mercoledì, 22 Marzo
HomePoliticaTunisia: un voto populista e antisistema

Tunisia: un voto populista e antisistema

Lunedì 16 settembre l’Istanza di Sorveglianza Elettorale (ISIE) ha pubblicato i dati parziali sulla base del 66% degli spogli. In testa due politici fino ad ora alieni al contesto politico nazionale: il giudice e professore universitario Kaïs Saied (18,9%), sostenuto da nessun partito, e l’imprenditore Nabil Karoui (15,5%), arrestato lo scorso 23 agosto con l’accusa di riciclaggio di denaro, in seguito alle indagini compiute nel 2016 dalla ONG I-Watch. La sua campagna elettorale è stata assicurata da sua moglie, Salwa Smaoui

Puniti i candidati dei partiti classici tunisini. Abdelfattah Mourou, giurista e candidato del partito islamico Hizbu Harakatu n-Nahdah, conosciuto anche come Partito Ennahdha o Partito della Rinascita, ottiene la terza posizione (12,9%), venendo così escluso dal secondo turno. Ennahdha si dichiara un partito mussulmano moderato, ma la sua affiliazione ai Fratelli Mussulmani non lo rende credibile agli occhi di un elettorato intenzionato a difendere la laicità della Tunisia. Persino parte dell’elettorato del suo partito non lo ha votato, visto che Ennahdha nelle precedenti elezioni amministrative aveva ottenuto il 15%.

Nonostante che sia stato punito dall’elettorato, Ennahdha rimane il primo partito in Tunisia. Durante il secondo turno probabilmente sarà l’ago della bilancia. Saied e Karoui dovranno scendere a compromessi per attirare i suoi voti.
Ora puntano sulle legislative che si terranno il prossimo 6 ottobre. Un appuntamento elettorale ben più importante e decisivo, visto che il vero potere in Tunisia è detenuto dall’Assemblea Nazionale

Il Ministro della Difesa, Abdelkrim Zbdi, ha ottenuto il 10,1%. Chiara dimostrazione che l’elettorato non gradisce le interferenze dei militari nella politica nazionale. Totale disfatta per il Primo Ministro, Youssef Chahed che ha ottenuto un misero 7,4%. Chahed è stato punito per le misure di austerità adottate nel 2018 che hanno triplicato i prezzi del carburante, affitti, luce, acqua, trasporti e beni alimentari di primo consumo. Misure draconiane che non sono riuscite a risollevare l’economia e a diminuire la disoccupazione, che ha raggiunto il 40% tra i giovani. Riuscirono solo ad aumentare la collera della popolazione manifestata da proteste di massa guidate da Fronte Popolare, una piattaforma di partiti di sinistra. Il Fronte Popolare non è riuscito a capitalizzare l’ondata di proteste e rimane tutt’ora una formazione minoritaria nell’universo politico tunisino. 

Il Primo Ministro Chahed e il suo governo non sono riusciti a risolvere i problemi strutturali dell’economia tunisina. Il crollo del turismo, causa degli attentati terroristici del 2015, ha aggravato la preoccupante crisi economica, la discesa del PIL (6% nel 2010 – 4% nel 2018), l’inadeguatezza delle infrastrutture industriali, che hanno provocato un rallentamento della produzione nei settori minerario e manifatturiero anche per mancanza di investimenti e riforme economiche. A questo si aggiunge la diminuzione della produzione agricola e degli investimenti stranieri. La Banca Centrale non è ancora riuscita ad abbassare il tasso di inflazione, che negli ultimi mesi è cresciuto in maniera preoccupante, andando ad intaccare il potere di acquisto dei tunisini. 

Il successo di Kaïs Saied è dipeso dalla sua campagna elettorale, rivolta ai giovani che rappresentano oltre il 60% della popolazione. Una scelta logica, ma ignorata dalla maggioranza dei candidati. Nabil Karoui si è rivolto ai grandi imprenditori e alla piccola e media borghesia, che rischia di avviarsi verso un processo di proletarizzazione. La classe imprenditoriale è ormai in sofferenza causa l’incapacità dell’attuale governo di risollevarsi dalla crisi economica e sociale che attanaglia il Paese e danneggia gli affari, e guarda con sospetto il partito islamico che si definisce democratico e moderato. Non vi è dubbio che il suo uomo è Nabil Karoui. 

La scelta dell’elettorato tunisino è chiaramente populista e contro il sistema. Ma, attenzione, solo il 45,2% di votanti si è recato alle urne, rispetto al 63% delle presidenziali del 2014. Il 54,8% degli elettori (per la maggior parte giovani) ha voluto esprimere i suoi sentimenti antisistema non recandosi alle urne. In ultima analisi si può dire che il primo turno delle elezioni presidenziali è stato boicottato dalla maggioranza della popolazione. Questo getta pesanti ombre sulla credibilità di mandato popolare del candidato che sortirà vincitore al secondo turno. Evidenzia, inoltre, un grande malessere sociale e politico. Al momento nessuno è in grado di pronosticare quali conseguenze sul futuro del Paese avrà questo malessere popolare.

 

RELATED ARTICLES

Croce Rossa Italiana

spot_img

Save the Children

spot_img

Seguici sui social

Fondazione Veronesi

spot_img

Fondazione G. e D. De Marchi

spot_img

Fondazione Veronesi

spot_img

Salesiani per il sociale

spot_img

Campus Biomedico

spot_img
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com