domenica, Settembre 19

Turchia: il Diyanet potente e ingombrante field_506ffb1d3dbe2

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A gennaio, la Turchia ha approvato una legge che rinnova la carta didentità rilasciata ai suoi cittadini, eliminando sia la distinzione cromatica per uomini e donne (rispettivamente blu e rosa) sia l’indicazione della religione di appartenenza.
La riforma ha a che fare con le procedure di adesione all’Unione Europea, ma risponde anche alle istanze di una parte della cittadinanza turca che ha sempre lamentato come l’indicazione della confessione di appartenenza sia discriminatoria, sia per chi è registrato come non musulmano (come i cristiani), sia per chi è forzosamente registrato come musulmano sunnita e non lo è (come gli aleviti).

Ma la questione della carta d’identità non è che la punta dell’iceberg. La discriminazione nei confronti di quei cittadini turchi che non professano lIslam sunnita è molto più profonda.

La Presidenza per gli Affari Religiosi (Diyanet İşleri Başkanlığı) è un’istituzione facente capo all’Ufficio del Primo Ministro istituita dall’articolo 136 della Costituzione della Repubblica turca, nel 1924.
Il Diyanet, come viene comunemente chiamato, si occupa, però, solo di Islam sunnita e non delle minoranze religiose presenti in Turchia, quindi non rappresenta né le comunità ufficialmente riconosciute, come i cristiani o gli ebrei, né quelle clandestine, come gli aleviti o gli sciiti (entrambi musulmani), oppure gli atei, nonostante contribuiscano a finanziarlo pagando le tasse al pari degli altri cittadini turchi.
L’istituzione controlla la vita religiosa della Turchia. Essa assegna gli imam alle moschee e redige i sermoni del venerdì.

Nel corso degli ultimi dieci anni circa, il Diyanet si è gonfiato a dismisura sino a raggiungere dimensioni che molti ritengono ipertrofiche.
Infatti, dal 2003 al 2013 budget e personale sono raddoppiati e il suo campo d’azione si è allargato, divenendo sempre più pervasivo e allargando i suoi protocolli di collaborazione fino a fornireservizi religiosi a ministeri come quello per la Famiglia e le Politiche Sociali, quello della Gioventù e dello Sport, quello della Giustizia, quello della Saluta e quello dellIstruzione.
Tutti questi dicasteri impiegano esperti in materia di religione, gli imam, in vari ruoli. Per esempio, se assegnati agli ospedali si occuperanno di psicologia e di consulenze relative a questioni spirituali e religiose.

Ora, senza voler necessariamente negare il contributo che questi professionisti della religione portano a chi usufruisce dei loro servizi, è indubbio che una presenza così diffusa ponga numerosi interrogativi.
Il primo, e più ovvio, è quello della liceità di un servizio finanziato dal Governo, ma disponibile solo per un gruppo, quello dominante.
Una seconda preoccupazione, anch’essa più che legittima, riguarda l’islamizzazione dellapparato statale e in particolare del settore dell’istruzione. Le lezioni di religione obbligatorie nelle scuole medie e superiori sono state criticate dalla Corte europea per i Diritti Umani -senza sortire alcun effetto. Gli aleviti, che sono ufficialmente considerati musulmani sunniti, non possono richiedere che i figli ne siano esonerati.
La terza questione è quella dei legami tra il Diyanet e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del Presidente Recep Tayyep Erdoğan.
Lo stesso Erdoğan si è diplomato in una scuola religiosa e di certo non fa mistero della sua devozione  -anzi, ci sono momenti in cui la vicinanza con Allah è ostentata per accrescere il culto personale del leader. A febbraio, ha decantato l’importanza delle scuole islamiche Imam Hatip e ha rivendicato: «Il nostro obiettivo è una generazione devota».
Ma se nell’era Erdoğan la religione, o meglio, l’Islam sunnita, sembra aver consolidato il suo dominio sulla politica, potrebbe essere vero anche il contrario.

Il Diyanet è diventato uno strumento nelle mani dellAkp, un’istituzione indistinguibile dall’establishment politico e funzionale al suo rafforzamento. Dalle moschee, molti imam entrano nell’arena politica facendo propaganda per il partito.
Così il Diyanet diventa una presenza sempre più ingombrante, è anche sempre più sottoposto allo scrutinio pubblico.
Nel 2015, il Diyanet venne sottoposto ad aspre critiche per via delle spese pazze dell’uomo a capo dell’istituzione, Mehmet Gormez (in carica dal 2010). Gormez avrebbe acquistato una costosissima Mercedes, ristrutturato la sua residenza e comprato una Jacuzzi alle spese dello Stato.
Ma lo scandalo più grave è esploso quando un utente anonimo ha posto una domanda sconcertante sul sito del Diyanet: il desiderio di un padre verso la sua stessa figlia inficia la validità del matrimonio dell’uomo? L’ancor più sconcertante risposta è stata che sull’argomento esistono opinioni discordanti, indicando che per alcuni il desiderio incestuoso non ha effetti sul matrimonio. Apparentemente, la risposta del Diyanet  -successivamente rimossa- si dilungava in dettagli inquietanti ed è stata percepita dal pubblico come un’autorizzazione all’incesto e alla pedofilia.
Travolto da un’ondata di incredulità e indignazione, il Diyanet ha negato di aver legittimato l’incesto e la pedofilia e ha annunciato di aver avviato un’indagine interna per chiarire «l’increscioso incidente», chiudendo il sito per «prevenire abusi».

Questo è senz’altro l’episodio più significativo registrato, ma i pareri religiosi controversi emessi dal Diyanet riguardano altre questioni come i rapporti e gli atteggiamenti leciti o meno in una coppia di fidanzati, il matrimonio tra una donna musulmana e un nonmusulmano o laborto.
Malgrado le proteste di cittadini comuni, associazioni, imam dissidenti e membri dell’opposizione, il Diyanet come l’Akp sembra superare agevolmente i momenti critici per proseguire imperterrito e ostinato lungo un percorso già tracciato.

 

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