domenica, Luglio 25

Turchia e Israele: è vero riavvicinamento? Il fattore energetico alla base della normalizzazione dei rapporti

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Uno degli sviluppi più interessanti nel quadro delle relazioni all’interno del Medio Oriente è sicuramente il riavvicinamento tra Ankara e Tel Aviv, dopo gli ultimi anni segnati dalla tensione.

Negli anni Novanta, i rapporti tra Turchia e Israele erano ottimi. I due Paesi svolgevano esercitazioni militari congiunte e il volume di scambi commerciali rifletteva il clima di collaborazione sul fronte sicurezza. La relazione restò stabile anche durante i primi anni del Governo Erdoğan (eletto nel 2003), e fino al 2009.

Molti ricorderanno l’intervento del Primo Ministro turco durante il Forum Economico Mondiale di Davos che ebbe come bersaglio privilegiato l’allora Presidente israeliano, Shimon Peres. Erdoğan accusò lo Israele di essere uno Stato criminale, uno Stato assassino, di fronte a un Peres impassibile e a un moderatore che invano cercava di arginare la piena della sua invettiva.

«In realtà,» spiega Matteo Colombo, ricercatore ISPI, «questo evento si spiega alla luce del generale riorientamento della Turchia. Nel 2009, entra in scena Ahmet Davutoğlu [allora, Ministro degli Esteri e oggi Primo Ministro], padre della politica ‘zero problemi con i vicini‘. È un momento in cui la Turchia cerca di riavviare i rapporti con i Paesi arabi. In questottica, porsi in contrasto con Israele poteva avere un senso».

Desideroso di guadagnarsi un ruolo di spicco sullo scenario mediorientale, Erdoğan si erse a leader musulmano campione e protettore dei fratelli musulmani, quindi anche dei Palestinesi, e nemico implacabile dei loro nemici. Velleità che il giornalista di ‘Haaretz’, David Rosenberg, chiama ‘disegni neo-ottomani’.

Ad ogni modo, Ankara annulla le esercitazioni congiunte e i rapporti si fanno sempre più tesi fino a raggiungere il punto di rottura. Il 31 maggio 2010, la Gaza Freedom Flotilla, una flotta di sei navi che si proponeva di rompere il blocco israeliano su Gaza, venne attaccata dalle forze israeliane (in acque internazionali). Gli scontri sulla nave turca Mavi Marmara, portarono alla morte di 10 attivisti, tutti cittadini turchi. La Turchia ritirò l’ambasciatore ed espulse quello israeliano.

«La cosa interessante,» precisa Colombo «è che i dati commerciali di quel periodo dimostrano che linterscambio non solo continua ma incrementa. Aziende israeliane operano in Turchia e viceversa. Nonostante la retorica ostile sposata da Erdoğan, i rapporti non si sono mai davvero interrotti, quanto meno sul piano commercialee sembra che ci siano stati contatti anche tra i due eserciti».

I segnali di disgelo, dunque, non sorprendono troppo gli analisti. Da dicembre, Ankara e Tel Aviv hanno cominciato a parlare di ristabilire i rapporti diplomatici e si rincorrono le voci sulla riaperture delle rispettive rappresentanze. Come mai questa svolta e come mai proprio adesso? Colombo propone un’analisi su due linee di ragionamento: «la prima ragione è che la politica estera turca sostanzialmente è fallita». Le Primavere Arabe hanno interrotto il disegno di Ankara di porsi come interlocutore costruttivo e arbitro neutrale sullo scenario regionale. Non solo, le sue posizioni lhanno messa in chiaro contrasto con altri attori regionali.

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