martedì, Aprile 13

Turchia: Erdogan e il terrorismo La strategia del 'Sultano' accerchiato tra difficoltà interne e un quadro esterno per nulla previsto

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Fino al 2013 la Turchia era guardata con molto interesse da analisti e governanti occidentali per la posizione politica che aveva assunto in Medioriente e per le potenzialità a cui aspirava. La visione che la Turchia poteva e voleva esprimere erano esplicitiate nel libro ‘Profondità Strategica‘ scritto qualche anno fa da un professore universitario di Istanbul, poi Ministro degli Esteri e oggi Primo Ministro, Ahmet Davutoglu. L’obiettivo era portare la Turchia ad essere l’attore regionale mediorentale per eccellenza, attraverso una strategia di soft power definita ‘zero problemi con i vicini’, supportata da una visione dello Stato moderno attraverso una visione moderata dell’Islam, una crescita economica senza precedenti e una posizione geografica ideale per diventare il centro delle relazioni politiche e economiche tra est e ovest.
Sulla base di queste prospettive molti Stati e analisti considerarono un errore la posizione di Bruxelles di non far entrare la Turchia all’interno della Comunità Europea, in quanto le sue prospettive di crescita economica erano allettanti per molti Paesi e l’estensione europea sarebbe arrivata fino al Medioriente. Qualche anno fa la Turchia era ritenuto un Paese solido economicamente e affidabile politicamente.

Sta per chiudersi il 2015, e la Turchia in ragione della sua ambiguità nella lotta al terrorismo, l’utilizzo di metodi autoritari per risolvere le questioni interne e il suo arresto economico, ha generato una certa dose di diffidenza verso Paesi occidentali. Anzi, da molti analisti il comportamento di Recep Tayyip Erdogan è stato giudicato addirittura ‘folle’.
In realtà, il comportamento del leader turco e del suo partito è stato influenzato dai cambiamenti interni e da quelli avvenuti negli Stati mediorentali.

I cambiamenti esterni più significativi che hanno influenzato lo status turco sono riconducibili ai risvolti che ha preso nei vari Paesi la Primavera Araba. Con la caduta dei dittatori di Egitto, Tunisia e Libia e la salita al potere in Egitto della Fratellanza Musulmana, le aspirazioni della Turchia erano di costruire un asse sunnita, il quale, oltre che politico, doveva essere anche un area di scambio economico e svilupparsi tanto da poter innalzare la Turchia, forte dell’alleanza con Egitto e Tunisia, a super attore dell’area Mediorentale. Purtroppo per il Governo di Ankara, il 3 luglio del 2013 con la caduta del Governo egiziano targato Muḥammad Morsi sono cadute anche le probabilità per un possibile asse sunnita moderato nel Mediterraneo, oltre ad un espansionismo economico su cui Erdogan puntava molto.

La strategia ‘zero problemi con i vicini’ aveva portato la Turchia ad avere rapporti economici con i Paesi confinanti, arrivando a vedere l’export con la Siria quadruplicato dal 2006 al 2010. Forte dei suoi rapporti economici la Turchia era vista da molti come l’attore fondamentale per la risoluzione della questione siriana. Ovviamente Ankara ha sempre lavorato per una risoluzione del conflitto attraverso la caduta di Bashar al-Assad e una qualche specie di Governo a guida sunnita.

E’ evidente che la caduta dei Fratelli Musulmani, così come la resistenza di Assad, sono dovute all’impegno di altri due attori regionali, Arabia Saudita e Iran. Questa situazione ha dimostrato a Ankara che Teheran e Ryad sono attori regionali difficilmente scavalcabili quando si tratta di interessi importanti. L’indebolimento in politica estera della Turchia non è stata per gli Stati Uniti un fattore del tutto negativo, in quanto il gigante a stelle e strisce preferisce avere degli alleati affidabili in Medioriente ma con limitati margini di manovra, rispetto ad un partner che possa incidere significativamente negli equilibri dell’area e l’appoggio indiretto di Washington al Governo dei militari in Egitto va in questa direzione.

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