su Internet. Una Sirena tira l’altra no. Mi sbaglio?  Per ora mi accontento dei castelli di sabbia, che ancora non mi è chiaro se li ho fatti “al mare” o “ar mare”.  Sono certo, che sono in molti a non averlo ancora capito. Comunque, non sono di certo tutti crollati.  Questo tra una barbarie e l’altra di Equitalia, e i vari meno collezzionati dalla gang-band di Renzine e Renzini ci rincuora. E ora davvero tutti “ar mare”, io per primo of course.   

 

 

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