lunedì, Aprile 19

Turchia, ancora violenze e tensione Decapitato Khaled al Asaad, ex direttore del sito archeologico di Palmira

0
1 2


Un’altra giornata difficile per la Turchia che deve affrontare un’ondata di violenza e l’instabilità politica. Questa mattina, a Istanbul, dei colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi nei all’ingresso del palazzo di Dolmabahce, sede del primo ministro Ahmet Davutoglu e simbolo della storia politica del Paese, tanto che è diventata anche meta turistica. Secondo le prime ricostruzioni, l’attacco ha preso di mira gli agenti di guardia sul posto e ha causato la morte di un poliziotto. Sul posto è accorsa immediatamente la polizia, che poco dopo ha fermato due sospetti nelle vicinanze del consolato tedesco. Secondo gli investigatori, è opera del gruppo di estrema sinistra Partito-Fronte di Liberazione del popolo rivoluzionario (Dhkp-c), che il 10 agosto ha già rivendicato l’attentato al consolato USA. Sempre in mattinata, poi, nella provincia di Siirt, sud-est della Turchia, il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ha attaccato un convoglio di mezzi dell’esercito facendo esplodere una bomba. La deflagrazione è stata violenta e ha causato la morte di otto soldati turchi che stavano transitando su una strada che collega i distretti di Sirvan e Pervari.

Il presidente Recep Tayyp Erdogan ha espresso rammarico per gli eventi di oggi, ma è deciso ad andare verso nuove elezioni. «C’è bisogno di una soluzione che includa la volontà popolare, dopo il fallimento nella formazione di un nuovo Governo» ha confermato Erdogan alla luce dei mancati accordi per la formazione di un nuovo Governo. Nel frattempo, però, conferma la linea dura contro il PKK verso cui ha ingaggiato una campagna militare, forse un po’ camuffata dalla più generica lotta contro lo Stato Islamico.

E contro l’ISIS anche la Libia è decisa a combattere con tutte le sue forze. Oggi, infatti, al Cairo il Ministro degli Esteri libico Sameh Al Dairi ha incontrato il suo omologo egiziano, Sameh Shoukry, per discutere proprio del problema del califfato islamico. La Libia aveva già chiesto nei giorni scorsi alla Lega Araba di unire gli intenti e lottare contro il nemico comune eppure, nonostante le violenze a Sirte, non ha deciso alcun intervento armato. Per il momento, Shoukry e il collega libico hanno parlato della richiesta di Tobruk di rimuovere l’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle Nazioni Unite nel 2011. La richiesta era già stava avanzata lo scorso marzo, ma in quel caso fu l’ONU a decidere di mantenerlo in vigore sottolineando, però, «l’importanza di fornire supporto al governo della Libia, fornendo anche la necessaria assistenza alle capacità di sicurezza».

Il problema da risolvere in Libia è prima di tutto politico, è necessario compattare le forze di governo. Di questo ne è convinto anche Carlo Biffani, esperto di sicurezza, direttore generale di Security Consulting Group, secondo cui la comunità internazionale deve decidere quale delle fazioni che si contendono il potere bisogna sostenere in Libia. «È irrealistico immaginare di riuscire a far coincidere gli interessi del Governo di Tobruk, l’unico nato da elezioni regolarmente svoltesi, due anni fa, con quello di Tripoli» ha commentato ancora Biffaniche ritiene plausibile un intervento anche del nostro Paese se il fronte occidentale dovesse decidere per la via militare. Ma proprio su questo punto in Italia si è aperto un dibattito tra chi è convinto che un coinvolgimento diretto sia assolutamente utile e chi, invece, ritiene che sia uno sbaglio, un errore già compiuto in passato. Sulla decisione premono gli incessanti flussi migratori che partono dalle coste libiche e che stanno arrivando sulle coste italiane e greche. Proprio oggi, tra l’altro, un portavoce della Commissione dell’Unione Europea ha riferito che sono quasi mezzo milione i migranti che nel 2015 hanno chiesto asilo politico.

Ma a far scattare una reazione della coalizione occidentale potrebbe essere soprattutto la minaccia dell’ISIS che a Palmira ha compiuto l’ennesima dimostrazione di follia e odio. Khaled al Asaad, 82 anni, era uno dei massimi esperti siriani di antichità ed era l’ex direttore del sito archeologico patrimonio dell’Umanità. Gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi lo hanno decapitato e poi hanno appeso il corpo a una colonna romana. A dare per primo la notizia è stato ieri sera il direttore delle Antichità e dei musei siriani, Maamoun Abdulkarim, che ha raccontato dell’arresto di al Asaad avvenuto un mese fa. Durante la prigionia, pare che i miliziani lo abbiano interrogato ripetutamente per sapere dove fossero nascosti i reperti romani del sito prima dell’occupazione dello Stato islamico, avvenuta in maggio. La notizia dell’uccisione di al Asaad ha sconvolto il mondo e scosso le coscienze di molti.

Stamattina anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto parlare delle ultime violenze nel mondo, durante il Meeting di Rimini. «Il terrorismo alimentato anche da fanatiche distorsioni della fede in Dio sta cercando di introdurre nel Mediterraneo, in Medio Oriente, in Africa i germi di una terza guerra mondiale. Sta alla nostra responsabilità fermarla» ha detto. «Sta a noi prosciugare l’odio, far crescere la fiducia e la cooperazione, mostrare i vantaggi della pace». Poi ha aggiunto che «l’Europa ha il compito di grande rilievo, perché il dialogo tra le religioni monoteiste può svilupparsi già all’interno delle nostre società, divenute plurali e multietniche»

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->