sabato, Maggio 8

Turchia – Russia: quando non si applica il diritto

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Una cosa che certamente manca, per non dire che è proibita in politica, specialmente internazionale, è l’umorismo. Ma l’ironia dei fatti certe volte colpisce almeno chi abbia un minimo di senso dell’umorismo.

Lo Stato dei demoni, dei diavoli, dei persecutori dell’Occidente e chi più ne ha più ne metta, prima viene improvvisamente accolto nel consesso ‘civile’ e poi si toglie la soddisfazione di trattare dall’alto in basso, con sufficienza condiscendente, proprio quelli che gli hanno sparato addosso per anni. Mi riferisco all’Iran, che, dopo essere stato riammesso alconsesso civile’  -ammesso che ne fosse mai uscito- dagli USA in funzione anti-ISIS (ma probabilmente per ben altri motivi e affrontando perfino un dissenso con l’intoccabile Israele) oggi si erge a Paese ecumenico e ragionevole, invitando Russia e Turchia (ma principalmente la Turchia, cioè gli USA) alla … moderazione nel recente gravissimo scontro.
Perché che si tratti di una cosa di una gravità senza precedenti è indubbio. Come è indubbio che se a qualcuno ‘saltano i nervi’ possiamo andarci a comprare un ricovero antinucleare.

Vediamo la questione prima da un punto di vista giuridico e poi, rapidamente, da quello politico. Con una precisazione: il diritto è una cosa dura, secca, è un sistema di regole, dove non si distingue tra le motivazioni di chi le deve applicare o le viola. E il diritto internazionale non è roba da educande.

Il diritto internazionale dice espressamente che ogni essere umano ha diritto di vivere in pace e sicurezza e nel pieno rispetto delle sue credenze filosofiche o religiose e che ha l’obbligo di comportarsi di conseguenza con i suoi simili: tutti, nessuno escluso mai, per nessuna ragione. Il diritto internazionale dice, inoltre, che ogni popolo, identificabile per lo più nei confini ormai consolidati da una storia spesso ad essi ostile, ha il diritto’ (o meglio la garanzia, ma il discorso sarebbe lungo) a vivere liberamente in uno Stato suo proprio o di aderire ad uno Stato esistente. Il popolo cui ciò, in qualche maniera, non sia concesso, ha diritto a ribellarsi, anche con le armi, a chi gli impedisce di realizzare quell’obiettivo: lo dice la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, lo dicono i patti sui diritti dell’uomo, lo dice la Carta islamica sui diritti dell’uomo del Cairo, lo dice la Carta araba sui diritti dell’uomo, lo dice, per farla breve, l’art. 1.2 della Carta delle Nazioni Unite. Non lo dice, invece, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, né quella interamericana. Lo dice, invece, in una forma complessa e articolata, che qui non posso spiegare, la bellissima Carta africana sui diritti dell’uomo. Le due carte, europea e americana, non lo dicono per l’ovvio motivo che in Europa e in America (qui un po’ approssimativamente) di territori sotto dominazione coloniale o altrui non ve ne sono. Altrove ve ne sono o vi sono situazioni vissute some tali.

Ciò posto, ogni Stato ha il diritto sacrosanto alla difesa del proprio territorio dall’aggressione di altri Stati o comunque di altre entità pericolose: ciò perché non soltanto gli Stati agiscono validamente sul piano internazionale, non solo gli Stati in senso tradizionale. Affermare, perciò, come molti fanno, anche ‘importanti’ commentatori, che quella tra Francia e ISIS, o tra Europa e ISIS,  non è una guerra perché l’ISIS non è uno Stato, significa dire una sciocchezza. L’ISIS, è una organizzazione politica, che è riuscita affermarsi come entità della quale tenere conto, sia perché colpisce con quello che si chiama terrorismo (ma ormai sono atti di guerra, secondo me) sia perché, nel bene o nel male, domina su quello che è un territorio identificabile e, fino a qualche tempo fa, anche in espansione, e domina su una popolazione e gestisce risorse finanziarie ingenti. Insomma, l’ISIS (o ISIL, o Da’esh) assomiglia moltissimo ad uno Stato e tanto basta al diritto internazionale, perché per il diritto internazionale, quando una entità, qualunque essa sia, si comporta e costringe gli altri a comportarsi con esso come con uno Stato, è un soggetto di diritto internazionale, magari non ancora Stato, ma soggetto sì. Pensate a un bambino a un adolescente che fino ai 18 anni è un essere umano: una persona, un soggetto di diritto, può ereditare ma deve aspettare i 18 anni per prendersi l’eredità, perché allora avrà la capacità di agire. Però, se col motorino rompe l’auto di qualcuno, è lui, responsabile anche se paga papà, ma la responsabilità, per esempio penale, è sua, non del padre. Se, invece, un cane mi azzanna, io mica querelo il cane! Il paragone è impreciso, ma, credo, rende l’idea.
Tutti, ripeto tutti, gli Stati si sono formati così. Uno dei predecessori di Francois Hollande, tal Filippo il Bello (se lo diceva lui potete crederci) fece arrabbiare come un bufalo Papa Bonifacio VIII (siamo nel 1300, sia chiaro) perché pretendeva di fregarsene del Papa e fare il re; a un certo punto, si racconta, lo prese addirittura a schiaffi, o lo fece prendere a schiaffi.
Ora, dato il modo in cui l’ISIS si forma, data la sua natura e i suoi comportamenti, se è comprensibile che la Comunità internazionale non lo consideri uno Stato accettabile -e quindi magari lo combatta-, lo fa proprio perché è un soggetto non (ancora?) Stato.
E quindi, chi dice che non siamo in guerra perché non c’è uno Stato, nasconde a se stesso e agli altri il fatto per cui la guerra essendo una situazione di fatto per il diritto internazionale, accade quando qualcuno, sia uno Stato o altro, spara addosso ad un altro con l’intenzione di fargli del male, molto male (una volta si diceva: ‘animus bellandi’, voglia di fare la guerra): ripeto gli spari addosso per fare male, non per sbaglio.

L’idea che la guerra ci sia solo dopo la regolare dichiarazione è cosa semplicemente ridicola, giuridicamente incongrua e storicamente infondata. Pearl Harbor è stata una gran porcata, ma un atto di guerra. Non mi pare che qualcuno abbia detto sussiegosamente: ‘ah no, non vale, non è mica il gioco dell’oca questo!’ I Vietcong (i guerriglieri anti USA in Vietnam del sud) hanno vinto la loro guerra e sono stati invitati a Parigi dagli USA (sconfitti) a trattare la pace. Israele dice che la Palestina non esiste, ma ha stipulato trattati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che definisce una organizzazione terroristica, che, però, viene chiamata Stato dalle Nazioni Unite. E potrei continuare. L’Ordinamento internazionale è l’ordinamento giuridico del fatto, della realtà; non esiste un ufficiale di stato civile che decide chi è uno Stato e chi no.

E dunque, quando una guerra si verifica, nasce, tra gli altri, l’obbligo e il diritto, per i contendenti e per i terzi (i neutrali) di applicare e vedere applicate certe norme particolari, create apposta per valere in caso di guerra: quelle di Ginevra del 1949 e 1977 e quelle dell’Aja redatte a cavallo del ‘900 oltre e innanzitutto alle regole del diritto internazionale cosiddetto consuetudinario. Regole che, per farla breve, tra l’altro proibiscono di ‘colpire’ i civili e di trattare i soldati nemici, o simili  -i ‘contractor’ ad esempio- da delinquenti comuni. Cose entrambe non rispettate dalla Francia e gli altri, ISIS inclusa, che, colpendo a caso città abitate o locali e stadi, massacrano inevitabilmente anche o principalmente i civili e che trattando i ‘nemici’ da terroristi (cioè delinquenti comuni) o tagliando loro la testa, non li trattano come dovrebbero e cioè da prigionieri di guerra.
Gli ‘interessati’  -e questo mi pare fondamentale-, Francia, USA, e altri, e ISIS, si dichiarano in guerra, lo hanno detto chiaramente Hollande, Barack Obama, Angela Merkel, David Cameron e perfino Matteo Renzi; io, nel mio piccolo concordo e Al Baghdadi mi pare che abbia detto lo stesso, e comunque lo ha fatto.

Dunque, punto: c’è una guerra, magari non la terza mondiale, come dice disperato il Papa, ma c’è. Ne vanno applicate le regole da tutti. È una questione di civiltà. Questa, ripeto, è una questione di civiltà: se tu non rispetti le regole io, civile, le rispetto, altrimenti è il far west, l’anarchia!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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