mercoledì, Giugno 23

Turchia – Iran: l’ incontro di Baku Ne parliamo con Merve Calimli, docente di Relazioni Internazionali presso la Istanbul Bilgi Üversitesi.

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Qual è il ruolo della Turchia, oggi, nella regione?

Possiamo analizzare il ruolo della Turchia su due dimensioni, in modo da poter capire bene come il suo ruolo sia cambiato. La primavera araba è un punto di svolta per la regione, e anche per la politica estera turca. In primo luogo, nel periodo pre-primavera araba, la Turchia ha agito come un attore regionale benigno, concentrandosi sul suo soft power basato sull’interdipendenza economica, i legami culturali e l’identità comune. Ankara, così, ha approvato il suo ruolo di “modello di democrazia” per la regione. In secondo luogo, con l’inizio delle rivoluzioni arabe, è stato criticato l’aspetto ‘settario’ della politica estera turca, specialmente quando la Turchia ha appoggiato Mubarak in Egitto e il cambio di regime in Siria (sostenendo in tal modo l’opposizione prevalentemente sunnita). Nel contesto attuale, il ruolo principale della Turchia è quello di contribuire al ripristino della sicurezza regionale e assicurare un processo di dialogo siriano senza la partecipazione dell’Unità di Protezione Popolare, Yekîneyên Parastina Gel, People’s Protection Units – YPG, ovvero la milizia a maggioranza curda nel nord della Siria. L’integrità territoriale siriana e irachena sono due elementi di primaria importanza per garantire l’immediata sicurezza alle frontiere e contrastare ulteriori minacce alla sicurezza. Pertanto, la Turchia attribuisce grande importanza al processo intergovernativo nella stabilizzazione della regione attraverso il dialogo nazionale siriano, che è anche importante per rivendicare il ruolo attivo della Turchia nella regione, così da rassicurare la sua sicurezza regionale.

Quale quello dell’Iran?

Il ruolo dell’Iran nella regione si può definire poliedrico, ed è composto da sicurezza, dimensioni economiche e politiche, e fattori legati alle ideologie, dal momento chela politica estera iraniana è guidata dall’emancipazione sciita. Quindi, il sostegno dato alla Siria non è affatto una sorpresa, dal momento che l’Iran ha svariati interessi nel farlo, e si è rivelato essere il principale stakeholder. Nonostante si trovasse di fronte ai bassi prezzi del petrolio e alle sanzioni internazionali, l’Iran è diventato un attore regionale chiave.

Si può affermare che tra i due Paesi vi sia una ‘simpatia’ reciproca?

Il caso della Siria, e l’incontro di Sochi dimostrano che l’Iran – tanto quanto la Russia – svolge un ruolo importante nel riavvicinamento con la Turchia. Ankara e Tehran, oltre a essere vicini geograficamente, sono partner commerciali, ma allo stesso tempo anche rivali strategici. Entrambi hanno due visioni diverse della leadership mediorientale – la Turchia sostiene una visione a maggioranza sunnita e orientata al mercato, mentre l’Iran sostiene una teocrazia sciita autoritaria dove lo Stato è rispettivamente coinvolto nell’economia. L’attuale ravvicinamento, quindi “simpatia”, è reazionario e rappresenta una necessità contestuale per entrambi gli Stati per assicurare i propri interessi geo-strategici ed economici.

I due ministri degli interni, iraniano e turco, hanno firmato il 15 dicembre un documento congiunto che sigilla la loro collaborazione nel contrastare il terrorismo, l’immigrazione clandestina e il narcotraffico. Come verrebbe strutturata e realizzata questa collaborazione? E come va letta, secondo lei, secondo una chiave di lettura strettamente geopolitica?

Possiamo interpretarlo come una conseguenza e un riflesso della visita di Erdoğan in Iran. Sappiamo un obiettivo di Erdoğan (e del capo dello Stato maggiore, Hulusi Akar) riguarda il contrasto al terrorismo e il mantenimento della sicurezza sulle frontiere. Possiamo, quindi, presumere mediante questo documento comune che la ‘securitizzazione’ è un elemento collaborativo anche sul piano domestico-regionale, prestando particolare attenzione all’antiterrorismo.

Secondo lei, Turchia e Iran possono essere definiti due Paesi chiave nella regione?

Secondo me si. Ovviamente non sono i soli, nella regione vi è  il dominio statunitense, le aspirazioni russe.  Considerando, però, le questioni economiche, politiche, culturali e di altro tipo discusse sopra, la Turchia e l’Iran sono potenzialmente due attori regionali che possono sfruttare la sicurezza regionale e l’interdipendenza economica.

Da un lato la Turchia usa l’’arma’ migranti contro l’Unione Europea, dall’altra l’Iran spaventa sempre di più Israele e Arabia Saudita, insieme al suo braccio destro Hezbollah. Si può forse affermare che Iran e Turchia sono I due attori che più premono sui Paesi regionali e le potenze esterne, e che quindi determinano le loro rispettive politiche estere?

I migranti, essendo strumento di politica volto a incrementare il soft power, non solo hanno rafforzato la politica estera turca, dando ad Ankara l’immagine di Paese impegnato a difendere la causa umanitaria, ma hanno anche ridefinito le relazioni tra Turchia e l’UE. “I migranti” rappresentano una leva importante e molto potente, la quale spinge l’Unione Europea a riposizionare la Turchia, considerandola più come partner strategico, anziché  candidato membro dell’UE. Allo stesso modo, l’Iran possiede gli strumenti utili a ‘giocare duramente’ contro Israele e Arabia Saudita. Questi aspetti hanno acquisito molta importanza, in assenza di stabilità e sicurezza regionale, e hanno dato alla Turchia e all’Iran un margine di manovra. Sono fattori da prendere in considerazione quando altri attori, come gli Stati Uniti e la Russia, determinano le loro politiche nella regione.

Secondo alcune fonti, c’è il rischio che, dopo aver annunciato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, Washington e’ pronta a un’escalation contro l’Iran? Lei cosa ne pensa?

A seguito dell’annuncio di Donald Trump, I cui gli USA riconoscevano Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, e il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, hanno condannato fortemente Washington. Nonostante l’importanza del dialogo e dell’ammonizione sottolineata, l’Iran si è anche concentrato su l’unità delle nazioni islamiche, la quale vede come Paese leader l’Iran, un ruolo che gli appartiene anche nel processo di pace in Medio Oriente.

E’ possibile una escalation?

L’escalation dipende da quali parti saranno attivamente coinvolte nel riavvio del processo di pace. Alcune fonti sostengono che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita potrebbero avere un piano. In tal caso, sono diffidente su come l’Iran potrebbe reagire, e credo che le politiche settarie metterebbero Iran e Arabia Saudita l’ una contro l’altra. Basta pensare, ad esempio, alla forte critica mossa dall’Iran nei confronti di Riyadh per il maltrattamento della minoranza sciita presente in una provincia orientale saudita ricca di petrolio, o anche all’esecuzione del religioso sciita saudita Nimr al-Nimr. Questi due temi hanno creato una crisi diplomatica tra Riyadh e Teheran nel Gennaio 2016

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