domenica, Ottobre 17

Turkmenistan: il cotone dei lavori forzati field_506ffb1d3dbe2

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Turkmenistan  raccolta cotone

Pensando allo sfruttamento del lavoro all’interno delle piantagioni di cotone in Asia Centrale, solitamente, si guarda all’Uzbekistan, uno dei più grandi esportatori di cotone nel mondo. Il Paese è tristemente noto per la pratica, che gli è costata la condanna delle Nazioni Unite e di molte organizzazioni umanitarie che operano per la tutela dei diritti umani e per la salvaguardia di questi ultimi nel contesto lavorativo. Qualche giorno fa, il 21 gennaio, un’agenzia di stampa turkmena (‘ATM‘) ha rilasciato un rapporto sullo sfruttamento del lavoro all’interno delle piantagioni di cotone in Turkmenistan, evidenziando come il fenomeno non sia soltanto rinchiuso all’interno dei confini del vicino di casa uzbeko.

Secondo il rapporto, sono coinvolti decine di migliaia di cittadini turkmeni, per lo  più dipendenti pubblici. Non è un caso, questo. La dinamica assomiglia molto a quanto avviene con cadenza regolare in Uzbekistan. Nel periodo della raccolta, gli uffici e le amministrazioni pubbliche, così come le scuole, si svuotano. Ogni autunno, dipendenti, alunni e insegnanti, vengono spediti all’interno delle riserve fino alla conclusione della stagione. Il rapporto turkmeno, portato aventi con la collaborazione di Cotton Campaign, ONG che da anni si batte per debellare la pratica, ha evidenziato come il fenomeno sia largamente diffuso su tutto il territorio del Paese.

La crescita economica del Turkmenista salirà del 9,5 % dal 2014 al 2015, ciò nonostante l’altissimo tasso di disoccupazione e la stagnazione dei mercati multilaterali. Un grosso input potrebbe arrivare dagli accordi sulla forniture del materiale energetico, legate al progetto TAPI, il gasdotto che, se messo in opera, legherà il Turkmenistan all’India, passando per Afghanistan e Pakistan. La principale risorsa economica per il Paese si trova nelle riserve di idrocarburi, seconde a quelle di Russia, Qatar e Iran. In secondo luogo, è il commercio di cotone contribuisce ad incrementare il PIL nazionale.

Il sistema di sfruttamento del lavoro, sulla falsariga di quanto accade in Uzbekistan, poggia su un meccanismo feudale gestito dagli ufficiali governativi che amministrano le riserve. I gestori delle riserve, sfruttando la manodopera forzata a basso costo, rivendono il raccolto allo Stato a un prezzo vantaggioso e di molto sotto soglia di mercato. A sua volta, il Governo, immette il cotone sul mercato ai prezzi correnti. Operazione, questa, certamente molto vantaggiosa, ma da cui la popolazione non trae alcun beneficio.

La gravità del fenomeno, in Uzbekistan come in Turkmenistan, risiede nel fatto che il 40 per cento della forza lavoro costretta alla raccolta, è rappresentata da minori.  In Uzbekistan si conta che i bambini forzati al duro lavoro di raccolta sono quasi due milioni. Vengono allontanati da scuola per essere utilizzati come raccoglitori, al fine di raggiungere la quota di cotone richiesta dal Governo. Il rifiuto porta a punizioni esemplari per il singolo e per la sua famiglia. La maggior parte dei lavoratori e della popolazione vive in condizioni di povertà, perché i profitti della vendita del cotone vengono gestiti e redistribuiti fra una ristretta élite legata alle autorità governative.

Il fenomeno sta assumendo dimensioni epidemiche, non solo nei due Paesi citati, ma è pratica consolidata anche in Tagikistan, nel Benin e in Egitto.  Il cotone, secondo le statistiche, sarebbe uno dei beni che più comunemente viene prodotto attraverso l’ausilio di forza lavoro costretta contro la volontà e da sfruttamento del lavoro minorile. Il massimo accentramento si registra in Asia Centrale, sebbene anche alcuni Paesi nel Nord Africa e in Sud America non siano esenti. Secondo il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, il fenomeno è in fase di espansione. I Paesi coinvolti sarebbero Benin, Burkina Faso, Cina, India, Egitto, Pakistan, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Un’area molto estesa, troppo.

Lo sfruttamento non avviene con le stesse modalità nei diversi paesi coinvolti. Di base, la natura della forza lavoro varia molto a seconda della regione. Anche in Cina, come in Uzbekistan e in Turkmenistan, la dinamica dello sfruttamento si basa sull’intervento degli organi legati al Governo. In altre regioni, come in Pakistan, la raccolta è eseguita dalle famiglie che sono state assegnate ai lavori forzati in una particolare piantagione, per risarcire un debito. Il dramma, in questo caso, è che la condizione di semi-schiavitù ha carattere ereditario, e si tramanda di padre in figlio. In questo modo il proprietario terriero si garantisce un ricambio costante di forza lavoro, deputata all’attività di raccolta negli anni. In casi ancora diversi, come in Benin, il traffico e il commercio di esseri umani alimenta la forza lavoro impiegata nelle riserve di cotone. Il mercato dell’ ‘oro bianco’ alimenta, dunque, il traffico di essere umani su scala internazionale.

Un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite, ha segnalato che il numero delle vittime di lavoro forzato si avvicina ai 21 milioni. La regione dell’Asia Centrale e del Pacifico, da sola, conta 12 milioni di vittime, più del 50% del totale rispetto al resto del mondo. Il 68% delle vittime, stando ai dati delle Nazioni Unite, viene sfruttate in attività legate all’agricoltura e al raccolto, spesso in forme di lavoro forzato imposto da autorità statali accondiscendenti.

Un fenomeno in espansione, poco conosciuto e spesso trascurato. Le Nazioni Unite, cosi come molte organizzazioni non governative, sono impegnate in campagne di sensibilizzazione. Sono stati istituiti centri di monitoraggio indipendenti, ma la concentrazione delle risorse e delle attività è per la maggior parte legata alla questione in Uzbekistan. Il fenomeno, come risulta dai dati più recenti, è però in crescita ed esteso in moltissime aree. Gli sforzi devono essere implementati, anche nei consessi internazionali e transnazionali. L’ ‘oro bianco’ non dovrebbe essere più sporcato.

 

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