sabato, novembre 17

Turchia – Nato: Bruxelles ha bisogno di Ankara ed Erdogan lo sa I rapporti della Turchia con i suoi alleati Nato sono sempre più incerti, così come il suo ruolo all’interno del Patto atlantico. Intervista a Federico De Renzi, turcologo e consigliere scientifico della rivista Mediterranean Affairs

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L’Alleanza atlantica è sempre più divisa, spaccata, polarizzata al suo interno dalla presenza di due blocchi: gli Stati Uniti e tutti gli altri. Dal suo insediamento alla Casa Bianca, e anche durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva rivolto pesanti accuse ai membri della Nato, accusandoli di non adempiere agli accordi per il budget Nato, che prevedono una spesa del 2% del pil nazionale da destinare al Patto atlantico.

Oltre alle preoccupazioni del Presidente americano, sempre più ai ferri corti con i suoi alleati europei dopo l’ultimo G7, sul tavolo di Bruxelles vi sarà in primo piano anche il rapporto tra Nato-UE, in un momento storico di grave crisi di cooperazione e unità del Vecchio Continente. Sarà proprio l’area euro-mediterraneo ed i suoi temi legati alla gestione dei migranti, alla vicinanza al Medio Oriente con i suoi scenari sempre più instabili, a tenere banco assieme ad un’altra grande questione: il ruolo della Turchia.

Dalla Siria all’Iraq, la Turchia è pronta ad aumentare la sua partecipazione all’interno delle missioni Nato. Nel 2021 sarà infatti Ankara a prendere il comando della Very High Readiness Joint Task Force, unità di brigata della Nato di 5.000 unità, costituita nel 2014. Dall’altra parte, la Turchia contribuirà anche alle missioni di addestramento in Iraq volte a migliorare l’efficienza e la capacità delle forze di sicurezza irachene nella lotta al terrorismo.

Una Turchia, dunque, sempre più cruciale per i piani Nato da una parte e che guarda est, verso la Russia, dall’altra. Già, perché l’acquisto da parte di Ankara di sistemi anti-missili russi f-400 hanno fatto storcere il naso soprattutto agli Stati Uniti, su cui pesa l’accusa dell’intrusione russa nelle elezioni americane. In un incontro bilaterale vi saranno dunque il neo rieletto Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che rimarrà in carica per altri 5 anni, e il Presidente americano Donald Trump.

La sua strategica posizione a cavallo tra Europa ed Asia, la sua presenza in Iraq e Siria, i suoi rapporti di vicinato con l’Iran fanno sicuramente di Ankara un partner imprescindibile per far avanzare gli interessi della Nato in Europa così come nel Mediterraneo. Per approfondire il ruolo della Turchia oggi, e come potrebbe evolvere a seguito di questo incontro abbiamo intervistato Federico De Renzi, turcologo e consigliere scientifico della rivista Mediterranean Affairs.

 

Quali sono gli elementi che vedono la Turchia in difficoltà con la Nato e vice-versa?

Innanzitutto la Turchia non ha mai avuto, da quando è entrata nella Nato, un ruolo autonomo all’interno dell’alleanza. Fino a due anni fa, quando c’è stata prima l’operazione Scudo Eufrate in Iraq e Ramoscello d’Ulivo in Siria poi, la Turchia non ha mai agito come membro dell’Alleanza atlantica in maniera indipendente dalle scelte di Washington. Infatti, a partire dalla sua fondazione, o quasi, almeno dalla seconda guerra mondiale la Turchia ha sempre avuto negli Stati Uniti il suo referente strategico, svolgendo sempre un ruolo di bilanciamento prima contro con l’Ucraina per esempio sul ruolo della Crimea, con la Georgia., con tutti Paesi che sostanzialmente possono dare fastidio alla Federazione russa. Sia per ragioni storiche che per ragioni politiche, la Turchia, come membro dell’Alleanza atlantica, deve disturbare la proiezione russa in difesa dell’interesse nazionale. Da quando Ankara ha avuto l’autorizzazione da oltre oceano di poter esercitare un ruolo più aperto anche nella guerra per commissione in Siria, lo ha cominciato a fare difendendo il suo interesse primario, ovvero l’annientamento della sua minaccia reale o potenziale del Pkk, e delle formazioni che vengono ritenute legate al Pkk. La Turchia ha più volte dichiarato che come membro della Nato il suo ruolo in Siria è quello di eliminare innanzitutto la minaccia del terrorismo curdo, ed è quello che sta facendo. Per quello ha fatto due operazioni militari sterminando la popolazione curda in patria, e in Siria. Se da una parte queste mosse sembrano apparentemente dettate da una volontà di essere una realtà politica e strategica indipendente rispetto alla Nato, dall’altra sono dettate dalla necessità di favorire gli interessi nazionali chiedendo qualcosa in cambio dagli Stati Uniti. All’interno della Nato la Turchia è ancora un membro fondamentale e in questo momento non si può pensare all’Alleanza atlantica senza la Turchia.

Qual è ad oggi il ruolo della Turchia all’interno della Nato?

Il ruolo di Ankara è praticamente quello che ha sempre avuto negli ultimi 65 anni, ovvero di bilanciare la potenza della Russia, soprattutto in questi ultimi 15-16 anni, da quando è salito al potere Vladimir Putin, con cui hanno ripreso una crescita nazionale, uno status di potenza almeno regionale; la Turchia deve perciò agire per contenere Mosca sia nel Caucaso che in Medio Oriente ovviamente, con la guerra in Siria e in Iraq, nonostante tutti i punti quantomeno dubbi della sua politica nella regione, soprattutto nei suoi rapporti con lo Stato Islamico, con la vendita di armi e l’acquisto di gas e petrolio dalle zone controllate dall’Isis. Anche il Mar Nero costituisce un elemento chiave per arginare la Russia in concomitanza con la situazione che c’è in Ucraina. La Turchia, come dimostra l’operazione Ramoscello d’Ulivo, è ancora lo strumento fondamentale della Nato per condurre guerre per procura, evitando così all’Alleanza atlantica di schierarsi apertamente contro la Russia, come nel caso siriano dove c’è la Turchia a farlo.

Quali saranno le richieste di Erdogan al summit Nato?

Credo che il Presidente turco chiederà maggiore manovrabilità nel quadrante siriano, nella Siria del nord, dove la Turchia ha ottenuto diversi successi e ha molti interessi. La Turchia chiederà inoltre una maggiore autonomia in campo regionale, richiedendo fondamentalmente un rinnovo dei varchi mezzi. Senza dimenticare il fondamentale riconoscimento del nuovo sistema politico che si va delineando all’interno del Paese, chiedendo alla Nato di non avere noie su come Erdogan gestisce il Paese, considerando che il 24 giugno il leader dell’Akp ha stravinto le elezioni presidenziali. Non credo ci saranno grandi problemi dal punto di vista della politica estera o interna per la Turchia in futuro dopo il vertice Nato. Anzi, credo che la Turchia verrà riconosciuta ancora di più come uno Stato che si identifica in certe scelte politiche e sociali. Anche la questione migranti diventerà un’ulteriore agenda che la Turchia vorrà gestire secondo i suoi canoni, continuando ad ‘estorcere’ denaro ad alcuni Paesi dell’Unione Europea, usandolo come moneta di scambio, ricattando fondamentalmente i partner dell’Unione Europea, soprattutto i suoi partner militari. Anche perché noi come Italia non abbiamo dimostrato di poter farci valere sia come membri dell’Unione Europea che come membri della Nato. I turchi continueranno dopo questo vertice ad usare i cosiddetti migranti, che poi sono una categoria larghissima, dai migranti economici ai rifugiati e richiedenti asilo. In Turchia li tengono come ospiti mal sopportati, non credo che ci saranno sviluppi positivi, tanto più che Ankara tornerà ad essere una Repubblica presidenziale. Le decisioni grandi le prendeva e continuerà a prenderle il Presidente, ancora di più anche su come relazionarsi con gli interlocutori stranieri, è Erdogan che sceglie la linea politica e non esiste un dibattito interno a riguardo. Nella Nato la Turchia la farà più da protagonista che in passato paradossalmente. La vera la Turchia è nella realtà incarnata dal Presidente, quella Turchia che è riuscito a creare in questi 16 anni di potere, c’è stata una vera e propria rivoluzione culturale. Tanto più che come membro della Nato ha una linea ben precisa, infatti Erdogan tirando molto la corda è riuscito ad ottenere quello che voleva. In cambio della sua permanenza all’interno dell’Alleanza, Erdogan ha chiesto qualcosa in cambio, come dimostra la sua mossa strategica di comprare missili dalla Russia per mandare un messaggio alla Nato. Inoltre, i russi continuano ad avere uno stretto legame con la Turchia, dato che al momento la prima centrale nucleare turca, ad Antalya, è in costruzione grazie ai russi. Esistono quindi degli accordi che travalicano il peso dell’Alleanza atlantica, ed è chiaro che se Erdogan continuerà ad avere quello che vuole, la Turchia continuerà ad avanzare pretese.

Come vicino dell’Iran, qual è il ruolo della Turchia rispetto all’accordo sul nucleare?

La Turchia avrà adesso una sua produzione nucleare e si è sempre dimostrata molto aperta all’accordo con l’Iran, svolgendo, soprattutto nelle prime fasi delle trattative, un ruolo fondamentale. E sarà ancora più un attore importante per il mantenimento degli accordi sul nucleare iraniano. Prima di tutto perché Ankara ha degli interessi economici grandissimi con l’Iran, infatti per molto tempo la Turchia ha costituito per gli iraniani una delle prime meta di vacanza, portando quindi molti soldi. Inoltre la Turchia ha dei significativi legami storico- linguistici-culturali con l’Iran, basti pensare che Teheran è la seconda città turcofona al mondo. Soprattutto la Turchia non vuole che un vicino come l’Iran venga troppo indebolito dalle sanzioni, perché fondamentalmente non gli conviene. La Turchia, se mai dovesse allinearsi alle sanzioni contro l’Iran, perderebbe un volume d’affari che va oltre i 300 miliardi di dollari. Da quando ha perso come partner commerciale la Russia, costretta a ridimensionare il suo partenariato con Mosca, moltissimi investimenti si sono riversati in Iran.

Che cosa comporterebbe una Nato senza Turchia?

Qualora mai la Turchia dovesse uscire dalla Nato si troverebbe isolata, perché la Russia, che non è gestita da pazzi ma da persone preparate e pragmatiche, non si accollerebbe mai la Turchia. Una mossa che non converrebbe nè alla Turchia, né agli Stati Uniti; Ankara, come membro dell’Alleanza Atlantica, ha sempre visto negli Stati Uniti il suo referente strategico. Vista anche la situazione immediata, non mi sembra che la Turchia possa creare un partenariato strategico con l’Iran e con la Russia è proprio escluso. I russi non sono impulsivi, non prenderebbero la decisione di trainare una Turchia che, a livello di difesa, non produce praticamente niente. Anche nel caso la Turchia decidesse di entrare nella SCO, la Shanghai Cooperation Organization, gli Stati Uniti non potrebbero fare altro che accettare lo status-quo, a quel punto vorrebbe dire che la Turchia verrebbe ad essere una spina nel fianco del vecchio quadrante sud della Nato. Nel caso entrasse in un’alleanza regionale, un’alleanza che in futuro, nel caso di maggiori investimenti,  potrebbe evolversi tranquillamente in una contro Nato, gli Stati Uniti potrebbero a quel punto o fare finta di niente, o agire in maniera dissennata e entrare nella situazione di ‘manu militari’. Non credo che convenga a nessuno. Non mi sembra plausibile al momento che la Turchia entri come membro nella SCO, così come non è entrato l’Iran. Non è neanche nell’interesse della Cina avere dei pesi morti, come la Turchia o l’Iran, all’interno dell’Organizzazione, almeno guardando alla spesa militare dove la Cina spende di più, seguita non dalla Russia ma dal Kazakistan. Far entrare un Paese instabile a livello internazionale come la Turchia non converrebbe né alla Cina e né alla Russia.

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