mercoledì, Aprile 14

Turchia: attentato a Istanbul con padre ignoto

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Mentre tutto il mondo è occupato ad intonare inni di lode per i papà di ogni razza e religione, la Turchia di Erdogan non sembra così intenzionato sul breve periodo a ritrovare la strada per la sicurezza interna. Un nuovo attentato suicida scuote Istanbul nella mattinata del 19 Marzo, nella zona europea, nella centralissima via dello shopping Istiklal, poco distante da piazza Taksim, il cuore pulsante della città e dei suoi movimenti di protesta sociale. Il bilancio è di cinque morti (attentatore compreso) e diverse decine di feriti ma il vero incubo che scuote la città è la paternità di questo attacco.

Una paternità dai contorni nebulosi, che esacerba vecchi conflitti sociali e ne accende di altri. Nonostante Erdogan si sia improvvisato giudice e boia della comunità curda, a suo dire visibilmente coinvolta nell’attacco, i servizi informativi del Paese (presumibilmente con qualche appoggio delle cancellerie europee) hanno smentito un coinvolgimento curdo accusando lo Stato Islamico.
La Turchia sprofonda nel terrore, l’incubo IS e la perenne preoccupazione per un’avanzata curda al confine non permettono al Paese di dormire sonni tranquilli. Per gli analisti la struttura dell’attentato è anomala, ci sono veramente troppi errori e poca sostanza. Si è già ampiamente dimostrato che il terrorismo – da Al Qaeda all’IS – non permette errori ai suoi seguaci, tutto deve funzionare come una macchina ben oliata capace di arrivare allo scopo prefissato dall’organizzazione.

In Turchia manca organizzazione, mancano gli obiettivi, manca soprattutto professionalità, perché nonostante si stia facendo riferimento ad organizzazione terroristiche impegnate a mietere vittime in giro per il mondo, la professionalità non può venire meno. Il kamikaze, presumibilmente turco, fatto esplodere pochi minuti prima delle 11 del mattino all’angolo con viale Istiklal, lunga strada pedonale che collega piazza Taksim alla discesa per la torre di Galata: il centro dello shopping e del turismo di Istanbul, a due passi dal più grande centro commerciale. Se davvero il mandante e la mente dell’attentato fossero da attribuirsi allo Stato Islamico la situazione sarebbe stata diversa. Per grandi assembramenti di persone la tattica a cui Al Baghdadi ci ha abituato è quasi sempre la stessa: kamikaze per la prima inoculazione di stress e paura, quello che si chiama ‘ rottura dello stato di quiete’.

In un secondo momento, quando ormai il livello di allerta dei civili e delle forze di polizia è passato ad un livello di pericolo percepito subentrato uomini armati che mietono la seconda ondata di vittime. L’efficienza che crea il terrore, ma che ad Istanbul manca visibilmente. Il terrorista, forse preso dal panico, non aspetta nemmeno di essere vicino ad un gruppo di persone per innescare l’ordigno semplicemente si fa esplodere dove si trova ignorando ordini e volontà di sterminio degli infedeli tipico dello Stato Islamico. Se davvero a muovere questi fanatici sono la volontà di compiere una strage in nome di un Dio frainteso e strumentalizzato, quello che si è visto sabato non combacia.

La paura è un sentimento che si presenta se non si sa a cosa si sta andando in contro, se si hanno dei ripensamenti o peggio se non si vuole fare qualcosa e si temono le ripercussioni. Un credente ferreo e rigoroso non ha dubbi, un terrorista estremista ha un piano d’azione per raggiungere un bene superiore millantato dall’Imam la paura non fa parte del suo bagaglio culturale. Diversa è l’interpretazione che si dovrà dare se si parte dal presupposto che questi giovani martiri più che terroristi sono pedine strumentalizzate su cui si fa presa la retorica di riscatto sociale dettata dall’Islam radicale.

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