martedì, Settembre 21

Turchia, la lunga scia degli attentati 28 morti, 61 feriti nell'esplosione di ieri, ultimo episodio di una serie che crea problemi a Erdogan

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Strage ad Ankara. Nel pomeriggio di ieri una potente esplosione ha investito un convoglio militare vicino ad una base dell’Esercito nel quartiere di Kizilay, che ospita la sede del Parlamento e del quartier generale dell’Esercito. Secondo un primo bilancio, fornito dal governatore Mehmet Kilicer, è di almeno 28 morti e 61 feriti, nelle prime ore il Governo dava un bilancio di 5 morti.

Forze di sicurezza e Governo hanno subito condannato l’attacco come atto terroristico ‘ben pianificato’ visto che l’auto è stata fatta saltare mentre il convoglio militare era fermo al semaforo, nell’ora di punta serale nella capitale turca. A qualche chilometri di distanza, nel palazzo presidenziale, era in corso una riunione di sicurezza di alto livello alla presenza del Presidente Recep Tayyip Erdogan. Il Governo ha dato ordine di interrompere la diffusione di notizie sull’attentato e di attenersi ai soli comunicati ufficiali.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attentato, mentre si susseguono le accuse reciproche. Il Governo punta il dito contro i militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, ritenuto fuori legge da Ankara. Fonti della sicurezza nel sud-est del Paese, a maggioranza curda, dicono, invece, che dietro l’attacco ci sarebbe lo Stato Islamico.

«Continueremo la nostra lotta contro le pedine che effettuano tali attacchi, che non conoscono limiti morali o umanitari, e contro le forze dietro di loro, con più determinazione ogni giorno che passa», ha dichiarato il Presidente Erdogan, che ha cancellato a sua visita in Azerbaijan prevista per domani. Annullato anche il viaggio a Bruxelles del Premier Ahmet Davutoglu che avrebbe dovuto presenziare al vertice Ue di domani e venerdì sulla questione dei migranti.

Negli ultimi mesi la situazione politica della Turchia si è molto complicata e ne ha risentito parecchio la stabilità del Paese, schiacciato tra la guerra in Siria da una parte e una cronica divisione politica interna dall’altra (il 2015 è stato l’anno in cui il Paese ha attraversato una delle fasi più difficili della sua storia). Oggi Ankara affronta molteplici minacce alla propria sicurezza: fa parte della coalizione guidata dagli Usa contro lo Stato islamico in Siria e in Iraq, e negli ultimi giorni si è fatta più strenua la lotta contro i militanti curdi del Pkk nell’est del Paese, dove lo scorso luglio è crollato il cessate-il-fuoco in vigore da oltre due anni. Non va, comunque, sottovalutata la presenza di gruppi insurrezionali interni.

La principale conseguenza dell’instabilità è che, dagli inizi dello scorso anno, il Paese è stato oggetto di una raffica di attacchi che ha portato la violenza terroristica fino alle località più importanti del Paese: Istanbul e la capitale Ankara. Nelle scorse settimane sono state ripetutamente diffuse notizie su attentati sventati. Dopo tutto, le due città sono piene di luoghi che per la loro conformazione rappresentano un obiettivo sensibilissimo: pensiamo, ad esempio, al quartiere di Sultanahmet, a Istanbul, dove lo scorso 16 gennaio un attentato ha ucciso dieci turisti di una comitiva tedesca.

 

L’annus horribilis della Turchia può essere così riassunto.

La scia di sangue inizia il 6 gennaio 2015, quando un’attentatrice suicida, Diana Ramazova, si è fatta esplodere in una stazione di Polizia a Istanbul, uccidendo un ufficiale e ferendone un agente. Il Fronte Popolare dei marxisti-leninisti rivoluzionari di liberazione, organizzazione terroristica di estrema sinistra, ha rivendicato la responsabilità per l’attacco.

Il 5 giugno un attentato ha colpito una manifestazione del partito democratico filocurdo a Diyarbakır, provocando quattro morti e oltre cento feriti. L’attacco è avvenuto due giorni prima delle elezioni parlamentari e non è mai stato rivendicato.

Il 20 luglio una strage si è consumata nella località di Suruc, quando 32 persone -perlopiù attivisti in procinto di recarsi in Kobane- sono state uccise e oltre cento sono state ferite in conseguenza di un attentato suicida. L’attentatore, Seyh Abdurrahman Alagöz, era di etnia curda, originario di Adiyaman e secondo quanto riferito dalle autorità turche aveva legami con l’Is.

Il 10 agosto un’altra giornata di sangue si è conclusa con un bilancio complessivo di otto morti e 18 feriti in quattro diversi attentati. Negli attacchi sono i gruppi eversivi di estrema sinistra a comparire sulla scena, nel giorno in cui 24 sospetti membri dell’Isis sono stati arrestati in diversi raid. L’ufficio del Governatore di Istanbul aveva comunque puntato subito il dito contro il Pkk. Il Partito dei lavoratori, che ha combattuto una strenua insurrezione durata oltre trent’anni per ottenere l’indipendenza curda, attaccando spesso obiettivi militari, anche se la sua offensiva si è sempre concentrata nel sud-est del Paese, a maggioranza curda.
E’ lì che lo scorso 24 luglio Ankara ha iniziato la sua «guerra sincronizzata al terrorismo», bombardando le postazioni dell’Isis in Siria e del Pkk nel nord dell’Iraq.

L’attacco più cruento è attribuito allo Stato Islamico, e resta, comunque, quello del 10 ottobre scorso nella capitale, quando due attentatori si sono fatti esplodere durante un raduno di attivisti filo-curdi davanti alla principale stazione ferroviaria della capitale, uccidendo più di 102 persone e ferendone altre 248. La mattanza più sanguinosa nella storia della Turchia moderna, messa a segno vicino alla stazione centrale poco prima dell’inizio della manifestazione organizzata da sindacati a cui partecipavano diversi partiti d’opposizione, primo tra tutti il curdo Hdp. Ma il bersaglio in questo caso era chiaro: l’opposizione curda, i partiti e i movimenti anti-Erdogan.

Il 1° dicembre cinque persone sono rimaste ferite da un pacco bomba collocato vicino alla stazione della metropolitana di Istanbul Bayrampasa, durante l’ora di punta serale della città. Nessun gruppo ha mai rivendicato la paternità dell’attacco.
Il 23 dello stesso mese, a un gruppo riconducibile al Pkk sono stati attribuiti i colpi di mortaio esplosi all’indirizzo dell’aeroporto Sabiha Gökçen di Istanbul, che hanno causato un morto e un ferito.

Impegnata nella campagna anti-Is condotta dalla coalizione internazionale a guida Usa, la Turchia ha piazzato i suoi blindati alla frontiera con la Siria per bombardare oltre confine i miliziani curdi del Ypg, sostenuti dagli americani ma considerati da Ankara ‘terrorist’ alla stregua del Pkk.

Quali che siano responsabili, gli ultimi due attentati (Sultanahmet e Ankara) sono anche un duro colpo al Governo dell’Akp perché la Turchia aspira a dare di sé l’immagine di Paesesicuro’, classificazione dell’Unione europea che sta negoziando con Ankara per la liberalizzazione di visti ai cittadini turchi in cambio della gestione dei flussi di profughi siriani che nel Paese sarebbero ormai intorno ai due milioni.

 

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