domenica, Settembre 19

Turchia, escalation di violenze

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Il clima è incandescente e si respira tensione nell’aria. La Turchia sembra proprio aver perduto quell’equilibrio, seppur precario, che la salvava dalle turbolenze del Medio Oriente. Dopo l’attentato di ieri mattina a una caserma di polizia di Istanbul, nel quartiere di Sultanbeyli, oggi è arrivata la rivendicazione del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. L’organizzazione terroristica lo ha annunciato sul proprio sito, facendo anche i nomi dei suoi tre militanti morti nell’attacco e durante un successivo scontro a fuoco con le forze di sicurezza turche. Per il presidente Recep Tayyip Erdoğan si preannuncia, dunque, un autunno caldo, ma c’era da aspettarselo, e forse le mosse strategiche che il Primo Ministro ha compiuto dopo l’attentato a Suruc, al confine con la Siria, servivano proprio a riaccendere lo scontro con la componente curda del Paese. Almeno è questo quello che sostengono alcuni analisti, ma sta di fatto che in Turchia si è innescata un’escalation tale da destare l’attenzione dell’Unione Europea. «Chiediamo che si fermino le violenze» ha detto la portavoce della Commissione UE, Maja Kocijancic. «Abbiamo seguito gli attacchi avvenuti in Turchia. Sono deplorevoli. La Commissione UE presenta il suo cordoglio alle vittime e alle famiglie delle vittime. La UE condanna ogni atto di terrorismo ed esprime la sua solidarietà al Governo e alla popolazione turca» ha sottolineato ancora Kocijancic nel corso del briefing a Bruxelles.

Intanto Erdogan deve fare i conti anche con la situazione politica. Dopo l’incontro avvenuto ieri tra i leader dei due partiti che hanno ottenuto la più alta percentuale di voti nelle scorse elezioni, l’AKP e il CHP, sembra che ci siano buone possibilità di formare una coalizione che governi la Turchia. Il premier ad interim Ahmet Davutoglu, segretario del partito della giustizia e dello viluppo (AKP) e il repubblicano Kemal Kilicdaroglu (CHP) non sono ancora giunti a un accordo, ma hanno lasciato aperte le porte alla prospettiva di creare un’alleanza. I prossimi incontri sono previsti il 13 e il 14 agosto, ma non è ancora detto che la fase di dialogo sia conclusa, dato che solo la settimana scorsa il segretario repubblicano Kilicdaroglu ha accusato apertamente il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan, di «ostacolare in ogni modo la formazioni di una coalizione vanificando gli sforzi di Davutoglu» che, invece, starebbe lavorando per un Governo di lunga durata. Di tempo non c’è n’è molto. La costituzione turca, infatti, prevede un termine di 45 giorni a partire dal conferimento del mandato esplorativo, per la formazione di una coalizione. E poiché Erdogan ha conferito il mandato a Davutoglu lo scorso 9 luglio, se entro il 23 agosto non ci sarà una coalizione la Turchia tornerà alle urne. Secondo alcuni analisti e molti leader dell’opposizione, Erdogan vorrebbe proprio tornare a votare e le tensioni con il PKK sarebbero lo spunto per indebolire l’HDP, il partito curdo che alle scorse elezioni ha ottenuto ben 79 seggi. In questo modo, punterebbe a ottenere la maggioranza assoluta per poter cambiare la costituzione e rafforzare il sistema presidenziale attraverso il riconoscimento di poteri esecutivi in capo al Presidente della Repubblica.

L’instabilità della Turchia è certamente dovuta a fattori interni, ma non sono pochi i risentimenti della situazione nella confinante Siria, dove l’Isis continua a spadroneggiare. Sono almeno 25 i ribelli morti in un attacco sferrato nella notte dagli uomini di al Baghdadi contro una roccaforte degli insorti a Marea, città situata lungo una strada che collega la parte orientale di Aleppo proprio al confine con la Turchia. Lo hanno riferito su Twitter gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, un gruppo vicino all’opposizione con sede in Gran Bretagna. «Negli scontri» ha precisato l’Osservatorio «almeno otto miliziani dell’Is sono rimasti uccisi, inclusi quattro attentatori kamikaze che si sono fatti saltare in aria azionando le loro cinture esplosive». Intanto, per provare a mettere ordine nell’intricata situazione siriana, Russia e Arabia Saudita hanno concordato sulla necessità di portare avanti misure concrete per ristabilire un dialogo tra le autorità siriane e l’opposizione. A parlarne è stato il Ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, dopo il suo incontro oggi a Mosca con l’omologo saudita, Adel al-Jubeir. «Abbiamo deciso di continuare con misure concrete, che abbiamo concordato, volte a preparare le condizioni ottimali per la ripresa del dialogo tra il governo e tutta l’opposizione siriana sotto l’egida dell’inviato speciale delle Nazioni Unite», ha detto Lavrov in conferenza stampa, pur ammettendo che Russia e Arabia Saudita continuano ad avere alcune divergenze per quanto riguarda le modalità concrete per raggiungere una soluzione. Nella conferenza stampa di stamattina, inoltre, Jubeir ha detto che nel futuro della Siria non ci sarà posto per Bashar al-Assad, da sempre invece appoggiato dal Cremlino. Saranno necessari ancora nuovi incontri prima di arrivare a una soluzione univoca, ma intanto il Paese continua a sgretolarsi: sotto le bombe, per mano dei ribelli e per volontà dello Stato Islamico.

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