venerdì, Agosto 19

Turchia-Russia, rischi calcolati?

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Che cosa, allora, può avere indotto Recep Tayyip Erdogan a compiere un’ulteriore virata, così brusca da comportare il rischio di una grave rottura con la Russia? Una rottura con conseguenze imprevedibili, compreso il possibile isolamento della Turchia dai suoi vecchi e finora più naturali alleati, perché avverrebbe proprio in un momento in cui Mosca, ferita a sua volta dalla bomba che ha distrutto l’Airbus turistico nel cielo del Sinai, mostra finalmente un maggiore impegno contro l’ISIS e non solo in difesa di Assad.

L’interrogativo va proprio posto in quei termini, perché ad autorizzare la botta fatale al SU-24 è stato dichiaratamente il Presidente turco in persona. Lo stesso Erdogan, cioè, che nel 2012, quando i siriani governativi abbatterono un jet turco penetrato nello spazio aereo del paese vicino, protestò tuonando che «una breve violazione del confine non può mai giustificare un attacco».

Stavolta l’intrusione del cacciabombardiere russo è durata, come è stato assodato, diciassette secondi (un tempo, oltre a tutto, insufficiente per ricevere i numerosi moniti che gli sarebbero stati indirizzati prima di lanciare il missile), il che non ha impedito a Erdogan di dichiarare che l’aereo doveva essere abbattuto «per difendere la nostra sicurezza e i diritti dei nostri fratelli» in Siria.

Dal canto suo, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che tre anni fa aveva bollato il sopracitato attacco all’aereo turco come una conferma del «disprezzo del governo di Damasco per le norme del diritto internazionale», stavolta ha taciuto. Un silenzio, il suo, che però non sembra riflettere il trasparente malcontento nelle capitali occidentali per il colpo di testa dell’alleato anatolico, benchè la sua candidatura all’ammissione nell’Unione Europea sembri riguadagnare oggi qualche punto di plausibilità.

Una delle cause probabili e credibili del colpo di testa è stata indicata da Erdogan nella dichiarazione di cui sopra, accompagnata del resto da un’apposita convocazione dell’ambasciatore russo da parte del Ministro degli Esteri turco. Si tratta del bombardamento cui l’aviazione di Vladimir Putin ha recentemente sottoposto le milizie della minoranza turcomanna in Siria che partecipano alla lotta contro il regime di Assad.

Ne ha dato conto la stessa stampa russa, che per lo più esalta senza remore le imprese delle forze armate nazionali, contribuendo quindi, nella fattispecie, ad aggravare l’offesa all’orgoglio di un Paese, o quanto meno del suo attuale Governo, che si atteggia a protettore di tutte le popolazioni vicine e lontane dello stesso ceppo, quello turcomanno appunto, già in parte comprese in quell’impero ottomano che della Russia zarista, oggi in certo qual modo risorta, è stato il nemico per eccellenza.

Il  riferimento al passato vale del resto anche per un’altra minoranza, i tatari di Crimea, che tornano alla ribalta in seguito all’annessione russa della penisola, da loro osteggiata perché ritenuta peggiorativa della propria condizione rispetto all’appartenenza all’Ucraina. Già perseguitati sotto l’URSS, questi discendenti degli antichi dominatori mongoli divenuti poi sudditi dei sultani denunciano adesso discriminazioni e misure repressive che non mancano di alimentare i sentimenti antirussi in Turchia. E c’è altresì il grosso dell’Asia centrale ex sovietica per la quale, come per l’Azerbaigian, l’antico legame etnico-religioso con la principale erede dell’impero ottomano tende a sfidare quelli comunque problematici con la nuova Russia.

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