lunedì, Settembre 20

Turchia, strage in miniera 238 minatori morti per un'esplosione a Soma. Tensioni marittime tra Cina e Vietnam

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Turchia miniera

È giunto ormai a 238 il numero delle vittime dell’esplosione avvenuta in una miniera a Soma, Turchia. Il dato è stato comunicato dal Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, che è anche incorso in uno spiacevole commento. Mentre il Ministro dell’Energia Taner Yıldız ha ammesso che si starebbe andando «verso il peggiore disastro mai avvenuto in una miniera in Turchia», Erdoğan, pur dicendosi «colpito» dalle proporzioni dell’evento, ha comunque definito «normali» gli incidenti di lavoro. Anche per questa ragione, nel corso della sua visita alla località il Primo Ministro è stato contestato da qualche decina di persone, come riportato dal quotidiano ‘Hürriyet’. Intanto, mentre si affievoliscono le speranze di salvare i minatori rimasti intrappolati nella cava, lo stesso Governo di Ankara ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Contestato in anticipo anche il futuro Presidente dell’Ucraina, che verrà deciso dalle elezioni indette per il 25 di questo mese. A porre in dubbio la sua legittimità è stato oggi Sergehj Naryshkin, Presidente della Duma, la Camera bassa russa: «consideriamo l’attuale regime ucraino illegittimo», sono le parole rilasciate alla rete pubblica ‘Rossiya-24’, «ovviamente, il grado di legittimità del regime o del presidente eletto il 25 maggio se l’elezione avrà luogo, secondo me, non sarà pieno». Frattanto, oggi pomeriggio, presso il Parlamento di Kiev, si è svolta la prima sessione del tavolo di unità nazionale organizzato dal Governo ucraino. Presenti all’evento personalità di diversa natura, dai candidati alle elezioni del 25 maggio ai delegati regionali, oltre ad esperti, rappresentanti religiosi e della società civile. Non invitati, invece, i separatisti armati. Uno di essi potrebbe peraltro essere attualmente in Russia: secondo quanto affermato dall’attuale Presidente provvisorio Oleksandr Turčinov, uno dei leader filorussi dell’oblast’ di Luhansk, Valeri Bolotov, avrebbe passato la frontiera presso Dovzhanski senza incontrare difficoltà al posto di controllo ivi operante. Lo stesso Presidente ha richiesto spiegazioni convincenti entro questa sera, ma il dubbio maggiore riguarda l’esito di un tavolo a cui non partecipano i principali avversari del Governo, in un frangente in cui, come dichiarato dal Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, l’Ucraina «si avvicina alla guerra civile come mai prima».

Parte di questo problema sarebbe comunque da imputare all’Unione Europea: non è un esponente del Cremlino a dichiararlo, bensì il Vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel (SPD). «Certamente, l’Unione Europea ha commesso anch’essa errori, benché ciò non giustifichi il comportamento della Russia» è quanto dichiarato da Gabriel al quotidiano tedesco ‘Rheinische Post’. Ciononostante, Bruxelles continua a stringere accordi di associazione con Paesi dell’Europa orientale, come emerso in particolare oggi da due visite compiute dal Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy. Presente prima in Moldavia e quindi in Georgia, Van Rompuy ha infatti dichiarato che questi due Paesi firmeranno ufficialmente gli accordi il prossimo 27 giugno. Frena invece un altro Paese membro per quanto riguarda il rafforzamento militare al confine occidentale dell’Ucraina: dopo le perplessità espresse dalla Repubblica Ceca, è ora il turno dell’Ungheria, il cui Ministro degli Esteri János Martonyi ha affermato di non credere che una tale misura sia necessaria allo stato attuale della situazione, benché gli sviluppi non siano chiari.

Né sono chiari gli sviluppi a cui porterà il rapido degrado dei rapporti tra Cina e Vietnam. L’invio da parte di Pechino di una sonda petrolifera in un’area contesa del Mar Cinese Meridionale ha infatti scatenato ampie proteste nel meridione vietnamita. Quindici fabbriche sono state date alle fiamme da manifestanti delle province di Binh Duong e Dong Nai. I danni causati hanno coinvolto anche stabilimenti di aziende di Taiwan (che hanno perciò esposto segnali del proprio supporto alla causa vietnamita per distinguersi da quelli di proprietà cinese), ma potrebbero certamente ledere gli stessi interessi di Hanoi data l’importanza economica di quell’area manifatturiera. Attraverso una protesta formale, Pechino ha comunque invitato il Governo vietnamita a «prendere le misure necessarie per mettere fine alle azioni criminali e punire i responsabili». Com’era già evidente durante il recente viaggio del Presidente statunitense Barack Obama nell’area, il Vietnam non è l’unico Paese ad avere dispute marittime col gigante regionale. Anche le Filippine hanno infatti protestato contro la Cina, nel loro caso per la costruzione da parte di quest’ultima di una pista d’atterraggio nell’arcipelago delle Spratly. Secondo il Governo di Manila, ciò violerebbe il divieto di costruzione sui territori contesi concordato nella cornice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Asean), ma Pechino replica che quella in causa non sarebbe un’area contesa, bensì territorio cinese.

Mentre sale la tensione al limite orientale del continente asiatico, a Vienna si cerca di trovare una soluzione duratura al problema nucleare mediorientale. Sono riprese oggi, infatti, le trattative tra il gruppo 5+1 e l’Iran per frenare le attività in campo atomico di quest’ultimo. Al primo incontro erano presenti l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ed il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. Come dichiarato da un diplomatico statunitense, le differenze sono ancora molte, ma il problema «non è che non ci sono soluzioni a tali differenze, ci sono. Ma raggiungerle è tutt’altra cosa».

Prosegue anche lo smaltimento dell’arsenale chimico della Siria, e la disponibilità dell’Italia ad offrire il porto di Gioia Tauro per una fase dell’operazione è stata apprezzata «moltissimo» dagli Stati Uniti. Il ringraziamento del Segretario di Stato statunitense John Kerry giunge oggi, durante la conferenza stampa congiunta con la Ministra degli Esteri Federica Mogherini tenutasi a Washington. Si tratta del primo viaggio ufficiale negli USA da parte dell’attuale titolare della Farnesina: molti i temi su cui è stata espressa sintonia, dalla già menzionata Siria ad Ucraina e Libia. Toccati anche gli argomenti dell’Expo2015 e dei Marò (sul cui destino la probabile vittoria di Narendra Modi in India potrebbe essere ininfluente), mentre nessun commento è stato fatto a proposito del recente ‘caso Geithner’.

Sempre a Washington, anche il Presidente Obama ha avuto un incontro relativo alla Siria: la Casa Bianca ha in effetti annunciato la sua presenza ad una riunione a cui hanno partecipato anche il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice ed il Presidente della Coalizione Nazionale siriana, Ahmad Jarba. Sull’argomento si è pronunciato in giornata, però, anche il Governo russo, per cui le dimissioni dell’inviato ONU Lakhdar Brahimi, confermate ieri dal Segretario Generale Ban Ki-moon, non devono interrompere gli sforzi per trovare una soluzione al conflitto nel Paese.

Così come la Siria, anche l’Egitto si avvicina alle elezioni presidenziali. Oggi, il Movimento del 6 Aprile, centrale nella ‘Primavera’ egiziana del 2011, ha annunciato il proprio boicottaggio della tornata, definendola «una farsa» dopo aver preso atto della debolezza del proprio candidato, il leader della sinistra Hamdine Sabbahi. Intanto, l’atmosfera nel Paese rimane estremamente pesante, con nuove condanne per sostenitori del Presidente deposto Mohamed Morsi ed il ritrovamento da parte dell’esercito di quindici tonnellate di materiale esplosivo nella città di Al Qantara, presso il Canale di Suez. Ancor più complessa la situazione in Afghanistan, dove l’annuncio dei risultati delle elezioni svoltesi il 5 aprile avrà luogo con un giorno di ritardo a causa dell’alto numero di denunce (oltre 900). Solo giovedì, quindi, si saprà se i risultati preliminari saranno confermati e, perciò, se sarà necessario il ballottaggio del 28 di questo mese tra l’ex Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex economista della Banca Mondiale Ashraf Ghani.

Difficoltà istituzionali anche in Libia: i militari incaricati della sicurezza degli uffici del Primo Ministro Abdullah al-Thinni hanno bloccato l’edificio denunciando di non essere stati pagati. Non è chiaro se il Primo Ministro, peraltro in scadenza di mandato, fosse all’interno. Sarà comunque il suo successore a dover sciogliere il nodo relativo alle sorti di Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex ra’īs: la Corte Penale Internazionale continua ad insistere perché Tripoli lo consegni. Intanto, però, proprio nel tentativo di assistere al processo che si sta tenendo contro i maggiori esponenti del vecchio regime, un rappresentante della Missione di Sostegno dell’ONU in Libia (Unsmil) è stato arrestato tre giorni fa. La sua liberazione è stata ottenuta solo oggi dopo le proteste della stessa missione.

Intoppi infine anche nel dialogo di riconciliazione nazionale in Venezuela. I rappresentanti dell’opposizione parlano di «crisi» legata all’indisponibilità del Governo di Nicolás Maduro a garantire concessioni ed a cessare le repressioni contro le dimostrazioni studentesche. Nelle ultime ore è però emersa la possibilità che alla prossima riunione partecipi il Segretario di Stato vaticano, Cardinale Pietro Parolin. Ad annunciarla è stato lo stesso Presidente, ma non è ancora giunta conferma da Roma ed il possibile compito di Parolin, ossia prendere in consegna Iván Simonovis (in carcere dal 2002 per il tentato golpe contro l’allora Presidente Hugo Chávez) è reputato «una favola» dalla fazione chavista.

 

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