martedì, Agosto 3

Turchia-Russia, rischi calcolati?

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Mezzo secolo fa, in piena guerra fredda tra Est e Ovest, circolava una parola che faceva rabbrividire mezzo mondo, già stabilmente timoroso che in qualsiasi momento si potesse passare dal freddo al caldo. O, meglio, ricaderci una volta di più dopo solo una breve pausa, dato che la seconda guerra mondiale era finita solo pochi anni prima. E per di più, con lo spettro incombente di un inedito quanto apocalittico conflitto termonucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Quella parola era ‘brinkmanship‘, che i dizionari traducono inpolitica del rischio calcolato‘. L’aveva messa in circolazione internazionale il segretario di Stato americano John Foster Dulles, tipico campione e protagonista della guerra fredda nella sua fase più acuta, che si vantava di saper scongiurare il rischio estremo pur spingendo i suoi azzardi, come non esitava a precisare, ‘fin sull’orlo dell’abisso’. Si vantava o piuttosto si illudeva, se non altro perché poteva garantire al massimo per se stesso di sapersi tirare indietro in extremis, non certo per la controparte.

La vanteria, comunque, non venne messa alla prova, e semmai Dulles trovò un emulo in Nikita Chrusciov, il successore di Stalin che provocò brividi senza precedenti inviando missili nucleari a Cuba, ma fu subito costretto a ritirarli da John Kennedy, finendo spodestato e sconfessato dai propri successori al Cremlino, un po’ più coerenti e meno spericolati di lui nel perseguire l’obiettivo ufficiale della distensione e della coesistenza pacifica con l’Occidente.

Un debole per la brinkmanship sembra adesso ritrovato da più di un protagonista o comprimario della scena internazionale, in concomitanza con la ricomparsa dello spettro di un terzo conflitto mondiale per effetto della crisi ucraina. Se ne parla diffusamente, e con toni spesso allarmati, ora che il conflitto in Siria, in corso anch’esso ormai da anni, è sfociato nell’abbattimento di un aereo russo a opera di un altro appartenente a un Paese membro dell’alleanza atlantica.

Si tratta di una primizia dopo la fine della guerra fredda, preceduta peraltro da una lunga serie di violazioni anche solo accennate dello spazio aereo e penetrazioni più o meno furtive nelle acque territoriali di Paesi membri della NATO o neutrali da parte di aerei e navi da guerra russi. Effettuate a scopo dimostrativo e al limite intimidatorio, in minacciosa risposta alle sanzioni inflitte alla Russia da un largo schieramento occidentale, esse avevano sollevato proteste e moniti e innescato contromisure militari.

Non avevano però provocato i paventati incidenti, essendo state inscenate in aree altrimenti tranquille a differenza della Siria e dintorni. Qui invece l’intervento di Mosca nel conflitto, alla fine dello scorso settembre, non ha tardato a confermare la sua potenziale pericolosità. La Turchia, infatti, ha subito denunciato sorvoli del proprio territorio da parte di aerei russi avviati a bombardare indiscriminatamente le forze nemiche del regime di Bashar Assad. Oltre alle normali azioni di contrasto, Ankara ha minacciato ritorsioni economiche, e a ogni buon conto ha abbattuto un drone, sia pure di non accertata nazionalità.

I rapporti tra Mosca e Ankara avevano così subito un primo, serio deterioramento che sembrava tuttavia rimediabile sui punti specifici, pur ferma restando la sua ricollegabilità anche a cause più profonde e meno contingenti, ossia storiche e geopolitiche, in aggiunta al palese disappunto turco per l’intervento russo in Siria come tale. Mosca aveva praticamente ammesso alcune intrusioni promettendo di non reiterarle, e ciò nel contesto di un più ampio sforzo di concertazione e coordinamento delle rispettive operazioni belliche con gli altri Governi impegnati, più o meno attivamente e credibilmente, contro l’ISIS (o Daesh), a cominciare dagli Stati Uniti.

Accusata non solo da parte russa di qualche connivenza con i jihadisti, soprattutto iniziale ma anche perdurante in qualche misura, sotto forma tra l’altro di acquisto del loro petrolio per finanziarli, la Turchia aveva invece rafforzato la chiusura del confine per porre fine al loro uso del proprio territorio a fini bellici. Una mossa, questa, forse più convincente dell’offensiva anti ISIS dello scorso agosto, alla quale i fedeli al Califfo avevano reagito con l’attentato terroristico di ottobre, ad Ankara,  dove i kamikaze hanno fatto un centinaio di vittime, per lo più curdi ma non solo.

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