giovedì, Dicembre 9

Turchia, primo affondo contro l'IS

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Dopo più di due anni di atteggiamento ‘ambiguo’ della Turchia nei confronti del gruppo jihadista dello Stato Islamico, negli ultimi due giorni anche Ankara ha finalmente deciso di ‘forzare la mano’ contro i miliziani dell’IS. Lo ha fatto in risposta al recente attentato di Suruc, cittadina turca al confine con la Siria, in cui hanno perso la vita 32 giovani dopo che un kamikaze simpatizzante del Califfato si era fatto esplodere tra la folla, e lo ha fatto in grande stile.

La controffensiva si è infatti svolta sia all’interno che all’esterno della Turchia. Ieri, forze di polizia e dell’antiterrorismo turche hanno compiuto raid in 16 provincie, arrestando circa 290 individui sospettati di appartenere a varie organizzazioni terroristiche, tra cui Abu Hanzala, importante leader di al-Qaeda. Contemporaneamente, circa 5 mila agenti di polizia, con elicotteri e forze speciali, hanno effettuato irruzioni in 26 quartieri di Istanbul, in oltre 100 edifici sospettati di ospitare jihadisti dell’Isis e dei miliziani curdi del Pkk.

Nelle stesse ore, F-16 turchi bombardavano anche quattro postazioni dell’IS in Siria, aprendo il fuoco dallo spazio aereo di Ankara senza penetrare in quello siriano, uccidendo almeno 35 jihadisti. Il premier Ahmet Davutoglu, parlando oggi con i giornalisti riguardo la vicenda, ha dichiarato come «le operazioni iniziate oggi non sono un evento isolato ma un processo. La campagna contro l’IS non si fermerà» a cui ha fatto eco il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha affermato come i raid siano solo il ‘primo step’, invitando tutti i terroristi ad ‘abbandonare le armi’.

Nel frattempo, uno dei primi effetti di questa ‘svolta’ nella politica di Ankara è stata la decisione di concedere agli Stati Uniti la base militare di Incirlik, nella provincia meridionale turca di Adana, per condurre operazioni militari contro l’IS. Nello stesso tempo, secondo il quotidiano Hurriyet, negli accordi sarebbe prevista anche la creazione di una no-fly zone parziale lungo il confine tra Turchia e Siria, che dovrebbe estendersi per cira 90 km, tra le località siriane di Marea e Jarabulus, e per una profondità di 40-50 chilometri.

La creazione di questa zona, secondo le fonti, bloccherà l’avanzata dell’Is o di altri gruppi jihadisti come il Fronte al-Nusra. Saranno autorizzati a sorvolarla i jet degli Usa per voli di ‘attacco o esplorazione’, quelli della Turchia ‘quando necessario’ e quelli di altri Paesi che dovessero entrare a far parte dell’alleanza. Al contrario, sarà interdetto il volo ai jet del regime siriano che, se dovessero violare il divieto, diventerebbero obiettivo della coalizione. Sempre secondo le fonti, l’accordo Usa-Turchia non riguarderebbe invece le milizie curde che combattono contro l’Is nella regione, ma contromosse da parte di Ankara saranno possibili se queste diventeranno una minaccia.

In Libia, intanto, sono aperte tutte le piste riguardo il caso dei quattro tecnici italiani rapiti nel Paese nordafricano. Proseguono infatti su vasta scala, ma per adesso senza alcun esito, le operazioni dei servizi di sicurezza libici per localizzare i quattro tecnici italiani sequestrati domenica sera nei pressi del complesso di trattamento del gas naturale di Mellitah, nella Tripolitania occidentale, mentre stavano rientrando dalla Tunisia. A riferirlo all’AGI riferito fonti governative locali.

«Un gran numero di nostri agenti sono impegnati a tentare di stabilire dove si trovino gli italiani», hanno spiegato le fonti, «e stanno conducendo ricerche in tutta l’area dove sono stati rapiti», una sessantina di chilometri a ovest della capitale Tripoli. «Finora però», hanno concluso, «non si sono registrati progressi nè si è proceduto a effettuare arresti». Stando a indiscrezioni filtrate nei giorni scorsi, i quattro ostaggi sarebbero stati condotti in una remota zona in pieno deserto.

Dal Copasir, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica Marco Minniti fa sapere come molto probabilmente gli italiani rapiti siano «in mano a criminali che cercano un riscatto in denaro» mentre l’ipotesi dei terroristi sembra da scartare. Secondo Minniti, in ogni caso, lo scenario di un possibile scambio con scafisti, ammessa la remota ipotesi che da parte dei sequestratori emerga questa richiesta, non è assolutamente percorribile, né accettabile.

Secondo l’ambasciatore libico a Roma, Ahmed E.I. Safar, attualmente sono in corso tentativi di «distorcere e smantellare ogni reale possibilità di raggiungere una soluzione pacifica alla crisi politica nel Paese» ed alla luce di queste considerazioni invita ‘oggi più che mai’ la comunità internazionale a sostenere «il processo politico della Libia». Una Libia che continua ad essere attraversata da divisioni e violenza, e che nelle ultime ore ha assisto all’intensificarsi dei combattimenti intertribali nel sud della nazione, ed in particolare nei villaggi di Sabha, Kufra e Obari, con un bilancio complessivo di oltre sessanta vittime nelle ultime settimane.

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