mercoledì, Dicembre 1

Turchia: auto-golpe? assioma indimostrato field_506ffbaa4a8d4

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Pur guidando una coalizione internazionale contro l’Isis, gli Usa continuano comunque a rifornire di armi i cosiddetti ‘ribelli moderati’, sebbene quelle armi siano più volte ricomparse in mano a gruppi come al-Nusra. Quale crede che siano i veri obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti e dalla Russia in Siria? A cosa è dovuta la discesa in campo di Mosca nel complesso scenario mediorientale?

A pochi mesi dalla fine del secondo mandato, Obama si trova di fronte alla scelta più difficile della sua Presidenza: deciderà di scendere a compromessi con Putin, rinnovando l’intesa contro la minaccia jihadista stretta con la Federazione Russa dopo l’attentato del World Trade Center, pur d’infliggere un colpo mortale all’Ansar al-Dawla al-Islamiyya, oppure abbandonerà la Casa Bianca senza aver affrontato quella che egli stesso ha definito ‘la più terribile minaccia che pesa sull’Occidente’? I perduranti tentennamenti di Obama a premere con decisione sugli oppositori di Bashar al-Assad, sulla Turchia, sulle altre potenze sunnite, per agevolare il proseguimento dell’offensiva russo-siriana in direzione di Aleppo e al-Raqqa, rischiano di minare la possibilità di dare una risposta globale alla minaccia del Daesh e di debellarlo in Libia. La mancata intesa tra Mosca e Washington ha finora impedito di ostacolare la penetrazione dello Stato Islamico, dalle aree calde dell’Africa settentrionale e occidentale all’Europa meridionale, e non ha consentito agli Stati Uniti di recuperare la loro credibilità nei confronti di una Russia, rivelatasi maestra nel ristabilire la sua influenza nel mondo arabo. Ora, dopo la visita di Kerry a Mosca, le cose potrebbero mutare. Ma la mia sfiducia su Obama e sul suo più probabile successore (Hillary Clinton) non mi fa ben sperare. Paradossalmente il cambiamento potrebbe arrivare invece con Donald Trump, al quale, in un modo o in un altro, però, sarà impedito, io penso, di entrare nella studio ovale della Casa Bianca.

 

Della guerra in Ucraina, altro fronte su cui la Russia è particolarmente impegnata ed esposta, non si parla praticamente più, nonostante la crisi   -che vede il coinvolgimento diretto di potenze nucleari e tira direttamente in ballo la collocazione strategica dell’Europa- non sia affatto alle spalle. Lei, che è stato uno degli studiosi italiani più attenti alla spinosa questione, ritiene che siano maturi i tempi per elaborare una soluzione condivisa del problema-Ucraina? Quale rapporto ritiene occorra istituire con la Russia?

La soluzione è dietro l’angolo, a condizione che Washington obblighi Kiev a ottemperare agli accordi di Minsk2.  Anche questa speranza mi pare, tuttavia, destinata a restare inesaudita. Nel recente vertice NATO di Varsavia (8-9 luglio 2016), gli Usa, sfruttando il revanscismo anti-russo di  Polonia, Romania, Repubbliche baltiche, hanno addirittura accentuato la loro politica di confronto/scontro con Mosca che sta provocando una profonda spaccatura all’interno dell’Alleanza atlantica e dell’Unione Europea. La coalizione, nata il 4 aprile 1949, è, infatti, attualmente divisa tra Stati favorevoli a riprendere e, se possibile, incrementare il dialogo con la Russia e ad avviare con essa una cooperazione idonea a contrastare la minaccia dell’islamismo militante (Italia, Francia, Germania, Ungheria, Grecia) e altri (Regno Unito, Turchia, Paesi del vecchio blocco socialista, Nazioni scandinave e dell’Europa settentrionale) che considerano la Federazione Russa un potenziale nemico da contenere e possibilmente da spodestare dal suo status di Big Power. Molto recentemente, però, Londra si è smarcata da questa posizione oltranzista, con una dichiarazione del nuovo Foreign Secretary, Boris Johnson, che ha sottolineato la necessità di avviare, il prima possibile, un processo di appeasement con la Russia.

 Eugenio Di Rienzo

Barack Obama si appresta a concludere il suo secondo mandato presidenziale, ponendo fine ad un’esperienza politica rispetto alla quale i giudizi sono contrastanti. Di sicuro, l’elezione di Obama ha suscitato enormi speranze. Ritiene che il suo operato sia stato all’altezza delle aspettative? Quale giudizio esprime su candidati attualmente in lotta per prendere il suo posto a novembre?

Il primo Presidente afro-americano, avventatamente insignito 2009 del Premio Nobel per la pace con la motivazione di «aver contribuito con i suoi sforzi straordinari a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli», lascia in eredità al mondo un mucchio di macerie. Obama, comunque, non è stato né il «re fannullone», né il «Presidente pacifista», né l’amletico «realista riluttante» della politica internazionale, come hanno sostenuto molti commentatori, superficiali o interessati. Né tantomeno, l’inquilino della Casa Bianca è stato il decisore di buona volontà, tradito, nella crisi libica, dalla malafede dei suoi alleati europei: immagine che la narrazione auto-apologetica dei suoi due mandati vorrebbe accreditare. Le debolezze e l’apparente irragionevolezza della sua strategia internazionale riflettono, invece, perfettamente, le linee portanti della politica estera americana e le ambizioni di edificare un ordine mondiale unipolare. La rottura con la Russia per il controllo dell’Eurasia, che ricalca ad litteram il canovaccio illustrato da Brzezinski nel 1997, fa parte di questo copione. Esattamente come l’abbandono del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e di conseguenza dell’Europa mediterranea e balcanica al loro destino, rientrano nel progetto del «World Order» statunitense. Un progetto che vede nella crescita economica, militare, demografica, finanziaria della Cina il suo principale avversario a medio termine. Per vincere questa partita, Washington è determinata a sbarazzarsi di un ipotetico ‘nemico alle spalle’, come la Russia, fingendo di ignorare che l’offensiva tattica di Putin in Ucraina nascondeva, in realtà, una difesa strategica, perché Mosca, dopo il dicembre 1991, indebolita sul piano economico e demografico e di conseguenza neppure lontanamente paragonabile all’Unione Sovietica per quello che riguarda la potenza del suo apparato militare-industriale, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Sempre per guadagnare la posta di questo nuovo ‘grande gioco’, Obama si è dimostrato pronto a depotenziare il fronte sud della NATO e a condannare l’arco di crisi che va dal Levante alla Libia agli orrori di un conflitto interreligioso interminabile e i suoi alleati agli effetti destabilizzanti che il terrorismo e le incontrollate e incontrollabili ondate migratorie di massa stanno provocando. Tutto ciò costituisce per il Presidente americano un prezzo accettabile, se questo costo consentirà alla superpotenza atlantica di concentrare in Estremo Oriente il grosso delle sue forze in attesa dell’Armageddon che dovrà a opporla a Pechino. Uno scontro, che se si verificherà, dovrà essere rubricato anche come la conseguenza della strategia dell’«american pivot to Asia» inaugurata proprio da Obama tra 2010 e 2011. Sui possibili inquilini della Casa Bianca, infine, sarò molto sintetico, limitandomi a dire che trovo molto più rassicurante Trump della signora Clinton. E purtroppo, questa, non è una battuta.

 

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