sabato, Settembre 18

Tunisia: tranquilla andatura da crociera per Saied Dopo una settimana, nessuna vera opposizione, né interna né internazionale, si è mossa contro la mossa del Presidente Kais Saied. Non è impossibile che Saied riesca a stabilire un nuovo status quo

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Pare che il Presidente tunisino tunisino Kais Saied abbia sempre apprezzato il parallelismo con il suo collega egiziano Abdel Fattah al-Sisi, o quanto meno che lo ammiri per il suo decisionismo e ne invidi la libertà d’azione. Ora c’è chi ritiene che Saied possa essere effettivamente un nuovo al-Sisi del Mediterraneo e che la Tunisia rischi di diventare il prossimo Stato proxy di questi anni.
Un salto nel buio, secondo alcuni, secondo altri un destino segnato che porta dritto in mezzo al caos e la violenza, la decisione di Said dello scorso 25 luglio di congelare il Parlamento, revocando l’immunità ai parlamentari, licenziare il Primo Ministro Hichem Mechichi, assumere i poteri esecutivi. Poi, nelle ore successive, un menù di decisionismo e colpi duri: imposizione del coprifuoco per 30 giorni, assunzione dei poteri di emergenza, ivi compresi quelli giudiziari, epurazione di alti funzionari, compresi pubblici ministeri e giudici, chiusura della sede tunisina di ‘Al Jazeera‘, licenziamento del direttore della TV di Stato, promessa di un giro di vite contro la corruzione a colpi di accordo penale in cambio della restituzione del bottino, e, giovedì, la prima nomina governativa, quella di Ridha Gharsallaoui, ex consigliere per la sicurezza nazionale della presidenza, a Ministro dell’Interno, che sovrintende alla sicurezza interna, compresa la Polizia. Tutto, secondo Saied, in forza dell’articolo 80 della Costituzione del 2014, che autorizza il Presidente a prendere «tutte le misure necessarie» in caso di «minaccia imminente che metta a repentaglio la Nazione, la sicurezza e l’indipendenza del Paese». L’unico organo che potrebbe giudicare se l’articolo 80 è stato applicato correttamente è la Corte Costituzionale, che ancora non esiste.

«Il modo in cui il pubblico tunisino e internazionale reagirà all’annuncio di Saied probabilmente determinerà se il Paese rimarrà l’unica democrazia araba al mondo, o cadrà inquello che gli scienziati politici chiamano unauto-golpe‘ o un’acquisizione in carica», afferma Sharan Grewal, del Center for Middle East Policy del Brookings Institution.
Ebbene, a distanza di una settimana,
il solo Paese che ha alzato la voce è stata la Turchia, il resto della comunità internazionale -dagli Stati Uniti alla UE e i singoli Stati europei fino all’Unione Africana- non è andata oltre le espressioni di ‘preoccupazione’ e gli auspici di una soluzione -qualsiasi sia, sottinteso- rapida. E anche all’interno del Paese, per il momento, non ci sono prese di posizione importanti, a cominciare, fanno notare gli osservatori che meglio conoscono la Tunisia e gli equilibri sui quali si regge, dal potente e rispettato Sindacato Generale del Lavoro(UGTT), il quale, a differenza dei partiti islamisti Ennahda e Karama Coalition, e dei partiti laici Qalb Tounes e Democratic Current, non ha condannato apertamente l’azione del Presidente, limitandosi a sottolineare «la necessità di aderire alla legittimità costituzionale in ogni azione intrapresa in questa fase».
E’ in questo clima che Said può sentirsi a suo agio nell’essere accomunato -ora si, ora ne ha le ragioni- a al-Sisi, e la Tunisia avere buone ragioni per temere un futuro proxy.

Secondo Grewal, le radici di quanto accaduto sono da ricercarsi nel fatto che per un verso la Tunisia dalla rivoluzione del 2011 è stata «duramente colpita da un’economia stagnante, da percezioni di corruzione e da una crescente disillusione nei confronti dei partiti politici», e dai limiti intrinsechi della Costituzione tunisina del 2014.
La Costituzione prevede un sistema semipresidenziale in cui Saied avrebbe condiviso il potere con un Primo Ministro che fa risalire la sua autorità al Parlamento. «Quel sistema diviso ha praticamente bloccato l’attività politica in Tunisia, con il Presidente Saied, il Primo Ministro Hichem Mechichi e il Presidente del Parlamento Rached Ghannouchi» nell’ultimo anno ripetutamente allo scontro proprio in fatto di poteri.«Queste divisioni hanno prodotto un approccio incoerente alla pandemia di COVID-19, che ha solo esacerbato il malessere economico e politico della Tunisia. In questo clima, la presa del potere di Saied rappresenta per alcuni una rottura netta con una transizione in difficoltà, offrendo la speranza che una presidenza più forte non sia ostacolata da ciò che Saied ha recentemente definito ‘locks‘ intrinsechi nella Costituzione del 2014», e che tale forte presidenza gli permetta «di rimettere in carreggiata l’economia e sradicare la corruzione nella classe politica. Ma invece di negoziare una revisione costituzionale, Saied ha preso il potere a titolo definitivo, congelando il Parlamento e licenziando per decreto il Primo Ministro».
«Sebbene la maggior parte dei partiti politici si sia opposta alle azioni di Saied, la mancanza di opposizione (o apparente sostegno) da parte dell’Esercito, della Polizia e dell’UGTT suggerisce che Saied non si ritirerà presto» dalle sue prese di posizione. «Andando avanti, è probabile che la crisi si aggravi, con entrambe le parti che incitano i loro sostenitori a scendere in piazza».
Così pone il rischio di Stato
proxy che sta correndo la Tunisia Sharan Grewal: «se le democrazie del mondo non si schierano con forza contro il tentativo di colpo di Stato, lasciano un’opportunità alle potenze controrivoluzionarie come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti di influenzare la crisi a sostegno di Saied, proprio come hanno fatto per l’egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Con l’economia tunisina in stasi, il sostegno straniero -e gli aiuti- potrebbero influenzare l’esito di questa crisi, nel bene e nel male».

Il Ministero degli Esteri turco ha espresso profonda‘preoccupazione’ e ha chiesto il ripristino della ‘legittimità democratica’. Era da prevedere, è ovvio, spiegano Karim Mezran e Alissa Pavia, rispettivamente direttore e vicedirettore della North Africa Initiative e senior fellow del Rafik Hariri Center e dei programmi per il Medio Oriente presso l’Atlantic Council. La Turchia «si schiera con il suo alleato Ennahda. La posizione della Turchia può essere utilizzata strumentalmente da alcuni Paesi, come gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, per sottolineare il divario laico-islamista come la principale frattura in Tunisia e potenzialmente descrivere la crisi tunisina come una ripetizione del colpo di stato egiziano del generale al-Sisi del 2013, quando il Presidente islamico eletto democraticamente Mohamed Morsi è stato deposto. Le azioni di Saied possono essere presentate come le azioni di un leader laico modernista intenzionato a preservare il Paese dall’arretratezza del movimento islamico».
Il Qatar ha assunto una posizione più neutrale, «nonostante gli uffici del suo canale di notizie di proprietà statale ‘Al Jazeera‘ siano stati presi d’assalto dalla Polizia tunisina e i suoi giornalisti espulsi. Solo il ministero degli Esteri ha rilasciato un comunicato ufficiale, affermando che il Qatar ‘si augura che le parti tunisine adottino la strada del dialogo per superare la crisi’. Il Qatar non ha fatto alcun annuncio ufficiale di condanna dell’attacco. I commenti sia della Russia che dell’Arabia Saudita si concentrano sul mantenimento della sicurezza e della stabilità del Paese e della sua gente. Finora, sembra che la maggior parte degli attori internazionali stia prendendo una posizione di spettatore e aspettando di vedere come evolve la situazione in Tunisia».

Se sia stato o meno un colpo di Stato, secondo alcuni osservatori come Riccardo Fabiani, direttore dell’area Nord Africa di Crisis Group, è questione che passa in secondo piano. Fabiani afferma: «che tunisini e governi stranieri considerino o meno l’azione di Saïed un colpo di Stato», piuttosto c’è da rilevare che «è stata chiaramente una presa di potere orchestrata. La sua cerchia ristretta aveva parlato mesi fa del suo desiderio di invocare l’articolo 80 della Costituzione. Le manifestazioni che hanno incorniciato le sue stesse azioni sembravano provocatorie e potrebbero essere state pianificate in anticipo, anche se alimentate dalle frustrazioni dei cittadini impoveriti».
«Saied afferma di rafforzare la sua presa sul potere per rompere l’impasse politica del Paese e affrontare la crisi socio-economica. Ma il costo potrebbe essere molto alto, potenzialmente anche la fine dell’esperimento di democrazia parlamentare post-2011 in Tunisia.

Non è impossibile che Saied riesca a stabilire un nuovo status quo. In quella che sarà senza dubbio una dura battaglia di messaggistica in patria e all’estero, Ennahda e i suoi alleati parlamentari alzeranno la bandiera della politica parlamentare e del processo democratico, mentre Saïed sottolineerà le sue promesse di porre fine alla corruzione e rendere lo Stato forte ed efficace. La sua popolarità duratura tra alcune parti della società tunisina suggerisce che almeno alcuni cittadini vogliono il potere nelle mani di un uomo forte che credono possa far funzionare meglio lo Stato. Sostenendo una campagna anti-corruzione contro funzionari e uomini d’affari legati a Ennahda, ad esempio, potrebbe indebolire permanentemente alcuni dei suoi più forti rivali politici. Tuttavia, ci sono molti altri scenari che sono almeno altrettanto plausibili, data la potenziale opposizione a Saïed».

Questi altri possibili scenari dipenderanno dal comportamento di una serie di altri attori nazionali e internazionali. Intanto: «la pubblica amministrazione, gli ambienti economici, i professionisti, i partiti politici e i gruppi della società civile», che ancora non è chiaro se «collaboreranno o resisteranno alle prossime mosse del Presidente». Altro attore importante sono leistituzioni finanziarie internazionali, le agenzie di rating e i creditori. La reazione di questi soggetti sarà determinante nell’allargare o restringere lo spazio di manovra di Saïed. «Il Paese ha un disperato bisogno di prestiti internazionali per il suo bilancio e non è chiaro da dove verrà il denaro», prosegue Fabiani. «Saïed sarà inevitabilmente costretto ad adottare misure di austerità, che probabilmente si dimostreranno impopolari. Ciò rafforza la probabilità che gli eventi del 25 luglio segnalino una svolta verso un governo più autoritario».
Il Paese è «dipendente dalle politiche e dal sostegno dei suoi vicini nordafricani più grandi e spesso più ricchi -in particolare Algeria, Egitto e Libiacosì come gli Stati arabi del Golfo e l’ex potenza coloniale, la Francia. Tutti questi Paesi perseguono i propri programmi nei confronti della Tunisia», annota Fabiani.
L’analista di Crisis Group rileva anche una certa facilità nell’accusare «gli estranei di aver contribuito agli eventi recenti. I funzionari di Ennahda, ad esempio, tendono a incolpare per la prima ondata di manifestazioni anti-Ennahda del 25 luglio gli Emirati Arabi Uniti, osservando che la rete televisiva satellitare degli Emirati ‘Al Arabiyya‘ ha trasmesso in diretta e a lungo le immagini dei manifestanti, facendo sembrare come se ci fossero grandi masse che incolpavano il partito per un decennio di cattiva gestione e assassinii di politici laici e di sinistra. Nel frattempo, la rete di ‘Al Jazeera‘, ampiamente seguita, ha invitato i tunisini a mobilitarsi in difesa della ‘rivoluzione e della democrazia’. ‘Al Jazeera‘ ha sede in Qatar, rivale arabo del Golfo degli Emirati Arabi Uniti che da tempo sostiene i Fratelli Musulmani, movimento che ha ispirato i fondatori di Ennahda. Poco dopo che ‘Al Jazeera‘ ha trasmesso la sua chiamata, la Polizia ha fatto irruzione nei suoi uffici a Tunisi e li ha chiusi. Alcuni tunisini hanno anche notato che ad aprile, Saied ha visitato l’Egitto, dove ha espresso sostegno alle politiche del Presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha schiacciato i Fratelli Musulmani dopo aver preso il potere nel 2013 ed è spesso visto come parte di un asse regionale anti-islamista. e vicino agli Emirati Arabi Uniti. Per loro, l’Egitto è un chiaro sostenitore della mossa di Saied».

Per quanto Turchia (chiaramente) e Qatar (meno fortemente) abbiano espresso preoccupazione per la mossa di Saied, perchè «entrambi hanno sostenuto i partiti islamisti sin dalle rivolte della Primavera araba e hanno interesse a garantire che Ennahda non venga spazzata via dalle azioni di Saied, sia il Qatar che la Turchia stanno attualmente lavorando per normalizzare le relazioni con l’Arabia Saudita, il che potrebbe incoraggiarli a limitare i loro interventi in Tunisia per evitare di creare nuove tensioni regionali che facciano deragliare quel processo», afferma Will Todman, analista del Middle East Program presso il Center for Strategic and International Studies. «L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sono forti sostenitori del Presidente Saied. In privato accolgono con favore le mosse per limitare l’influenza degli islamisti in Tunisia, inclusa la coalizione guidata da Ennahda». Il che fa ritenere che favoriranno «l’emergere di un governo forte e laico in Tunisia».
Gli Stati occidentali, da parte loro, hanno interesse «a garantire che la Tunisia post-rivoluzionaria sia un successo‘, economicamentee politicamente. Le crisi dell’ultimo anno hanno minato la loro fiducia nel governo di Mechichi e vogliono vedere la Tunisia intraprendere un percorso più positivo. L’Unione europea è desiderosa di evitare una crisi che porterebbe a una nuova grande ondata migratoria verso le sue sponde meridionali. Questi fattori potrebbero spiegare perché l’Amministrazione Biden abbia semplicemente espresso ‘preoccupazioneper gli eventi, sperando che Saied possa installare un governo più efficace per affrontare le numerose crisi della Tunisia», conclude Todman.

Dopo una settimana dal ‘forse sì’, ‘forse no’ colpo di Stato, ancora non è chiaro chi sarà il prossimo Primo Ministro, che il 25 luglio Saied aveva promesso avrebbe nominato presto, né si sa qualcosa su come si intende (o meno) procedere per la riapertura del Parlamento. 

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