mercoledì, Dicembre 1

Turchia: Erdogan e il terrorismo La strategia del 'Sultano' accerchiato tra difficoltà interne e un quadro esterno per nulla previsto

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Dal punto di vista interno le cose per Erdogan non vanno meglio. L’economia è passata da una crescita del 9,2 % nel 2010 a circa il 3% nel 2014, inoltre, il Presidente turco preoccupa i moderati a causa del suo crescente autoritarismo. Sospetti di corruzione sul Governo e sulla famiglia presidenziale alimentano la sfiducia verso l’AKP e minano l’immagine del Presidente.

Queste difficoltà interne si sono materializzate nelle elezioni di giugno 2015, dove Erdogan sperava di ottenere i due terzi in Parlamento, ma il risultato è stato che l’AKP non è riuscito nemmeno ad avere la maggioranza assoluta, mentre il Hdp (Partito democratico del popolo) ha ottenuto il 13%. Hdp è un partito di sinistra riformista con un alta connotazione curda, avente come leader Selahattin Demirtas. Questo risultato ha messo in crisi il difficile equilibrio nelle trattative tra AKP e il Pkk di Abdullah Ocalan nel percorso di riconoscimento del presidenzialismo di Erdogan e l’autonomia richiesta da Ocalan. Il riconoscimento di Ocalan come interlocutore nella questione curda era funzionale ad un indebolimento del Hdp all’interno dei confini turchi. Il risultato elettorale di giugno ha, però, messo in discussione questa strategia.

In questo quadro Erdogan si è trovato stretto in una morsa derivante da una delegittimazione interna e da chiusure esterne verso gli attori più affini.

Per uscire da questa crisi Erdogan ha attuato, negli ultimi mesi, una strategia molto rischiosa, ma chiara per alcuni realisti delle relazioni internazionali, giocando il tutto per tutto all’interno della questione ISIS.

La Turchia è un Paese membro della Nato e dovrebbe essere uno degli attori principali nella guerra al Califfato Nero, ma la sua azione principale è stata fino ad ora bombardare le basi curde del Pkk, considerati da alcuni come i veri combattenti anti-ISIS. Questo ha portato Erdogan ha essere visto da molti come un collaborazionista dello Stato Islamico. Ma in realtà quello che ha cercato di fare il Presidente turco è alimentare un sentimento nazionalista interno, attraverso anche prove di forza verso il Hdp, contro i curdi in modo da mettere il partito Hdp all’angolo e riacquistare consensi tra le forze nazionaliste.
Questa strategia sembra avergli dato ragione, dato che il 1 novembre si sono svolte le elezioni anticipate e il partito AK ha ottenuto 316 seggi su 550, riacquistando la maggioranza assoluta, riacquistando il consenso interno necessario per legittimare Erdogan agli occhi della comunità internazionale.

Legittimazione necessaria nel tenere testa a Vladimir Putin in un momento dove il contrasto Mosca – Ankara è mantenuto a livelli molto elevati da entrambe le parti, tanto da far saltare anche l’accordo per la costruzione del Turkish Stream. E’ evidente: qualsiasi sia la risoluzione della questione siriana – ISIS inciderà in maniera rilevante sulle future prospettive di Ankara.

Ad oggi, la Turchia non è ancora riuscita a trovare interlocutori importanti al di fuori dei vecchi partner occidentali e lo scontro con la Russia di Putin ne è stata la dimostrazione. Dal lato economico, c’è qualche accordo con il Qatar, ma non sembra che questo possa essere il trampolino di lancio per il rilancio delSultano’ nello scacchiere Mediorentale. Mosca ha accusato Ankara che il recente incidente aereo sia servito ad un riavvicinamento con Washington. Se la Turchia si riallineasse completamente con gli Stati Uniti nella guerra al terrorismo, nella definizione degli assetti futuri potrebbe essere uno degli attori a cui attribuire maggiori benefici. Le incognite e i fattori negativi da questa prospettiva restano comunque diversi, dalla risoluzione della questione curda al ruolo dell’Iran, ma si sa, in politica tutto è possibile.

 

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