martedì, Aprile 13

Turismo d'imposta: oltre i confini del fisco

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Sono storie di solitudine e di esilio, di vizi capitali e diritti perduti. Sono vite di imprese, perse tra i meandri di tasse e balzelli. Avvinte da sistemi fiscali più semplici, a volte soltanto più comodi. Per non essere inghiottiti tra le maglie complicate del fisco. Sempre alla ricerca di una via d’uscita, di una pista di atterraggio o di decollo verso i paradisi fiscali. Sono piccole, medie, a volte anche grandi imprese. Se ne vanno all’estero, a volte in incognito, altre nascoste solo a metà, per cercar fortuna ed eludere gabelle e controlli.

Gli ultimi dati Istat pubblicati lo scorso dicembre parlano chiaro: il 2013 è stato l’anno boom dell’espansione all’estero per le multinazionali italiane. Si parla di  oltre 22mila imprese controllate presenti in 160 paesi che impiegano quasi 1,8 milioni di addetti con un fatturato complessivo di 542 miliardi di euro. Siamo di fronte a una crescente internazionalizzazione del sistema produttivo italiano; il 64,4% delle principali multinazionali industriali per il 2014-2015 ha realizzato 7 punti percentuali in più di investimenti all’estero rispetto al biennio precedente. Sempre secondo l’Istat  i settori che mostrano la maggiore crescita tra il 2012 e il 2013 sono i prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali e la fabbricazione di prodotti chimici e farmaceutici. 

È variegato il panorama di aziende che, dopo anni persi tra fatiche burocratiche e lungaggini fiscali, decidono di trasferire la propria sede fiscale all’estero. Si pensi a imprese edili con sede in Romania che dichiarano di avere una piccola unità locale nel triveneto, a società collocate in Paesi dell’est che commerciano materiali ferrosi, a case di moda che trasferiscono la propria sede fiscale oltre confine.

Un caso balzato all’onore delle cronache è quello che ha coinvolto Google ed Apple, venute in Italia non certo con l’obiettivo del nobile turismo tra il David di Michelangelo e l’Ara Pacis romana ma con un intento più vicino al business che all’arte. E’ il cosiddetto ‘turismo d’imposta’. Le due multinazionali sono finite nel mirino del fisco. E dopo che la filiale italiana di Apple ha accettato di pagare 318 milioni di euro a saldo di tutte le sue pendenze, ora è il turno di Google. Al colosso Internet è stata notificata una verifica fiscale per 300 milioni di tasse non pagate. L’accusa: il motore di ricerca più famoso al mondo avrebbe una stabile organizzazione in Italia dove realizza profitti e per la Procura di Milano e la Guardia di Finanza è obbligata a dichiarare i redditi e a pagare le imposte al fisco italiano.

Anche l’Unione europea si sta muovendo per arginare la cosiddetta evasione delle multinazionali. Ha varato un pacchetto di proposte che puntano a stabilire un principio ben preciso: le tasse si pagano laddove si realizzano i profitti. 

Ma non sono solo i grandi colossi ad agognare ossigeno fiscale altrove. Anche le piccole e medie imprese, italiane ed europee, non sono immuni dal cercare un fisco alternativo e più semplice rispetto a quello nazionale, sempre in equilibrio sulla sottile linea rossa che separa lecito e illecito. Una frontiera che attraversa le discipline tributarie; norme e regolamenti che spesso hanno il sapore dell’escamotage, l’obiettivo di aggirare ed eludere il fisco. Esterovestizione e stabile organizzazione sono i metodi più utilizzatiLa stabile organizzazione è una sede o un centro di affari non temporaneo attraverso cui un’impresa commerciale residente esercita la propria attività economica, producendo reddito nel territorio di un’altra nazione. E’ quindi obbligata a pagare le tasse nel Paese dove produce fatturato.  

È il caso di un’azienda olandese che commercia in pesce e prodotti ittici cui viene contestata appunto la ‘stabile organizzazione’ in Italia.  In concreto: si parla di un ufficio vendite che questa impresa ha nel nostro Paese e che coincide presumibilmente con l’ufficio acquisti esteri della società italiana. Tale società ha analogo oggetto sociale, detiene indirettamente anche il controllo totalitario dell’impresa estera e ne è, al contempo, uno dei principali clienti.  In questo ufficio lavora un’unica impiegata, tra l’altro dipendente della stessa controllante italiana. Le sue mansioni ‘ufficiali’ consistono nella gestione degli acquisti di pesce proveniente da tutto il mondo, incluso il Mare del Nord, in cui si approvvigiona anche la controllata dei Paesi Bassi. 

Fin qui, niente di eccezionale. Ma la postazione di lavoro di questa dipendente non mente. Viene subito trovata documentazione commerciale e contabile della società olandese e, dagli archivi informatici, emergono frequenti comunicazioni tra l’impiegata e i clienti italiani. Dopo un’attenta analisi, tale corrispondenza rivela un ruolo di semplice e occasionale assistenza amministrativa da parte di questa dipendente. Ma ciò non impedisce all’Amministrazione finanziaria di ravvisare in questo genere di collaborazione, o meglio nella struttura in cui essa si applica, una ’sede fissa di affari’ della controllata estera. Secondo le indagini, la dipendente della società italiana sarebbe stata ‘una risorsa umana rilevante e fondamentale per la commercializzazione’, niente meno che ‘deputata in modo abituale alla cura degli interessi commerciali’ della società dei Paesi Bassi ’sull’intero territorio italiano’.

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