lunedì, ottobre 22

Turchia: elezioni, la sfida di Erdogan Una vittoria probabile, una sconfitta (im)possibile

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Qui il punto fondamentale. Se Erdogan riuscisse a ottenere il 50% + 1, sarebbe eletto subito presidente. Qualora non riuscisse, andrebbe al ballottaggio, previsto per l’8 luglio, con l’ altro candidato più votato. Quest’ ultimo potrebbe essere Muharrem Ince o Meral Aksener, entrambi dati in grande ascesa dai sondaggi che non danno, invece, per certa la vittoria al primo turno di Erdogan il quale risentirebbe, ad esempio, dei problemi economici: il deficit delle partite correnti ha raggiunto il 6% del PIL; l’ inflazione tocca l’ 11%; la lira ha perso più del 20% rispetto al dollaro dall’ inizio dell’ anno e questo ha fatto sì, dopo le iniziali resistenze di Erdogan, che la Banca centrale turca intervenisse, con un rialzo record dei tassi di interesse (oltre 300 punti base).

A questo, va aggiunto che la disoccupazione supera il 10% e il dato non migliora soprattutto quando si fa riferimento ai giovani, considerando che la metà della popolazione turca non supera i 30 anni e che quest’anno sono oltre 1.585.000 i neo-elettori. I giovani sono perlopiù disinteressati alla politica, partecipando solo attraverso l’ esercizio del diritto di voto. Se, a seguito delle proteste di Gezi Park, anche nelle elezioni del 2015, era stato soprattutto il partito filo curdo HDP, insieme all’ MHP, ad intercettare le istanze dei giovani, sferrando un importante colpo ad Erdogan, chi lo farà questa volta? Non va dimenticato, poi, che sono soprattutto i giovani, quelli non ancora imprigionati, ad essere preoccupati per quanto riguarda l’ occupazione e il futuro.

Se, da una parte, Aksener potrebbe, in virtù del suo ultranazionalismo, contendere voti al Reis, ma non quello dei curdi, Ince, dall’ altra, dovrebbe contare sull’ appoggio di tutte le altre forze politiche sue alleate (ha già incassato il sostegno dell’ Aksener in un ipotetico secondo turno contro Erdogan), curdi compresi. E questo potrebbe non essere così scontato anche perché l’ AKP risulta forte in molte province a maggioranza curda. In entrambi i casi, l’ Alleanza Nazionale ha promesso che si schiererebbe unita a fianco del candidato che ha ottenuto più voti.

Qualora la maggioranza parlamentare non dovesse rispecchiare l’ esito delle elezioni presidenziali, si potrebbe andare incontro ad una forte instabilità che lascerebbe ben poche alternative a nuove elezioni. Quel che appare certo è che chiunque dovesse vincere, dovrebbe far fronte alla necessità di un importante rilancio dell’ economia, in particolare in un momento di calo di fiducia da parte dei mercati internazionali.

Di sicuro l’ esito elettorale non potrà non avere dei riflessi nella politica estera e nei rapporti con l’ Occidente, in particolare con l’Unione Europea, principale partner commerciale, la NATO, fondamentale dal punto di vista della sicurezza nazionale e gli Stati Uniti.  Con la prima, le relazione si sono fatte più tese, in particolar modo a partire dal golpe del 2016 a causa dello stato d’ emergenza con le conseguenti purghe nei confronti di militari, giornalisti, dipendenti pubblici. Il regime di Erdogan ha accusato più volte Paesi come la Germania di proteggere alcuni cospiratori, non nascondendo insofferenza per l’ incostanza nel dialogo per l’ ingresso nell’ Unione. «La Turchia ha ottemperato ai suoi obblighi di Stato-candidato ma non possiamo continuare questo processo da soli. Anche l’Ue deve fare la sua parte, a cominciare dal mantenere le promesse fatte», ha sostenuto ad inizio anno il presidente turco, specificando che «l’Ue blocca l’accesso al negoziato e lascia intendere che la carenza di progressi dipende da noi. È ingiusto. Come lo è che alcuni Paesi Ue avanzino per noi opzioni diverse dall’adesione Desideriamo la piena adesione all’Ue. Altre opzioni non ci soddisfano». Per questo – specificava il presidente – «ci aspettiamo che l’Ue rimuova il più presto possibile ogni ostacolo artificiale alla nostra adesione, assumendo un approccio costruttivo. L’adesione della Turchia non può essere sacrificata a calcoli di politica interna».

In seguito alle tensioni con l’ Italia per via del blocco della nave ENI a largo delle coste di Cipro, ma, ancor più, per l’ aumento degli attriti con la Grecia, nella sua relazione, la Commissione ha osservato come la Turchia si sta allontanando dai valori europei, restringendo i diritti e le libertà fondamentali, comprimendo lo spazio d’ indipendenza della magistratura.

Nonostante il nulla di fatto del vertice di Varna con il presidente della Commissione UE Juncker e del consiglio europeo Tusk,  Erdogan da due anni, a fronte di sei miliardi ricevuti (3 ogni anno) da Bruxelles,  gestisce la spinosa emergenza dei rifugiati: oltre 3milioni e 800mila sono quelli ospitati sul territorio turco anche se in condizioni difficili. «Un vero successo in merito all’assistenza umanitaria in Turchia, che ha cambiato la vita di oltre 1,1 milioni di rifugiati» lo ha definito il commissario europeo per gli Aiuti umanitari Christos Stylianides. L’ accordo, però, sarebbe, secondo alcuni media internazionali, nelle mire del nuovo esecutivo italiano che vorrebbe bloccare il finanziamento che l’ UE ha deciso di destinare ad Ankara.

Sul finire di maggio, è stato reso noto che, sebbene nell’ ambito del piano annunciato di riduzione degli attuali 25 ministeri a 15, qualora venisse riconfermato alla presidenza, Erdogan abolirà il ministero per gli Affari Europei, che verrà accorpato a quello degli Esteri. La delega ai rapporti con Bruxelles sarebbe poi probabilmente affidata a uno dei 4 vicepresidenti che il possibile neo-confermato presidente vorrebbe nella sua eventuale prossima amministrazione. Ciononostante, come si legge nel manifesto elettorale presentato dall’ Akp, «la Turchia rafforzerà ulteriormente le sue relazioni politiche ed economiche con diverse entità regionali, e in particolare con l’Ue».

Con la NATO e soprattutto con Washington, l’ attrito si è venuto a creare in seguito alla decisione di Ankara, nel 2017, di acquistare un sistema di difesa missilistica S-400 dalla Russia. L’ intesa con Mosca prevede l’ acquisto di due batterie, la prospettiva di una futura cooperazione tecnologica nell’ ambito dello sviluppo dell’ S-400 in Turchia. Lunedì, il Senato degli Stati Uniti ha approvato il progetto di bilancio per la difesa per il 2019, che prevedrebbe la cessazione della partecipazione della Turchia al programma di produzione dell’F-35: il timore di alcuni senatori riguarderebbe l’eventuale cessione di tecnologia del caccia a “paesi terzi”. Una minaccia è stata definita tale decisione dal vicepremier turco Bekir Bozdag mentre secondo il premier, Binali Yildirim, ne ha parlato affermandone la contrarietà alla partnership tra i due Paesi.  Tuttavia, nella giornata di ieri, la compagnia americana Lockheed Martin ha tenuto a Fort Worth in Texas una cerimonia per il trasferimento del primo caccia turco e il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, ha rassicurato che comunque gli aerei arriveranno in Turchia nel 2020, una volta completati i corsi di addestramento per i piloti turchi negli Stati Uniti.

«Quella degli Stati Uniti nei confronti della Turchia è una posizione assolutamente sbagliata, visto che Ankara è un alleato strategico della NATO, può trasformarsi in una perdita per loro», ha detto Erdogan. Infatti i terreni di scontro tra i due Paesi non finiscono qui: come dimenticare la questione ‘Gulen’, in esilio in Pennsyilvania, considerato dal presidente uscente la mente del fallito colpo di stato e per questo è stata più volte chiesta la sua estradizione; il verdetto di colpevolezza emesso da una corte di giustizia americana nei confronti del banchiere turco Mehmet Hakan Atilla, dirigente della banca statale turca Halkbank, accusato di aver aiutato l’Iran ad evadere le sanzioni statunitensi; la detenzione in Turchia del pastore americano Andrew Brunson, accusato di attività terroristiche; il sostegno all’ accordo sul nucleare iraniano, da cui l’ Amministrazione Trump ha fatto uscire unilateralmente gli Stati Uniti;  la cooperazione americana con le Unità di protezione del popolo curdo (YPG) e il dialogo privilegiato di Ankara con Mosca e Iran, in relazione al dossier ‘Siria’, dove Erdogan vuole allargare la sua sfera di influenza che, dopo Afrin, arrivi a toccare la Rojava orientale contro i curdi dell’ YPG che hanno fronteggiato i jihadisti dello Stato Mambij.

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