mercoledì, Ottobre 20

Tunisia: un Nobel pericoloso

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Mourad Teyeb, l’assegnazione del premio Nobel ha preso la Tunisia di sorpresa o ve lo aspettavate?

Ha preso molti di sorpresa. Io sapevo che il ‘Quartetto’ di associazioni tunisine era nell’elenco dei selezionati, ma non sapevo che la decisione sarebbe stata resa nota così presto.

 

Che significato ha questo premio per la Tunisia?

Il premio ha senza dubbio un significato positivo: ha consacrato lo spirito di consenso che ha prevalso sulla scena politica tunisina sin dal 2013. Quali che siano i vincitori e i perdenti del Dialogo Nazionale, che è in un certo senso rappresentato dal Quartetto, e quale che sia la posizione degli uni e degli altri nei confronti del processo politico culminato con il Dialogo, non si può che salutare l’iniziativa tunisina che va sotto il nome di ‘dialogo nazionale’. Io non sono completamente d’accordo con il processo di questo ‘Dialogo’, che in un certo senso è stato come un colpo di stato mascherato e pacifico, ma sono convinto che almeno in questo modo si siano evitati alla Tunisia degli episodi di grave violenza.

 

Nell’assegnazione del premio sono stati messi insieme un sindacato dei lavoratori, una associazione di industriali, commercianti e artigiani, la lega dei diritti umani e l’ordine degli avvocati. Chi ha fatto questa scelta?

È stata la scelta un po’ di tutti: della ‘Troika’ (il Governo composto da ‘Ennahdha’, il partito islamista tunisino, da ‘Ettakatol’, il Foro democratico per il lavoro e le libertà, e dal ‘CPR’, il Partito del Congresso per la Repubblica, ndr) che era al potere ed era sottoposta a fortissime pressioni per indurla a sciogliersi; della ‘Nidaa Tounes’, la maggiore coalizione tunisina di opposizione sostenuta da una potente e competente macchina mediatica, finanziaria e poliziesca; e dei gruppi politici e della società civile contrari agli islamisti e alleati, anche se in maniera superficiale, della ‘Nidaa’.

 

E qual è stata la reazione dei tunisini alle notizia del Nobel? Cosa dice la gente?

Sono rimasto stupito dalla nonchalance con cui l’opinione pubblica ha accolto la notizia. Mentre la totalità dei media inneggiava al premio e la classe politica tunisina e quella occidentale reagivano positivamente, l’opinione pubblica tunisina ha accolto la notizia con freddezza anche di fronte all’esultanza dei politici e dei media. Questa reazione potrebbe essere dovuta in parte alla gravità degli avvenimenti che hanno preceduto l’annuncio di Oslo (il tentativo di assassinio di un esponente pubblico a Sousse, la guerra aperta, diventata di pubblico dominio, tra i massimi dirigenti del partito al potere Nidaa Tounes) e in parte alle enormi difficoltà economiche e ai problemi sociali che affliggono sempre più i tunisini ora più che mai scoraggiati dall’evoluzione degli eventi dopo la rivoluzione del 2010.

 

E la stampa come ha reagito?

La tendenza generale nella stampa tunisina è stata positiva, a tratti addirittura euforica. Era da prevederlo, dato che dopo le elezioni del 2014 la quasi totalità della stampa tunisina ha fatto il tifo per i partiti politici e per le lobby economiche vicine o emanazione del sistema ora al potere. Alcune voci critiche, che hanno collegato l’assegnazione del premio Nobel con le scelte socio-economiche imposte alla Tunisia, sono state rare e timide. Come al solito, le critiche più dure sono state pubblicate e discusse sui social media.

 

Lei pensa che il Premio Nobel possa avere un impatto nel cambiare la situazione difficile in cui si trova oggi la Tunisia?

Assolutamente no. Anzi penso che il premio rischi di rafforzare l’infiltrazione delle istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale, FMI ecc.) nelle scelte economiche della Tunisia. Non ho incontrato nessuno che pensi che il premio Nobel servirà a rafforzare la sicurezza del Paese, o contribuirà ad attenuare le tensioni che si avvertono sulla scena politica, specie se si guarda al nostro Governo maldestro ed esitante, e a un partito al potere (Nidaa Tounes) oramai decimato. Abbiamo un Governo che non è neppure riuscito a convincere numerosi Paesi occidentali a decidere di revocare gli ‘allarmi di sicurezza’ lanciati in seguito all’eccidio di Sousse per impedire ai loro concittadini di recarsi in Tunisia.

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