sabato, Aprile 10

Turkmenistan, costruire sul gas

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gasdotto golfo

Il deprezzamento del rublo, finora apparentemente inarrestabile per tutto il corso dell’anno, non ha indebolito soltanto la finanza e l’economia della Russia. Ha colpito in modo forse ancora più duro le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, legate a quella già egemone nell’ambito dell’URSS dagli scambi commerciali e dai flussi migratori. A cominciare dalla più prospera e solida di tutte, il Kazachstan, che già in febbraio aveva dovuto svalutare di un quinto la propria moneta.

Le ha colpite tutte, però, salvo una, almeno finora: il Turkmenistan, che nei giorni scorsi ha confermato invece la propria salute relativamente buona annunciando l’introduzione di un cambio fisso tra la moneta nazionale, il manat turkmeno, e il dollaro. Se il Kazachstan, del resto, nonostante i suoi guai del momento figura al quarto posto tra i Paesi a più alta crescita, il Turkmenistan marcia  verso il primato assoluto nel mondo con la previsione di un PIL in aumento del 14,7% nel 2014.

Entrambi gli exploit si spiegano con un’eccezionale dotazione energetica e le ampie possibilità attuali di sfruttarla a dovere sul mercato internazionale. Paese più piccolo della suddetta regione per popolazione (5,5 milioni, peraltro in costante crescita), col 90% del territorio occupato dal deserto del Karakum, il Turkmenistan è quarto al mondo per riserve accertate di gas naturale, che ha soppiantato da tempo il cotone come principale prodotto nazionale di esportazione.

L’export di “oro blu” viaggia attualmente intorno ad un valore di circa 40 miliardi di dollari all’anno, oltre la metà dei quali proveniente dalla vendita alla Cina che copre a sua volta circa metà del fabbisogno cinese. Il governo di Ashgabat conta di raddoppiare o quasi il totale nel giro di un decennio più che triplicando le forniture a Pechino, grazie all’attivazione, prevista per il 2016, dell’apposito gasdotto, del quale resta da completare solo l’ultimo di quattro tratti.

Già qui si prospetta una problematica concorrenza con la Russia, che ha recentemente concordato con la Cina la costruzione di un’analoga conduttura per forniture di gas ancora più massicce. Per il combustibile destinato a Pechino Ashgabat ha spuntato un prezzo fisso, con ovvio vantaggio per la propria bilancia commerciale e dei pagamenti. Si tratta, in compenso, di un prezzo scontato rispetto a quello pagato dalla Russia, che insieme all’Iran (ugualmente favorito) resta l’altro maggiore acquirente del gas turkmeno, dopo essere stato il principale fino al 2009.

Ma c’è di più, e anche di più scottante. Ad Ashgabat si mostra un vivo interesse, ampiamente condiviso dai relativi partner, per il progettato gasdotto attraverso il Mar Caspio che dovrebbe portare il combustibile turkmeno nell’Europa occidentale insieme a quello dell’Azerbaigian, altro concorrente e vicino indocile della Russia. E ciò quando, come si sa, Mosca deve già fare i conti con lo stop di Bruxelles al gasdotto South Stream, che doveva attraversare il Mar Nero per aggirare l’Ucraina, e con la preferenza della UE per il transadriatico TAP ad uso del gas azero e forse, appunto, anche turkmeno.

Tutto ciò fa sospettare che ad Ashgabat ci si voglia in qualche modo vendicare del rifiuto russo, risalente a vent’anni fa, di provvedere al trasporto del gas turkmeno verso i mercati più remunerativi, costringendo l’allora giovane Stato indipendente ad arrangiarsi da solo o con l’aiuto di altri partner. Cosa che del resto non ha mancato di fare e continua anzi a fare con costante impegno. Lo prova in particolare un altro progetto, ambizioso sebbene non facile da attuarsi, per la fornitura di gas anche al Pakistan, all’India e al vicino Afghanistan usando quest’ultimo come via di transito.

Parlare di vendetta, nella fattispecie, suona alquanto fuori luogo dati i rapporti di forza con Mosca. Sta però di fatto che i motivi di attrito, effettivi o potenziali, sono numerosi e non si limitano al campo economico. Poggiano anzi su una base ufficiale e di principio creata sin dall’inizio, con successivi sviluppi e conferme che hanno chiaramente differenziato il Paese da tutti gli altri dell’Asia centrale ovvero del vecchio Turkestan ex sovietico.

Appena raggiunta l’indipendenza, infatti, il Turkmenistan fu l’unico a proclamare altresì la neutralità, pur interpretandola come compatibile con l’adesione e la perdurante appartenenza alla Comunità degli Stati Indipendenti, riduttivo rimpiazzo dell’URSS. Questa scelta non gli impedì però di tenersi fuori dall’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva, patrocinata dalla Russia e tuttora comprendente la maggioranza dei membri della CSI. E di partecipare attivamente, invece, all’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione asiatica, promossa dalla Cina e sia pure comprendente la stessa Russia.

Oggi che Mosca punta apertamente ad andare oltre la CSI, promuovendo a propria volta, sotto la spinta della crisi ucraina, la formazione di una più stretta e sostanziosa Unione eurasiatica, il Turkmenistan più di ogni altro possibile interessato non mostra la minima propensione ad accodarsi. In un clima di alta  tensione tra la Russia e lo schieramento occidentale i dirigenti di Ashgabat non esitano invece, come è avvenuto nei giorni scorsi, a ricevere un rappresentante dell’Alleanza atlantica per discutere di una possibile cooperazione anche in materia di sicurezza nel quadro degli appositi programmi NATO di partnership con Stati non membri.

Il tutto senza atteggiamenti di sfida o comunque irritanti nei confronti di Mosca ma semmai con modi e toni rassicuranti a vari propositi, così da meritarsi pubblici elogi, ad esempio, da parte del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, per il contributo dato in un recente vertice ad Astrachan dei Paesi rivieraschi del Mar Caspio alla loro convergenza sull’opportunità di tenere lontane da quest’area strategicamente sensibile truppe di Stati ad essa estranei.

Ciò nonostante, per fare un altro esempio, l’impulso al rafforzamento della cooperazione trilaterale in ogni campo con Paesi legati all’Occidente come la Turchia o meno legati a Mosca nel suo “vicino estero” come l’Azerbaigian, in nome anche della comunanza etnica, concorre a non lasciare dubbi circa la collocazione internazionale che Ashgabat preferisce: non l’isolamento, come spesso si dice, bensì la massima autonomia e libertà di movimento possibili giocando sulle contrapposizioni e rivalità tra le maggiori potenze vicine e lontane.

Non è naturalmente un gioco facile in partenza, nonostante per un verso ma forse anche a causa della stessa ricchezza del paese. Un gioco che comunque tende adesso a diventare ancora più difficile con la turbinosa destabilizzazione che ha investito il Medio Oriente e l’intera area a predominio musulmano. E in particolare, nel caso turkmeno, con l’ormai vicinissimo ritiro militare degli Stati Uniti e della NATO dall’Afghanistan, con il quale il Paese condivide un lungo confine.

Ad Ashgabat, per la verità, sembra che si nutra in proposito una preoccupazione minore rispetto alle altre repubbliche centro-asiatiche. Poiché si prevede per lo più  che a Kabul e dintorni il vuoto lasciato da USA e soci venga nuovamente riempito dai talebani, si ricorda che il Turkmenistan, a differenza dei suoi vicini, aveva intrattenuto con essi rapporti relativamente buoni dopo il ritiro sovietico e l’abbattimento del regime sostenuto da Mosca.

Si fa altresì notare che i turkmeni, per quanto profondamente impregnati di cultura musulmana, non brillano per altrettanto profonda religiosità e quindi dovrebbero risultare meno esposti al contagio del fondamentalismo e dell’ estremismo islamici (dimenticando, magari, che Al Qaeda e ISIS strumentalizzano probabilmente la fede in Allah più che esserne fortemente animati e motivati).

Quanto al regime, sia il defunto autocrate, Saparmurat Njazov, sia il suo successore, Gurbanguly Berdymuchamedov, hanno costantemente coltivato e ostentato la devozione all’islam tenendo però fermo sulla laicità dello Stato sancita dalla Costituzione. Appena eletto, l’attuale presidente si è recato in visita prima nell’Arabia saudita e subito dopo a Mosca anche per sottolineare la duplice connotazione dell’identità nazionale, sulla quale il settantennio abbondante di dominio sovietico ha verosimilmente lasciato un’impronta pur senza affatto cancellare i sedimenti della tradizione.

Che qualche preoccupazione comunque esista o abbia finito con l’affiorare lo dimostrano le misure senza precedenti adottate negli ultimi mesi per rafforzare la sicurezza lungo il confine con l’Afghanistan dopo la comparsa di milizie talebane nei suoi pressi, con conseguenti scontri, l’uccisione di alcune guardie di frontiera turkmene e gli sconfinamenti per una più efficace reazione.

Esiste però anche un presumibile pericolo indiretto d’altro genere. Si può temere, cioè, che la minaccia dell’estremismo islamico, rappresentato dagli stessi talebani, dai qaedisti o dal nuovo califfato, provochi un’intensificazione della pressione russa per l’adozione di contromisure militari collettive, potenzialmente pregiudizievoli per le sovranità nazionali dell’Asia centrale nonchè tali da impedire che i governi regionali cerchino protezioni alternative. Dimostrare nei fatti di saper fronteggiare la vera o temuta minaccia individualmente e con mezzi propri può servire a parare, almeno nel caso turkmeno, anche questo pericolo.

Pericolo esterno che, tuttavia, può trovare qualche appiglio in campo interno, dove non è tutto rose e fiori e per certi aspetti non lo è per niente. Il 27 ottobre è stato celebrato con l’abituale pompa il 23° anniversario dell’indipendenza. Ad Ashgabat e altrove i festeggiamenti sono durati due giorni, ma se la capitale risplende di edifici avveniristici e lussi vari nel profondo del Paese non c’è molto da stare allegri malgrado la ricchezza dello Stato e i privilegi di chi lo gestisce.

Mentre sembra che Berdymuchamedov (ex dentista pubblicamente esaltato come “protettore” della patria, a sottile differenza del predecessore, oggetto di uno sfrenato culto della personalità in quanto “padre dei turkmeni”) conduca vita da nababbo e che molti suoi collaboratori e sostenitori lo imitino, a livelli più bassi la povertà è ancora largamente diffusa.  

Il salario medio mensile è inferiore a 100 dollari, la disoccupazione elevata e i servizi pubblici sono per lo più inadeguati. Persino l’erogazione del gas per uso domestico subisce frequenti interruzioni specialmente in periferia a causa della rete di distribuzione malandata e della sua carente manutenzione. L’inconveniente ha provocato, proprio il secondo giorno di festa nazionale, una clamorosa quanto insolita protesta nei villaggi del nord, col blocco di un’autostrada da parte di diecine di donne.

Non è escluso che a simili esplosioni di malcontento contribuisca anche l’insofferenza da parte dei ceti più istruiti per l’autoritarismo di un regime tra i più repressivi oltre che più corrotti del mondo, ma finora combattuto soltanto da pochi oppositori costretti all’esilio. Può darsi che la situazione migliori grazie ad un maggiore impegno sociale del governo che dovrebbe essere consentito dalla così rapida crescita economica. Per il momento si registra invece solo l’introduzione di una sia pure modesta bolletta per pagare il gas, finora gratuito, allo scopo di ridurne gli sprechi.

Sul piano dei diritti civili e democratici, tutto sembra fermo, malgrado l’apertura programmatica agli scambi e al dialogo con ogni parte del mondo. I giorni scorsi hanno visto una piccola schiarita con la scarcerazione di otto obiettori di coscienza, forse un gesto isolato alla vigilia di una visita del presidente di turno, svizzero, dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa cui il Turkmenistan è associato in quanto coerede dell’URSS.

Può darsi invece che simili agganci, ovviamente utili anche ai fini degli affari,  finiscano col favorire un’evoluzione della politica interna. Se progressi tangibili non vi saranno anche in questo settore, non sarebbe sorprendente che nel Paese si aprissero crepe tali da favorire piuttosto una penetrazione dell’estremismo islamico. 

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