giovedì, Aprile 15

Tunisia: tra terrorismo e democrazia Intervista con Ayad Allani, docente in Storia Contemporanea alla Manouba University di Tunisi

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Ayad Allani


Tunisi
– Nel 2011 le prime manifestazioni di protesta dei giovani tunisini contro il dittatore Ben Alì, innescavano quell’enorme fenomeno sociologico che è poi convogliato nelle ‘primavere arabe’. Un evento storico senza precedenti che per la prima volta ha catapultato l’Islam politico al potere e che in Tunisia portava al Governo, attraverso libere elezioni, il partito di Ennhada. Nel corso di questi anni molti eventi hanno, però, caratterizzato i primi passi della nuova Tunisia: intermittenti estremismi religiosi, tentativi di guerra civile, cronica incapacità decisionale di una intera classe politica.  

In questo contesto generale, nel dicembre del 2013, dopo quasi tre anni di inconcludente governo, Ennhada -messo alle strette da tutte le forze di opposizione- ha lasciato il potere ad un Esecutivo di tecnici che, seppur in maniera graduale, tenta di risolvere le contraddizioni che hanno caratterizzato fino ad ora il governo islamista. Questa nuova fase dellarivoluzione dei gelsomini’ vede, però, una Tunisia non ancora stabilizzata in cui la presenza, seppur limitata, di estremisti islamici e jihadisti continua a impedire un reale progetto di democratizzazione e sviluppo della Nazione.

 

Abbiamo incontrato il professor Ayad Allani, docente in Storia Contemporanea alla Manouba University di Tunisi ed esperto di gruppi islamici nel Maghreb, per comprendere lo stato della sicurezza nel Paese e capire il perché la rivoluzione in Tunisia non abbia avuto la stessa deriva islamica della Libia e dell’Egitto.

Professor Allani ci può descrivere l’attuale situazione della Tunisia sotto il profilo della sicurezza?
Prima della rivoluzione la Tunisia non ha mai conosciuto livelli così alti di terrorismo al proprio interno sia per fattori sociali che politici. Tuttavia, dalla caduta di Ben Ali, molti equilibri relativi all’apparato di sicurezza del Paese sono saltati permettendo ampi spazi di manovra a questi gruppi. L’opposizione fin dall’inizio ha accusato Ennhada di essere incapace di arginare il fenomeno del terrorismo. Il Governo, infatti, non è stato nemmeno in grado di prevenire il riciclaggio di denaro, componente fondamentale del finanziamento di questi gruppi. Ghannouchi, dopo numerose pressioni, ha provato a coinvolgere il movimento salafita e jihadista al fine di indurli all’azione politica organizzata, ma non è riuscito nell’obiettivo, soprattutto dopo l’assalto all’Ambasciata degli Stati Uniti e gli attacchi contro l’Esercito a Chaanbi, nell’aprile del 2013. Il clima è migliorato solo dopo che gli islamisti hanno lasciato il Governo. Per esempio, ad appena due settimane dall’insediamento di Mehdi Jemaal, nel febbraio 2014, è stato ucciso Mohammed Alqdkadhi, il presunto assassino di Chokri Belaid. Inoltre, proprio in questo periodo, sono stati arrestati dalla Polizia un numero significativo di jihadisti presenti nel Paese. E’ così che si combatte il terrorismo.

Secondo lei, direttamente ed indirettamente, le politiche di Ennhada avrebbe quindi aiutato il fenomeno del jihadismo in Tunisia?
Si, senza ombra di dubbio. Certo, molto è dipeso anche dalla situazione economico-sociale della Nazione dopo la rivoluzione: altissima disoccupazione, crisi economica e politica, nessuna influenza geostrategica nella regione. Le forze politiche tunisine da allora non sono ancora riuscite a creare serie risposte alla crisi sociale ed economica del Paese e a proporre un modello di sviluppo che conduca il Paese verso la modernità. Questo ha favorito l’ascendente dei gruppi religiosi estremisti, soprattutto tra i giovani delle periferie. Un altro fattore importante è stata anche l’eliminazione da parte di Ennhada del tradizionale modello religioso tunisino rappresentato dal malikismo tollerante e cosmopolita, rapidamente sostituito con rappresentanti maggiormente radicali dei fratelli musulmani e dei salafiti. Per fare solo un esempio, oggi in Tunisia ci sono quasi seimila moschee: solo il dieci percento ha ripreso a seguire il vecchio modello religioso, mentre il resto continua a praticare queste scuole coraniche estranee alla tradizione del Paese come il waabismo saudita, da cui derivano la maggior parte dei jihadisti tunisini.

Cosa ha permesso, dunque, alla Tunisia di non diventare come la Libia?
Quando Ennahda ha vinto le elezioni ha immediatamente cercato di imporre il proprio progetto islamico, provando in questo senso a forzare la Costituzione. L’assalto all’Ambasciata americana, gli assassinii eccellenti di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, la progressiva polarizzazione della società, hanno però ostacolato questo tentativo. Passo dopo passo la dirigenza islamista si è trovata a dover prendere posizione sui salafiti di fronte all’opinione pubblica, che in Tunisia non è comparabile con Paesi come la Libia ed Egitto, e che dopo l’attacco all’Ambasciata ha potuto notare tutti i difetti di Ennhada.

A questo punto quanto è reale il rischio di attentati nel Paese?
Dopo la caduta di Ben Ali e Muammar Gheddafi si è venuto a creare una zona franca per i jihadisti a cavallo tra Algeria, Tunisia e Libia. L’importanza di questo triangolo logistico, che comprende un arsenale di armi ereditato dalla caduta del regime di Gheddafi e dal contrabbando dai suoi depositi, ha permesso al numero di jihadisti nei Paesi del Maghreb di arrivare tra gli ottomila mila e i diecimila combattenti. Secondo stime attendibili, aggiornate al mese scorso (aprile 2014), in Tunisia sono presenti tra i millecinquecento e i duemila jihadisti. Mentre, un numero intorno ai millecinquecento, sono sparsi tra Siria, Libia, Iraq e Afghanistan.

C’è quindi il rischio che la Tunisia possa diventare un nuovo campo di battaglia come avvenuto in Libia o in parte dell’Algeria? Che cosa dovrà fare il nuovo Governo per evitarlo?
Non credo. La particolarità tunisina sta nel fatto che il terrorismo, a differenza che in Libia e Algeria, non è di matrice religiosa ma ‘economico-criminale’, cioè strettamente collegato al contrabbando e all’enorme disponibilità di soldi che questi gruppi armati transnazionali movimentano nelle zone sotto il loro controllo. Una sfida importante per il nuovo Esecutivo, che dovrà fare di tutto per inaugurare una nuova stagione di riconciliazione con tutti gli ex-jihadisti o con coloro che vorranno abbandonare la lotta armata. Un’altra grande sfida sarà poi l’incentivare le condizioni socio-economiche degli strati più bassi e indifesi della popolazione, gli stessi che hanno poi fatto fiorire il fenomeno nel Paese.

 

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