venerdì, Maggio 7

Turchia, nuovo attentato ad Istanbul: 'E' il PKK'

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Torna la paura in Turchia e in particolare ad Istanbul, dove questa mattina un’autobomba (fatta esplodere con un comando a distanza al passaggio di un bus della polizia antisommossa diretto all’Università) è esplosa vicino alla fermata degli autobus di piazza Beyazit, tra l’università e il gran bazar. 12 i morti, i feriti 42, di cui tre molto gravi. Le vittime sono 7 agenti e 5 civili (uno di questi è morto in ospedale per le gravi ferite). Secondo alcune testimonianze dopo l’esplosione si sarebbero sentiti anche degli spari. Nel pomeriggio la polizia turca ha fatto sapere che ha arrestato quattro sospetti, accusati di aver noleggiato la vettura poi fatta esplodere. Per molti non è un caso che sia avvenuto un anno dopo le elezioni che hanno portato ad entrare nel Parlamento il partito curdo Hdp. E il presidente Recep Erdogan, che si è recato in visita ai feriti all’ospedale Haseki, ha accusato immediatamente dell’attentato il Pkk: «Non è cosa nuova che l’organizzazione terroristica compia attentati nelle città». Dal luglio dello scorso anno almeno sei gli attentati in Turchia, che hanno causato 200 vittime. La tattica è la stessa attutata nella capitale lo scorso 17 febbraio, quando i morti furono 28. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha condannato via Twitter il «brutale attentato terroristico a Istanbul stamattina» e ha espresso la vicinanza dell’Italia. Il presidente francese, Francois Hollande, condanna «nel modo più fermo l’odioso attentato terroristico». Vicinanza anche da parte degli USA, mentre Angela Merkel dice: «Nulla può giustificare questo orrore».

Passando alla questione migranti invece arriva il nuovo tragico bollettino dell’ONU: dal 2014 nel Mediterraneo sono morte oltre 10mila persone. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) a preoccupare è l’impennata registrata quest’anno: se infatti nel 2014 le vittime sono state 3.500, salite a 3.771 lo scorso anno, nei soli primi 5 mesi del 2016 sono già 2.814. Ad intervenire nel dibattito il ministro degli Esteri libico Muhammad al-Taher Sayala: «Come tutti sanno, la Libia è un Paese di passaggio e talvolta di destinazione dei migranti, ma non è un Paese di origine. L’Ue vuole fare accordi con la Libia affinché questi migranti tornino indietro, ma noi restiamo fermi sul fatto che debbano tornare nei Paesi d’origine, e non in quelli di transito. E’ necessario che la comunità internazionale collabori con noi nel convincere i Paesi di origine a far tornare i propri cittadini, non serve che facciamo accordi. La Libia non può accogliere tutti questi migranti poiché si rischia uno scompenso demografico». E afferma: «Stiamo dialogando con i Paesi dell’Ue e abbiamo un accordo con l’Italia in base al quale chiunque entri in Libia con un passaporto e con un visto e poi si infiltra in Europa può tornare in Libia, ma chi passa attraverso la Libia senza documenti di viaggio o senza visto non può tornare in Libia. Questo è l’accordo siglato con l’Italia e noi lo rispettiamo».

Nel frattempo al Parlamento europeo l’Alto commissario per la politica estera Ue, Federica Mogherini, ha presentato il piano Ue sui migranti e sulla partnership con l’Africa al quale ha lavorato con il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans. E proprio quest’ultimo ha parlato che il piano per il migration compact ammonterebbe a 8 miliardi nel periodo 2016-2020. Questa la cifra per la prima fase dell’intervento, mentre per la seconda fase la Commissione propone di usare per i Paesi africani la stessa formula usata per gli investimenti interni: «Possiamo replicare fuori dall’Europa ciò che è stato fatto con l’Efsi e con l’effetto leva si potrà arrivare a 62 miliardi. Ma abbiamo bisogno dell’impegno di tutti i Paesi membri e istituzioni». Inoltre sul problema migranti è intervenuta anche la Corte di Giustizia Ue, che ha ribadito: «A meno che non commetta reati, un immigrato irregolare va rimpatriato, non incarcerato».

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