mercoledì, Dicembre 1

Turchia: auto-golpe? assioma indimostrato field_506ffbaa4a8d4

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Alcuni addetti ai lavori hanno avanzato l’ipotesi che vi sia un collegamento tra il tentato golpe e il recente cambio di registro varato da Erdoğan, con la riconciliazione con Israele e le scuse ufficiali alla Russia per l’abbattimento del Sukhoi dello scorso settembre. Non è probabilmente un caso che il Ministro dei Trasporti di Ankara abbia accusato Washington di aver appoggiato il colpo di Stato e che il Primo Ministro abbia chiesto formalmente agli Usa di estradare il potente Fetullah Gülen. Crede che vi sia un legame tra il tentato golpe e la svolta nel conflitto in Siria ed Iraq a seguito dell’intervento.

Il significato internazionale del golpe e del suo fallimento è tutto nei pezzi di un puzzle che è difficile ma non impossibile far combaciare. Proverò a elencarli.

– Nelle ultime settimane di giugno, Ankara inizia una sorprendente manovra di accostamento verso i suoi più conclamati avversari (Israele, Siria, Russia), mirata apparentemente a porre i presupposti dell’attacco finale contro le roccaforti dello Stato Islamico, sganciandosi dalla fedeltà all’alleanza sunnita (Arabia Saudita, Emirati del Golfo, Giordania, Egitto). Secondo alcune fonti, durante i colloqui con la diplomazia russa, Erdoğan non solo si è scusato ufficialmente per il proditorio abbattimento del Sukhoi Su-24, avvenuto nel novembre 2015 nel cielo siriano, ma avrebbe anche offerto a Mosca una base aera in territorio siriano per permetterle di intensificare l’offensiva contro Daesh.

– Il 13 luglio, il Segretario di Stato John Kerry raggiunge Mosca per sottoporre a Putin il programma di una «close military coordination» contro il Califfato che potrebbe trasformare, con un colpo di bacchetta magica, la Russia da «Public Enemy Number One» in Europa orientale, a principale alleato nel Levante. Nel momento del golpe, Kerry è ancora a Mosca e mi pare impossibile che non ci sia stata una consultazione con il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, su quello che stava accadendo ad Ankara e Istanbul. E se questa consultazione fosse avvenuta invece nei giorni precedenti?  Se, insomma, il vero obiettivo della missione di Kerry fosse stato quello di preavvertire il Cremlino di ciò che si preparava a ridosso dei confini meridionali della Federazione Russa, per spuntare un suo assenso (a determinate condizioni) per un colpo di Stato ispirato, incoraggiato o anche soltanto tollerato dagli Usa?

– Nelle prime ore dell’alzamiento tutte le capitali NATO tacciono, invece di fornire solidarietà e sostegno militare al Governo turco, loro alleato, che ha a disposizione il più forte apparato militare della coalizione atlantica e che controlla il cruciale pivot geostrategico che si estende tra Europa, Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale. Il silenzio è rotto da Kerry, alle 1,00 del 16 luglio, dopo l’inizio del fallimento dell’alzamiento,  con un messaggio televisivo in cui si sostiene, senza se e senza ma, Erdoğan e il suo regime. Alle 1,20, è lo stesso Obama a ripetere quando detto da Kerry. Alle esternazioni Usa si accodano,  mezz’ora dopo, Angela Merkel, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, l’ineffabile Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione Europea, per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Poi è la volta di altri Premier europei e come, fanalino di coda, del nostro frastornatissimo Matteo Renzi. Putin, che anche questa volta, presumo, uscirà come il solo vincitore da questo «dirty affair», prende le distanze da tali esternazioni e si limita ad auspicare che si possa evitare un bagno di sangue.

– Nei giorni successivi Erdoğan mette sotto accusa Washington.  Reclama l’estradizione per alto tradimento di Fetullah Gülen, che molti anche in Europa ritengono l’ideologo del golpe,  aggiungendo che «il Paese che sarà al fianco di Gulen non potrà più contare sulla nostra amicizia». Arresta il comandante della base aerea di Incirlik, utilizzata dall’U.S. Air Force nei raid contro l’Isis, per connivenza con i golpisti, chiude lo spazio aereo della base, la priva di energia elettrica e la rende così temporaneamente inutilizzabile ai cacciabombardieri americani. Forse il nuovo Sultano non ha dimenticato che la, un tempo autorevole, rivista ‘Foreign Affairs‘, ora divenuta una sfiatata cassa di risonanza del Dipartimento di Stato,  aveva pubblicato a fine maggio un articolo intitolato ‘Turkey’s next military coup‘. Certo, Erdoğan, ricorda bene che nelle ore più concitate del putsch, quando la popolazione aveva cominciato a scendere in piazza contro i golpisti, la rete statunitense ‘Nbc‘ propagandava la notizia d’improbabili fughe del Premier turco nei cieli di mezza Europa, evidentemente forgiata ad arte per scoraggiare la mobilitazione dei suoi sostenitori. Nel farlo, ricordiamolo, l’emittente aveva citato a sostegno fonti militari statunitensi.

– Da quasi due anni Barack Obama non considera più la Turchia come l’attore militare, in grado di tenere a bada la Russia nel cruciale quadrante strategico del Mar Nero, e di costituire l’anello forte dell’alleanza sunnita, grazie alla quale Washington ipotizzava di poter ridisegnare la carta politica del Medio Oriente. Progressivamente Erdoğan è apparso, infatti, un alleato militarmente potente, sì, ma scomodo e pericoloso, perché il progetto neo-ottomano del Premier turco di estendere l’egemonia del suo Paese sull’antico Impero della Casa di Osman, dai confini dell’Iran alla Siria all’Africa settentrionale, all’Asia centrale, si è configurato sempre più come l’ambizione inconsulta di un «mad dog» che manovrava, senza controllo e senza bussola, su uno dei più tormentati archi di crisi dello scenario mondiale.
Sostituire, però, Ankara con un’altra Potenza non è facile, prova ne è l’insuccesso della Casa Bianca di fare della Romania la nuova ‘sentinella del Mar Nero’, finanziando direttamente e indirettamente il riarmo della flotta di Bucarest. Un cambio di regime in Turchia può essere sembrato, alle ‘teste d’uovo’ del Dipartimento di Stato, la sola soluzione accettabile per riguadagnare il controllo sul Medio Oriente su cui si è affacciata, con grande successo, l’iniziativa militare e diplomatica di Mosca.  Una reggenza militare, da affidare magari ai comandanti della II armata e della III Armata, molto vicini alla NATO e al Pentagono (anch’essi imprigionati nella mattina del 16 luglio, con l’accusa di aver favorito il golpe), poteva essere, infatti, la carta vincente per uscire da una situazione di rischiosissima impasse.

Questi i pezzi del puzzle che sicuramente i Vostri Lettori de L’Indro sapranno mettere insieme. Per quello che mi riguarda, vorrei soltanto aggiungere che se il golpe fallito ha scatenato una terribile stretta contro l’opposizione turca, un colpo di Stato riuscito avrebbe gettato ineluttabilmente la Turchia nel pieno di una guerra civile, con conseguenze incalcolabili sul già precario stato di salute dell’equilibrio globale.

 

Come crede che si evolveranno le cose in Turchia dopo il fallito golpe?

Posso azzardare solo qualche ipotesi. Forse -ma vorrei sottolineare questo ‘forse’-, Erdoğan riuscirà a rafforzare il suo potere all’interno, dopo aver decapitato le uniche forze di opposizioni veramente temibili. Più complessa e difficile sarà la sua posizione all’esterno. La ripresa dei rapporti con Tel Aviv e Mosca non saranno sufficienti a mettere in sicurezza la posizione internazionale del suo regime, perché la Federazione Russa è ora una potenza con cui la Turchia confina in Siria, nel Kurdistan occidentale da cui provengono le più forti minacce alla sua integrità territoriale. Erdoğan, infatti, non ha ricevuto nessuna assicurazione, né dagli Usa né dalla Russia, che non si formi uno Stato curdo-siriano, capace di attrare nel suo seno i curdi dell’Anatolia sud-orientale, dove la guerriglia del Pkk imperversa contro le forze di Ankara. Inoltre, la Turchia dovrà vedersela con uno dei suoi più antichi nemici storici (l’Iran) che, dopo la fine delle sanzioni, ha aumentato enormemente la sua importanza sullo scacchiere regionale. Certo Erdoğan cercherà, come sta già facendo da più di un mese, di giocare di sponda tra Washington, Berlino e Mosca, gettando sul tavolo delle trattative il peso imponente dell’apparato bellico turco, la presenza nel territorio turco di un ingente potenziale atomico NATO e la delicatissima e urgente questione dei migranti, ma non è detto che questo gioco d’azzardo abbia successo nei tempi lunghi.  Prima o poi, si sa, tutte le vecchie volpi finiscono in pellicceria.

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