giovedì, Settembre 23

Tunisia: vince Essebsi

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Beji Caid Essebsi, anziano leader del primo partito del Paese, il laico Nidaa Tounes, si avvia a diventare il nuovo presidente della Tunisia, il primo capo di Stato eletto a quattro anni dalla caduta di Ben Ali. Il veterano ottantanovenne, già ministro degli Esteri sotto il governo dello storico leader Habib Bourghiba e Presidente del Parlamento negli anni di Ben Alì, si è aggiudicato la vittoria con il 55,68% dei voti contro il 44,32% del rivale Moncef Marzouki, sostenuto indirettamente dal partito islamico di Ennhada.

Secondo l’Associated Press, le elezioni sono state libere e trasparenti, con un tasso di partecipazione del 60 per cento, di poco inferiore all’affluenza delle precedenti elezioni legislative. La vittoria di Essebsi, il cui partito ha dominato le elezioni legislative di ottobre, per molti aspetti avviene in una fase in cui si completa la transizione democratica della Tunisia dalla caduta del suo dittatore. Con una nuova Costituzione progressista approvata nel gennaio 2014, e un Parlamento democraticamente eletto in ottobre, la Tunisia è considerata da molti come un esempio di cambiamento democratico per una regione ancora alle prese con le conseguenze delle rivoluzioni del 2011, che hanno visto una predominanza della componente islamica radicale in quasi tutti i Paesi investiti dalle rivolte. Il piccolo Paese nordafricano ha infatti fino ad oggi evitato, grazie alla sua particolare storia, derive armate come avvenuto in Libia ed Egitto.

Ora la Tunisia sembra governabile fino in fondo, con le ultime elezioni che hanno consegnato alla nazione un Parlamento segnato da un marcato bipolarismo, restituendo l’immagine di un Paese desideroso di giungere quanto prima ad una normalizzazione della vita politica. Alcuni osservatori intravedono nell’annunciata vittoria di Essebsi un rischio di monopolio istituzionale, con l’accumulo da parte del suo Nidaa Tounes delle cariche di Presidente della Repubblica, capo del governo e presidenza del Parlamento. Questa tornata elettorale, viene infatti considerata da molti come una vittoria della vecchia anima del regime, rappresentata da Essebsi, contro la figura di Marzouki, identificato come uno dei protagonisti della Rivoluzione. Il nuovo governo, aldilà degli scontri politici, dovrà però affrontare delle sfide ben più complesse, come le grandi riforme economiche in grado di far fronte alla crescente disoccupazione e l’alto costo della vita, e la creazione di un consenso davvero condiviso che attiri nuovamente gli investitori internazionali in Tunisia.

Prosegue intanto il conflitto in Sham, con la coalizione internazionale che ha condotto oggi 12 attacchi aerei contro i miliziani dello Stato Islamico in Siria, soprattutto intorno a Kobani, Aleppo, Hasaka e Raqaa. Sempre in Siria, il governo di Damasco ha dichiarato come ieri sia stato abbattuto un drone israeliano nella provincia di Quneitra, vicino alle alture del Golan. I media siriani hanno dichiarato come il drone stesse volando sopra il paese di Hadar quando è caduto. Israele ha colpito più volte la Siria con la propria aviazione dall’inizio della guerra civile, soprattutto per distruggere armi destinate, secondo il governo israeliano, alla milizia libanese degli Hezbollah. In Iraq, sono invece 10 i raid statunitensi effettuati contro i jihadisti, nelle zone di Mosul e Fallujia, in appoggio all’esercito iracheno e alle milizie tribali che combattono i miliziani di Baghdadi nella regione.

Anche la Libia sempre più giù, verso il caos. Continuano infatti gli scontri in tutto il Paese, ed in particolare in Cirenaica, tra le forze filo-governative e i miliziani degli Ansar al-Sharia. A Bengasi, almeno cinque militari dell’esercito governativo sono morti, e altri venticinque sono rimasti feriti durante il conflitto a fuoco con le milizie. A Derna, storica roccaforte jihadista, sono invece quattro i militari caduti dopo un assalto dei jihadisti contro una postazione nel sud della città. Ieri il ministro degli Esteri libico Mohammed al Dairi ha chiesto alla comunità internazionale di rifornire di armi l’esercito di Tripoli, in modo da poter respingere “i gruppi armati”. Intervistato dall’emittente televisiva Sky Arabia, al Dairi, che fa parte del governo legittimo del premier Abdullah al Thani, ha infatti chiesto di elevare le “capacità militari” dell’esercito, impegnato in una ferocissima lotta con le milizie islamiche, che dallo scorso giugno controllano buona parte del paese.

Continua nel frattempo la diatriba, per ora solo diplomatica, tra la Corea del Nord e Washington, riguardo il presunto caso di cyber-attack dei nordcoreani ai danni della Sony e del suo film The Interview, che ha spinto il colosso economico giapponese ad annullare l’uscita del film. Ieri il governo nordcoreano aveva minacciato di rappresaglie la Casa Bianca e altri bersagli americani nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero decidere di sanzionarla per la vicenda. Dopo le accuse rivolte a Pyongyang e l’annuncio di una reazione commisurata all’attacco, fatta dal presidente americano Barack Obama, la Commissione nazionale di difesa nordcoreana ha infatti nuovamente smentito di avere a che fare con quell’episodio. La Cina, a cui gli Usa avevano chiesto aiuto per contrastare i pirati informatici nordcoreani, ha oggi condannato l’episodio, ma senza accusare esplicitamente l’alleato Pyongyang. In una nota, il ministero degli Esteri di Pechino ha sottolineato la sua contrarietà a «qualsiasi forma di terrorismo telematico». Parole ripetute dal capo della diplomazia cinese Wang Yi in un colloquio telefonico con il collega americano John Kerry. «La Cina si oppone a qualsiasi Paese o individuo che utilizza installazioni di altri Paesi per attaccarne un terzo» si legge nella nota diffusa da Pechino.

Gli Stati Uniti nuovamente in preda a tensioni razziali, in particolare tra la minoranza di colore e la Polizia statunitense, con un altro poliziotto che è stato aggredito a New York all’indomani dell’uccisione di due agenti a Brooklyn. E’ successo nella stazione del 28esimo distretto, quando un uomo è entrato dentro l’edificio e lo ha aggredito, spezzandogli un braccio. Il Dipartimento di Polizia di New York ha quindi rafforzato le misure di sicurezza per gli agenti, chiedendo loro di indossare sempre i giubbotti anti proiettili ed evitare di pattugliare in zone non assegnate.

Intanto, si rimpallano le responsabilità politiche, con George Pataki, repubblicano, ex governatore dello stato di New York, che punta il dito contro il primo cittadino Bill De Blasio. «Disgustato da questi atti barbarici, che purtroppo sono un esito prevedibile della retorica divisiva anti-polizia del sindaco De Blasio», ha scritto il repubblicano in un tweet con riferimento all’appoggio espresso dal sindaco italo-americano a favore delle manifestazioni pacifiche seguite all’uccisione dei due afroamericani. Il presidente Barack Obama ha avuto un colloquio telefonico con il capo della polizia di New York, William Bratton, nel corso del quale ha espresso cordoglio per l’uccisione dei due agenti, esortando gli americani a respingere la violenza. Ma le polemiche non sono destinate a finire, con l’ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che sostiene come «il presidente Barack Obama abbia una parte di responsabilità». «Abbiamo avuto mesi di propaganda, a partire dal presidente, che tutti dovrebbero odiare i poliziotti», ha detto Giuliani. Questo clima, unito alle critiche sulle tattiche della polizia e sul sistema giudiziario, hanno infine creato il contesto ideale che ha portato all’uccisione dei due poliziotti.

 

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