venerdì, Agosto 19

Turchia: economia nella morsa di politica e cultura Il Paese è nel mezzo di una crisi finanziaria le cui cause sono da ricercare all'interno della politica e delle motivazioni e modalità di crescita dell'economia

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La lira turca ha toccato il picco di 15 TL per eurolo scorso 23 novembre. Il tasso di cambio è sempre stato in crescita negli ultimi anni, a testimoniare chel’economia turca non è mai stata in equilibrio finanziario, in questo periodo, però, adesso ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi.
Era accaduto in forma ridotta anche nell’agosto del 2018, quando la lira ebbe un’impennata nel tasso di cambio da 5.5 a 7.5 lire per euro, cifre meravigliose in confronto alle attuali. Ma se all’epoca molte cause erano di carattere internazionale, oggi le ragioni della crisi sono in sostanza da collocare all’interno dell’economia e della politica turca.

Partiamo dalla crisi innescata dal Covid-19. La pandemia ha colpito l’economia di tutto il mondo, ed in particolare ha portato ad una forte uscita di capitali dai Paesi emergenti, oltre che alla caduta dei consumi domestici. Ma questa uscita di capitali è stata più grave in Turchia che negli altri Paesi emergenti, come riportato dal Turkey Economic Monitor della Banca Mondiale dell’aprile 2021, a causa dell’alta inflazione e alla politica monetaria troppo permissiva. Osserviamo, quindi, come le politiche adottate in Turchia, già allo scoppio della pandemia, non fossero efficaci per soddisfare le necessità di stabilità economica.

La caduta della domanda interna e l’arresto delle attività economiche hanno imposto alla Turchia politiche fiscali espansive, che però, a differenza di molti altri Paesi, non sono andate a stimolare direttamente la domanda con spesa pubblica, ma sono state in prevalenza politiche in favore del credito. Vi è stato un vero e proprio boom del credito tramite deregolamentazioni e politiche permissive, supportate dalle banche statali del Paese e da garanzie sui crediti. In particolare, le banche statali hanno fornito oltre il 50% del nuovo credito in favore di imprese e consumatori. Tutto questo è stato supportato anche da una politica monetaria che, come accennato sopra, era molto espansiva ed ha immesso moltissima liquidità nel sistema per gran parte del 2020.

Possiamo dire che queste politiche hanno ottenuto il risultato sperato. Infatti, la Turchia ha registrato un +1.8% di crescita del Pil nel 2020, seconda solo alla Cina tra i Paesi del G20. Sempre leggendo il report della Banca Mondiale, notiamo che la crescita, avvenuta soprattutto nella seconda metà del 2020, è stata trainata proprio dai consumi,stimolati dal boom del credito e seguiti da una consistente crescita anche nelle esportazioni e negli investimenti. Inoltre, la domanda interna è stata fortemente stimolata con un deficit pubblico contenuto al 3.4% sul Pil, grazie ad un forte aumento delle tasse indirette innescate dalla ripresa.

Questa forte crescita ha, però, anche acuito le criticità dell’economia turca, in particolare portando l’inflazione al 25% alla fine del 2020. Il forte stimolo fiscale e monetario deve fare i conti con un’economia che non riesce a venire incontro a tutte le richieste della domanda di mercato, molto elevata e stimolata dal credito. L’alta inflazione aggrava anche il problema del deprezzamento della lirache già stava subendo un declino a causa dell’uscita di capitali. Perciò, nel 2020 la lira turca ha perso circa il 25% del suo valore rispetto all’euro.
Il problema si fa ancora più delicato se si nota che la Turchia è un Paese importatore, per cui la svalutazione della lira porta ad un’ulteriore inflazione di ritorno con le merci estere.

Di conseguenza, la Banca Centrale Turca aveva avviato da agosto 2020 delle politiche monetarie restrittive, che hanno avuto un’accelerazione soprattutto dalla nomina a governatore di Naci Ağbal a novembre 2020. Tali politiche hanno alzato il tasso di interesse dall’8% al 19% in pochi mesi, contrastando la caduta della lira turca. Inoltre, sono state utilizzate anche le riserve in valuta straniera per supportare la domanda e il valore di lire turche sul mercato.

Dunque, in una situazione di forte inflazione e svalutazione della moneta, la Banca Centrale aveva avviato un procedimento corretto, benchè forse un poco ritardatario. Ma è a questo punto che le fragilità dell’economia subiscono anche i problemi interni al sistema politico e culturale turco.

Il governo turco ha sempre contrastato le politiche monetarie restrittive ed è sempre stato nemico dell’aumento del tasso di interesse. In questo disprezzo per il tasso di interesse entra in gioco anche la cultura religiosa e conservatrice della maggioranza al potere, che lo vede come un peccato (in Turchia molti conti correnti non danno tasso di interesse su richiesta dei correntisti, ad esempio). Questa cultura ha preso sempre più spazio e legittimazione al governo e al momento sta diventando un nuovo credo economico, con teorie anti-scientifche sui fattori di crescita inflazionistica.

Ma, sicuramente, oltre ai fattori culturali, il Presidente Recep Tayyip Erdogan punta tutto sulla crescita, come mezzo di successo elettorale e per attrarre di nuovo i capitali dall’estero. Erdoğan ha costruito il suo successo politico grazie alla crescita economica della Turchia, che negli ultimi 10 anni ha avuto tassi medi del 5% di aumento del Pil. Per questo, il governo spera anche di aumentare le esportazioni tramite la svalutazione della lira e, quindi, non sembra vedere i problemi a lungo periodo di una inflazione in corsa.

Per queste ragioni, benchè la Banca Centrale avesse iniziato un programma di stabilizzazione dell’economia, questa direzione è stata interrotta nell’arco del 2021. A marzo, infatti, Naci Ağbal è stato sostituito su ordine del Presidente Erdogan, con la chiara intenzione di cambiare la direzione della politica monetaria. In un giorno la lira turca ha perso il 9.3% di valore.

In seguito, la Banca Centrale ha però cercato di rasserenare i mercati comunicando a più riprese che avrebbe mantenuto una politica di stabilità dei prezzi. Di conseguenza, nonostante una continua svalutazione della lira turca, abbiamo assistito a mercato abbastanza calmi. In questi ultimi due mesi, però, la Banca Centrale, su pressione del governo, ha abbassato i tassi, come tutti temevano, dal 20% al 16%. Pochi giorni fa l’ultimo taglio, che ha innescato il picco negativo della lira rispetto all’euro.

Dopo quasi due anni di crisi pandemica, le riserve di moneta estera della Banca Centrale sono quasi azzerate e l’unico strumento di contrasto all’inflazione e alla svalutazione rimane proprio il tasso di interesse. Ma qui purtroppo emergono i problemi interni della Turchia. L’economia turca è in crescita, ma una crescita derivata da un forte stimolo creditizio, che pone problemi di ordine finanziario e stabilità notevoli. In questo quadro, gli strumenti di politica monetaria rimasti sono contrastati dal governo e, di conseguenza, si pongono serie preoccupazioni per la sostenibilità della crescita turca nei prossimi anni, oltre ai problemi sociali derivanti dall’iperinflazione.

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