sabato, Aprile 17

Turchia, strategia della tensione in corso Cambia la strategia del Pkk: sempre più attentati nelle grandi città affidati a gruppi satelliti

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Dopo quattro giorni di silenzio, il sanguinoso attentato ad Ankara di domenica scorsa (37 morti e 125 feriti) è stato rivendicato oggi dal gruppo militante curdo dei Falconi per la libertà del Kurdistan (Tak) attraverso il proprio sito. Nella dichiarazione online l’attacco viene descritto come una «azione di vendetta» contro l’offensiva dell’esercito turco nel sudest a maggioranza curda del Paese, in corso da luglio, aggiungendo che il gruppo realizzerà altri attacchi contro coloro che ritiene responsabili per le operazioni.

Il gruppo, composto dai fuoriusciti dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ma secondo gli esperti ancora legato a esso, aveva già rivendicato la responsabilità dell’attentato avvenuto sempre ad Ankara nello scorso 17 febbraio. quando 28 persone sono morte e altre 61 sono rimate ferite per l’esplosione di un’autobomba al passaggio di un convoglio militare nella zona residenziale della capitale.

Sempre oggi il consolato tedesco e la scuola tedesca a Istanbul – entrambi situati vicino a piazza Taksim – sono stati chiusi per «informazioni molto precise e molto concrete» sul fatto che attentati terroristici «sono in preparazione», ha dichiarato a Berlino il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier. Non è esclusa la chiusura di sedi diplomatiche di altri Paesi. L’ambasciata italiana ad Ankara, ad esempio, è confinante con quella tedesca.

Secondo il governo turco l’autobomba di domenica è stata fatta esplodere dalla 24enne Seher Cagla Demir, probabilmente collaborazione con un altro attentatore suicida non ancora identificato. Per le autorità la donna si era unita al Pkk curdo nel 2013 e avrebbe anche ricevuto un addestramento militare in Siria dalle milizie curde legate al Partito dell’Unione Democratica (Pyd), formazione curda attiva nella Siria settentrionale.  

La reazione delle autorità turche non si è fatta attendere: nella notte tra domenica e lunedì l’aviazione è tornata a bombardare alcune postazioni ribelli nella regione del monte Kandil, dove si trova il comando del gruppo separatista curdo, e all’alba sono state arrestate 18 persone in una serie di operazione simultanee nella provincia nordoccidentale di Eskisehir e in quella sudorientale di Sanliurfa.

Negli ultimi mesi la situazione politica della Turchia si è molto complicata e ne ha risentito parecchio la stabilità del Paese, schiacciato tra la guerra in Siria da una parte e una cronica divisione politica interna dall’altra. La principale conseguenza di questa instabilità è la raffica di attacchi che ha portato la violenza terroristica fino al cuore della Turchia: la metropoli Istanbul e la capitale Ankara. Attentati che oltre a un fiume di sangue hanno lasciato dietro di sé una scia di polemiche circa l’incapacità delle istituzioni di tenere sotto controllo il fenomeno, chiamando direttamente in causa il presidente Recep Tayyp Erdogan, che secondo l’opposizione vuole approfittarne per limitare ulteriormente diritti e libertà della stampa e dell’opposizione.

In effetti, Erdogan, fa ampio (ab)uso della carta nazionalista per rafforzare attorno a sé un consenso sempre più vacillante e in questo senso gli attentati del Pkk, lungi dall’avere una qualsiasi utilità per la causa curda, stanno indirettamente dando una grossa mano al presidente. Lo spettro curdo serve a semplificare una frammentazione interna alla società turca che dalle proteste di piazza Taksim nel 2013 sono sempre più venute alla luce e che ha impedito a Erdogan di raggiungere la maggioranza assoluta alle ultime elezioni. Ora il presidente sta consumando la sua vendetta attraverso un’offensiva senza sosta nei confronti della stampa libera: si veda il quotidiano Zaman, totalmente riplasmato in termini filogovernativi, o gli attacchi a singoli giornalisti di testate indipendenti, come Can Dundar, direttore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, e Erdem Gul, capo della redazione di Ankara del giornale, arrestati con l’accusa di spionaggio dopo un inchiesta sul traffico di armi tra Turchia e Siria e liberati dopo 92 giorni di prigionia.

Alla situazione interna si aggiunge un difficile contesto internazionale che vede la Turchia sempre più isolata nei rapporti con i tradizionali alleati della Nato e con la Russia per quanto riguarda la guerra in Siria e nelle relazioni con l’Europa in merito alla gestione della crisi migratoria.

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