lunedì, Maggio 17

Turchia, attentato a Istanbul: 'Kamikaze era dell'IS'

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La Turchia e Istanbul tornano a vivere l’incubo attentati. Nel cuore della zona turistica un kamikaze si è fatto saltare poco dopo le 9 facendo strage di turisti tedeschi vicino alla moschea Blu e a quella di Santa Sofia. Si parla per il momento di 10 morti, 9 arrivavano dalla Germania e uno dal Perù, e 15 feriti. Dopo qualche ora di attesa, è poi arrivata la conferma: l’attentatore era un uomo dell’IS, si chiamava Nabil Fadli, cittadino siriano, nato in Arabia Saudita. Ad affermarlo il premier turco, Ahmet Davutoglu, ha detto che «le vittime sono tutte straniere». Nelle ore precedenti ad Ankara la polizia turca aveva arrestato 16 presunti terroristi dello Stato islamico (Is), di cui ben 15 siriani, che preparavano attentati di alto profilo contro edifici pubblici.

Cordoglio è stato espresso dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel«È necessario intervenire al più presto contro il terrorismo internazionale che ha mostrato il suo brutto volto a Istanbul, Parigi, Ankara, in Tunisia e dobbiamo agire in modo deciso contro questo». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha confermato invece che fra le vittime ci sono anche dei turchi. A lanciare il suo messaggio anche il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg: «Condanno in modo forte l’attacco terroristico di Istanbul. Tutti gli alleati della Nato sono uniti nella lotta contro il terrorismo». Mentre il premier francese, Manuel Valls ha detto in maniera lapidaria: «E’ una guerra».

Sul tema del conflitto siriano (e non solo) parla invece in una intervista esclusiva rilasciata al quotidiano tedesco ‘Bild’ Vladimir Putin. Il presidente apre ad un possibile asilo in Russia al presidente siriano Bashar al-Assad, qualora fosse costretto a lasciare il proprio Paese: «E’ stato sicuramente più difficile garantire asilo a Snowden in Russia di quanto sarebbe nel caso di Assad». Ma ogni discorso, afferma Putin, è prematuro: «Prima la popolazione siriana deve potere votare e poi vedremo se Assad dovrà lasciare il suo Paese se perderà le elezioni. Assad ha commesso tanti errori nel corso di questo conflitto, ma il conflitto non sarebbe mai diventato così grande se non fosse stato alimentato dall’esterno, con armi, soldi e combattenti».

Il presidente russo ha quindi ribadito il sostegno di Mosca a Assad: «Non vogliamo che la Siria finisca come l’Iraq o la Libia», e conferma che il presidente siriano «non combatte contro la sua stessa popolazione, ma contro coloro che agiscono in modo armato contro il suo governo». E aggiunge: «Questo non significa che in Siria vada tutto bene o che Assad stia facendo tutto bene». E sui rapporti freddi con la Turchia dopo l’abbattimento del jet al confine con la Siria, Putin dice: «Spero vivamente che eventi del genere non crescano in grandi conflitti militari. Ma se gli interessi e la sicurezza della Russia vengono minacciati, la Russia resisterà. Tutti lo devono sapere. La Turchia fa parte della Nato, ma non è stata attaccata. La Nato quindi non deve proteggere la Turchia ed i nostri problemi con la Turchia non hanno niente a che fare con l’appartenenza alla Nato di quel Paese».

Sempre in Siria, primi rifornimenti di medicine e cibo sono arrivati da lunedì in tre località assediate, tra le quali Madaya, dove le immagini di persone denutrite nei giorni scorsi hanno fatto il giro del mondo. A portare gli aiuti la Mezzaluna rossa, ma basteranno per circa un mese. Intanto nuove stragi di bambini sono segnalate nella provincia di Aleppo. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), 9 sono morti in un raid aereo russo su una scuola, insieme a diversi loro insegnanti, mentre altri 3 sono stati uccisi da colpi di mortaio sparati da insorti. Nel frattempo si avvicina il 25 gennaio, giorno in cui delegazioni del governo e delle opposizioni torneranno a Ginevra per cercare una soluzione politica al conflitto. Il coordinatore della rappresentanza dei gruppi anti-governativi, Riad Hijab, è stato ricevuto oggi a Parigi dal presidente Francois Hollande, che ha ribadito come Bashar al Assad «non può avere un ruolo» nel futuro della Siria. Hijab invece ha ricordato che le opposizioni «non possono negoziare con il regime mentre forze straniere bombardano il popolo siriano».

Altro conflitto ancora nel limbo quello in Yemen. I colloqui di pace, in programma il 14 gennaio, sono slittati a dopo il 20 gennaio. Ad affermarlo il portavoce dell’Onu Ahmad Fawzi. La data del 14 gennaio era stata fatta, «ma credo che non sia più all’ordine del giorno». L’inviato speciale dell’Onu per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, è già nella regione per alcuni colloqui e trovare una data precisa. Mentre dall’Iraq arriva la notizia che due giornalisti locali sono stati uccisi a nord di Baghdad. Si tratta di Saif Tallal e il suo cameraman Hassan al Anbaki dell’emittente Sharqiya. «Miliziani armati hanno assassinato il corrispondente Saif Tallal e il suo cameraman Hassan al Anbaki nei pressi di Baquba», l’annuncio degli speaker della televisione.

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