martedì, Agosto 3

Turchia: la fine dello Stato di emergenza, il bilancio di un regime in ascesa Com'è cambiata la Turchia dopo la fine dello Stato di emergenza? Ne abbiamo parlato con Domenico Fracchiolla, professore di sociologia delle relazioni internazionale alla Luiss

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Il 19 luglio il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato la fine dello Stato di Emergenza. Due anni sono passati da quel 15 luglio 2016, giorno in cui il fallito colpo di stato turco ha cambiato il corso della storia politica turca. Oggi, la fine dello Stato di emergenza segna una fine solo formale, non certo nella sostanza. La rielezione di Erdogan a presidente turco lo scorso 24 giugno sotto il nuovo sistema presidenziale ha segnato un ulteriore accentramento di potere, se mai ve ne fosse bisogno, nelle mani del leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Un risultato annunciato nonostante le speranze di un Occidente privo di lungimiranza che confidava in una fine diversa. Invece Erdogan ha vinto e stravinto appoggiato da una gran fetta di popolazione turca che continua a sceglierlo.

C’è chi lo ha definito un finto colpo di stato, orchestrato dallo stratega Erdogan e dal suo establishment più vicino per permettere al leader turco, in carica dal 2002, di fare piazza pulita di tutti i suoi oppositori politici e civili. Il bilancio di questi ultimi due anni è sicuramente un bilancio alto, costoso sotto il profilo umano per i suoi protagonisti, vittime annunciate di una Turchia sempre meno Repubblica e sempre più regime.

Da luglio 2016 a Marzo 2018 134.144 pubblici ufficiali sono stati licenziati e 228.137 persone sono state arrestate, secondo i dati raccolti da ‘Bianet’. Una parabola autoritaria iniziata molto tempo fa “attraverso un’abile strategia messa in campo da Erdogan, in cui lo Stato di emergenza è solo la punta di diamante ma non è l’unico e neanche il più significativo dei provvedimenti presi per smantellare quella che era la tradizione laica, e liberale in alcuni aspetti, dello Stato della Repubblica turca fondata da Ataturk”, dichiara Domenico Fracchiolla, professore di Sociologia delle relazioni internazionali presso l’università Luiss.

Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu Agency, le cause registrate a seguito del tentato colpo di stato sono state 283, delle quali 106 si sono concluse solo a Marzo del 2018. 805 imputati sono stati mandati in prigione, di cui 592 condannati all’ergastolo. Epurazioni che hanno colpito non solo impiegati e professori, ma che hanno centrato il cuore del sistema istituzionale turco: l’esercito. “I militari sono stati da sempre i custodi dei valori della laicità della Repubblica, anche abusando di questo potere, un potere che andava ben al di là in quella che deve essere in una sana democrazia la commistione tra potere politico e militare, sono sempre stati al servizio della politica, completamente subordinati”, continua Fracchiolla, “nello Stato turco i militari godevano di posizioni privilegiate anche di carattere politico, istituzionale ed economico. Con la scelta del partito di Erdogan, attraverso il sistema di potere che Erdogan ha stabilito i militari hanno perso questo posizione centrale”.

Ad attrarre questa ondata di epurazioni non è stato solo il fallito colpo di Stato. Anche la politica estera turca e le sua azioni in Siria e nel sud-est del Paese contro i curdi sono ‘servite’ come pretesto per combattere il dissenso. Secondo il Ministero degli Interni turco 845 persone critiche verso l’operazione ‘Ramoscello d’Ulivo’ nel nord-ovest della Siria, nell’enclave di Afrin, sono state prese in custodia. Inoltre, accusati di ‘far propaganda per organizzazioni terroriste’, i 256 accademici firmatari della dichiarazione ‘Non saremo parte di questo crimine’ per chiedere la fine della brutale repressione della popolazione curda sono finiti sotto processo. Le sentenze di 16 di questi condannati ad 1 anno e 3 mesi di prigione sono state per ora sospese.

Ed è proprio la politica estera turca ad essere stata maggiormente sotto processo da parte dell’occidente, che in questi ultimi due anni ha assistito ad un riavvicinamento di Ankara alla Russia.  “È la politica interna che determina a seconda di quelle che sono le proprie declinazioni quella che è la stabilità internazionale del Paese”, dichiara Fracchiolla. “Qesto rapporto con la Russia di Putin è sempre stato un rapporto che va inserito nel quadro di un contesto internazionale, in una parabola, in una relazione che subisce dei flussi circolari”, continua Fracchiolla, “ci sono periodi di grandi scontri e periodi di avvicinamenti strategici, perché in realtà ci sono degli interessi che vengono a collimare. Sono Paesi naturalmente avversari. Uno slittamento della Turchia o perdita della stessa verso la Russia sono assolutamente esagerazioni”.

La fedeltà della Turchia alla Nato non sembra in discussione, e il Patto atlantico dal canto suo non sembra mettere in dubbio il modus operandi del Presidente Erdogan, almeno finchè la Turchia resterà nell’orbita occidentale. Erdogan è un abile stratega e Bruxelles ha bisogno di Ankara oggi più che mai, un compromesso a cui l’Unione Europea sembra aver abbassato il capo da tempo, come dimostra l’accordo del 2016 sui migranti in cui 3 miliardi di euro sono stati concessi alla Turchia in cambio di un ruolo da ‘poliziotto del mare’. Erdogan ha strumentalizzato il suo rapporto con l’Europa, e l’Europa glielo ha lasciato fare. All’indomani della sua prima elezione il leader dell’Akp si era presentato come il portatore di valori e di un partito che voleva idealmente avvicinarsi al Partito Popolare Europeo, svolgere all’interno del mondo musulmano il ruolo che il PPE aveva svolto nei processi di democratizzazione in Europa. Queste erano le dichiarazioni. Utilizzare le riforme richieste dall’Europa, ovvero, tra le altre, una riduzione del ruolo dei militari per indebolirli, eliminare questo sistema di sicurezza e affermare il proprio”, afferma Fracchiolla. “È vero che l’UE  ha congelato il negoziato per l’adesione ma a questo punto il negoziato non avrebbe più ragione d’essere da un punto degli standard democratici, ma da un punto di vista strategico di realpolitik è assolutamente opportuno non chiudere le comunicazioni con Ankara”.

Al già pesante bilancio che ha visto in questi due anni coinvolti professori, accademici e impiegati pubblici va aggiunto quello legato all’informazione e alla libertà di stampa, una repressione così profonda che ha fatto diventare della Turchia ‘la più grande prigione di giornalisti al mondo’. Gli account di social media investigati sono stati 45.415 e un’azione legale è stata presa contro 17.089 regolari utilizzatori di social media sempre sotto la ripetuta accusa di “favorire la propaganda e lodare organizzazioni terroristiche”. 174 organizzazioni dei media sono state chiuse e nel solo 2017, 100 giornalisti sono stati mandati in prigione. A gennaio 2018 il numero di giornalisti incarcerati è salito a 131, al momento sarebbero 127 ancora detenuti. Una chiusura della libertà di stampa che ha inevitabilmente influenzato l’andamento elettorale.

Stando ai numeri appurati un Paese che tiene in carcere un numero così importante di giornalisti pregiudica fortemente la libertà dell’opposizione, e di chi la pensa diversamente, di esprimere le proprie idee; penso che tutto questo guardando alla dinamica elettorale abbia avuto una sua conseguenza, un suo risvolto diretto. Infatti, non darei moltissimo peso ai risultati elettorali pur essendo un’espressione democratica importante”.

Con l’ultima tornata elettorale dello scorso 24 giugno Erdogan si è assicurato altri 5 anni alla guida della Turchia, un mandato che scadrà formalmente nel 2023, nel centenario della nascita della Repubblica turca. “L’evoluzione in senso presidenziale della repubblica è un’evoluzione assolutamente pericolosa”, commenta Fracchiolla, “non per la forma presidenziale ma per il modo in cui le riforme istituzionali sono state prese, per l’accentramento di potere che non conosce quel ‘check and balancing’, ovvero pesi e contrappesi che ogni democrazia presidenziale ha e deve avere per non trasformarsi in un regime autoritario e dittatoriale. Ma Erdogan si sta muovendo lungo questo crinale”. Oltre al futuro istituzionale della Turchia continuerà a rimanere in bilico il rapporto con l’Europa, sorretto da un sottile filo i cui continui tiri e molla potrebbero presto farlo spezzare. “Il rapporto di Erdogan con un’Europa debole e ricattabile lo ha sicuramente agevolato nelle sue politiche e nei suoi piani. Quello che la UE non dovrà fare e non sta facendo è continuare i negoziati per l’entrata della Turchia”, chiarisce Fracchiolla. ”Sicuramente, l’Europa dovrà investire su un maggior controllo di come Ankara spende i fondi destinati all’accordo sui migranti, un miglioramento necessario per la politica europea verso Erdogan in quanto la UE non può piegarsi alle richieste del ‘Sultano’, perché i Paesi membri dell’UE devono e dovranno continuare ad essere democrazie consolidate con economie di mercato dove si rispettano i diritti umani.

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