giovedì, Agosto 5

Tutte le sfide dell'ultimo Def

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Sarà probabilmente l’ultimo Documento di economia e finanza che il Governo spedirà in Europa per come lo conosciamo, visto che la riforma della contabilità sta per cambiare il volto delle procedure e delle leggi di Stabilità e bilancio. Eppure, mai come quest’anno gli zero-virgola dei saldi e degli obiettivi potrebbero ammantarsi di un significato politico pregnante, decisivo per le sorti del Governo e del Paese.

Il Def è in rampa di lancio. Il Parlamento lo aspetta per l’inizio della settimana prossima (ma potrebbe anche essere una questione di ore), la Commissione Ue deve riceverlo entro metà aprile. Dietro i blocchi di partenza, però, prosegue serrato il negoziato tra Roma e Bruxelles sugli obiettivi, sul rientro del deficit, sulla riduzione del debito. L’Italia cerca di tenersi fuori dall’alveo più duro dell’austerity, punta a politiche espansive per generare crescita. L’Europa concede, invece, flessibilità a termine ed esige sostenibilità dei conti a medio e lungo termine. «Se la flessibilità verrà usata tutta quest’anno, stop nel 2017», ha detto chiaro qualche giorno fa Valdis Dombrovskis, falco lettone e vicepresidente della Commissione Ue. Il Premier Matteo Renzi ci ha provato dapprima con varie spallate polemiche, cui sono seguiti vertici più concilianti con la Commissione Ue. Adesso il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sta giocando un’altra partita, più tecnica e sotterranea, che riguarda la modifica del metodo di calcolo dell’output gap, ossia della differenza tra crescita potenziale e crescita reale dei vari Paesi, parametro da cui deriva il famigerato e contestato deficit strutturale. Più alta è la crescita potenziale stimata, più si riduce il disavanzo misurato al netto del ciclo economico. A metà maggio Bruxelles si pronuncerà sulle nostre richieste di flessibilità (maggiore spesa in deficit) per l’anno in corso e soprattutto per il 2017.

Sul 2016, la Ue potrebbe imporre di abbassare il disavanzo dal 2,5% al 2,3% circa, concedendo al Governo solo lo 0,8% anziché il punto pieno di Pil che Roma vuole prendersi. Si tratta di 3 miliardi che ballano e che Palazzo Chigi ricaverebbe eventualmente da una correzione amministrativa (senza una scomoda ‘manovrina’ fatta per legge), avvalendosi delle risorse una tantum della voluntary disclosure e dal risparmio sugli interessi del debito. Stiamo parlando di quei 3 miliardi che riguardano la cosiddetta ‘clausola migranti’ che Renzi e Padoan  vorrebbero tener del tutto fuori dal patto di Stabilità e spendere liberamente in ragione delle emergenze terrorismo e immigrazione.

Poi c’è la vera sfida che riguarda il 2017. Il Premier italiano chiede ampi margini anche l’anno prossimo, ma la Ue per ora fa la faccia cattiva. L’ideale per il Presidente del Consiglio sarebbe ottenere un altro punto percentuale intero di Pil sull’indebitamento per fermarsi poco sopra il 2%, rispetto all’1,1% cui dovrebbe scendere il nostro indebitamento l’anno prossimo. Il Governo avrebbe, così, a disposizione oltre 16 miliardi per annullare la spada di Damocle delle cosiddette ‘clausole di salvaguardia’ (gli aumenti ad orologeria di Iva e accise già precedentemente stabiliti).

La Commissione Ue dice, però, stop alle concessioni e chiede un percorso chiaro di discesa dell’indebitamento, Secondo il Fiscal compact, il Governo dovrebbe ridurre l’anno prossimo il deficit strutturale dello 0,5%: altri 8 miliardi che in questo momento Renzi e Padoan non hanno proprio voglia di tirar fuori. E che aggiunti ai 16 appena citati, fanno 24 miliardi circa di zavorra con cui, in teoria, la prossima legge di Stabilità si presenta già ai nastri di partenza. Se andasse bene e se Roma giocasse bene al tavolo della trattativa con Bruxelles la carta dell’impatto delle riforme strutturali che sta facendo (Costituzione, Pa, giustizia, banche), la Commissione probabilmente potrebbe concedere un altro mezzo punto, non di più, per cui l’Italia potrebbe salire dall’1,1% previsto al 1,8% su deficit/Pil. Renzi, però, è convinto di poter forzare la mano e di ottenere addirittura un livello di indebitamento sostanzialmente uguale a quello di quest’anno, ossia 2,3%. Avrebbe in questo modo pure 8-9 miliardi in più per provare a impostare un primo taglio dell’Irpef, scelta fiscale dal grande appeal politico e comunicativo da far valere l’anno prossimo, anche nell’eventualità di uno scioglimento anticipato della legislatura (il taglio Ires è invece già incorporato nei saldi di bilancio).

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