mercoledì, dicembre 19

Turchia: una lingua antica per un nuovo impero Il Presidente Erdogan vuole introdurre l’insegnamento dell’antico ottomano nelle scuole

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Ogni volta che si parla di riformare i licei italiani, si ripropone sempre la vexata quaestio: è ancora attuale l’insegnamento del latino alle scuole superiori? Segue poi il solito dibattito fra chi non la ritiene più una materia scolastica utile per il mercato del lavoro e chi invece lo ritiene indispensabile per lo sviluppo del ragionamento logico e della comprensione delle proprie radici culturali. Aldilà del Mediterraneo, invece, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato la propria intenzione a introdurre nelle scuole l’insegnamento della lingua turco-ottomana, parlata dalle élite culturali ai tempi dell’Impero e oggi sconosciuta alla popolazione turca.

A un’affermazione del genere va data una lettura che non si riduca a quella più meramente legata alla politica scolastica turca, ma va considerata come parte della politica culturale complessiva del regime di Erdoğan, sempre più volta a rafforzare lo spirito nazionale turco attraverso il recupero dell’antica tradizione ottomana. Ma a che cosa è dovuta questa scelta? E come questa si ripercuote in ambito internazionale? Lo abbiamo chiesto a Carlo Pallard, dottorando presso l’ Università degli Studi di Torino e redattore di East Journal.

Erdoğan ha dichiarato la propria intenzione a introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’antica lingua ottomana. Come si innesta questa scelta nella sua politica culturale?

La lingua ottomana era una forma di turco, sostanzialmente. Era però una lingua letteraria, aulica, artificiale usata dalla pubblica amministrazione e dalla letteratura di corte, con una sua evoluzione e storia particolare. Era quindi distinta dal turco utilizzato dalla popolazione, essendo infarcita di termini persiani e arabi e da strutture grammaticali estranee al turco comunemente parlato. Questa lingua era stata messa da parte dalla rivoluzione repubblicana degli anni ’20, che aveva visto anche una riforma linguistica: quest’ultima ha uniformato il turco ufficiale a quello parlato dalla popolazione e che ha scelto per essa l’alfabeto latino, più adatto ai suoni della lingua, al posto di quello arabo. La nuova scrittura era stata accolta con sfavore dagli ambienti più conservatori, che l’hanno considerata come uno strappo troppo forte dalla precedente tradizione ottomana. Ad ogni modo, la lingua turca, comunemente parlata oggi, è una lingua sostanzialmente diversa da quella ottomana, tant’è che le opere di quella tradizione sono difficilmente leggibili dalla popolazione turca attuale.

La lingua ottomana in Turchia non è più stata oggetto di insegnamento al di fuori degli ambienti universitari specialistici. Erdoğan rappresenta una certa area culturale e ideologica, esistente già prima del suo arrivo e non confinata esclusivamente dagli ambienti islamisti, che dà grande importanza all’eredità ottomana (da un punto di vista non solo culturale) e alla continuità storica tra l’Impero e la Turchia moderna. Guarda quindi con devozione al passato ottomano, mentre prende le distanze da alcuni aspetti della politica di Atatürk, pur condividendone altri: si ritiene troppo forte lo strappo attuato da Mustafa Kemal. Per questa notizia, l’idea che si possa reintrodurre l’insegnamento di questa lingua è un gesto che va in direzione di sanare questa frattura storica. Bisogna vedere quanto questo sia efficace, perché non bastano poche ore di insegnamento a scuola per poter leggere le iscrizioni ottomane presenti a Istanbul, per esempio. A mio avviso, è una trovata soprattutto propagandistica, che vuole usare l’eredità ottomana per fare leva sui sentimenti nazionalistici, molto forti nel Paese. È impensabile, tuttavia, che la Turchia torni a utilizzare l’ottomano, sarebbe controproducente e insensato. Esiste, però questa tendenza a rivalutare le proprie radici, da un punto di vista anche religioso: qualche tempo fa c’era anche un’ispirazione a voler ricostituire quell’unità religiosa dell’Impero Ottomano. Negli ultimi anni, invece, la politica di Erdoğan è andata orientandosi in un’ottica più nazionalista, specie con il fallimento della sua politica mediorientale e con l’errata valutazione delle Primavere arabe, che Erdoğan riteneva un’occasione. Da quel momento in poi, tutto il discorso ottomanista è stato piegato in senso nazionalista. Il cambiamento è stato evidente anche analizzando la retorica di Erdoğan: mentre prima i riferimenti all’Impero erano volti a una visione internazionale, panislamica e postnazionale, oggi l’eredità ottomana viene usata per rafforzare l’identità turca. In quest’ultima uscita di Erdoğan, infatti, i termini usati sono diversi: ha insistito sulla necessità di proteggere la lingua turca dalle influenze straniere, messe in pericolo anche da internet e dalle nuove tecnologie prettamente anglofone. Si può dunque notare una funzione di supporto dell’eredità ottomana al nazionalismo turco, in continuità con tendenze del nazionalismo turco che hanno ormai diversi decenni.

Ma non è un controsenso difendere la purezza della lingua turca recuperando una lingua infarcita di termini e strutture persiane?

Dall’ottica conservatrice e nazionalista turca non è un controsenso. È vero che l’ottomano aveva un’influenza persiana, ma questa era una parte integrante della cultura imperiale. Se si vuole sottolineare una continuità con l’Impero, l’influenza persiana non è un problema: quel corpus lessicale e grammaticale persianeggiante è straniero fino a un certo punto, perché quella lingua era parte integrante della cultura dell’ Impero e del suo aspetto religioso. L’aspetto religioso non è secondario: la lingua arabo-persiana che ha influenzato il turco ottomano deriva da quegli aree culturali, politiche e religiose che hanno islamizzato la Turchia, ed è quindi parte di quello che è l’Islam turco e la sua tradizione. Ciò rende diversa l’influenza persiana da quella odierna, occidentale, entrate in contatto con il turco nell’età tardo-ottomana e repubblicana. Il contesto nazionalistico di Erdoğan è diverso da quello della prima età repubblicana: ai tempi di Mustafa Kemal si tentava di emancipare la cultura turca, la ‘turchità’ dalle influenze persiane, bizantine che avevano caratterizzato il periodo ottomano, per costituire quella che veniva propagandata come una pura cultura turca. Oggi, invece, a partire da quel processo iniziato negli anni ’70, con la Sintesi Turco-islamica, si sottolinea la continuità con l’Impero e, con questo mutamento di prospettiva, cambia ciò che può essere considerato straniero o autoctono. Per un nazionalista della prima età repubblicana, queste influenze erano considerate straniere, impurità rispetto al turco, per un nazionalista conservatore odierno, la cultura ottomana è in quanto tale cultura nazionale turca.

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