venerdì, Settembre 17

Tunisia: terra d'accoglienza per i rifugiati libici 40

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rifugiati siriani

Dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi ad oggi centinaia di migliaia di libici sono fuggiti verso la vicina Tunisia per sfuggire alla guerra civile che è scoppiata nel Paese. Come ha ricordato a Ghadames il rappresentante speciale per la Libia e capo della Missione dell’ONU (UNSMIL) Bernardino Leon, la Libia «è un Paese diviso in due, lacerato, con due governi e due parlamenti». Il neo-Parlamento eletto nel giugno scorso, con il premier Abdullah al Thani costretto a traslocare a Tobruk, è contestato dalle milizie jihadiste della cosiddetta Operazione Alba (Farj), la coalizione che di fatto ha preso il potere nella capitale. Tra le milizie delle due fazioni è guerra senza pietà.

 

Ansar al-Sharia giura fedeltà all’ISIS 

In questo scenario di per sé già complesso, la costellazione jihadista dell’Ansar al-Sharia libica (ASL), che secondo un rapporto di Human Right Watch si è macchiata di almeno 250 assassinii di giornalisti, attivisti, civili a Bengasi e Derna,  ha sfilato proprio in quest’ultima città, già in passato roccaforte islamista, a bordo di pickup armati sventolando le bandiere dell’Isis e inneggiando al califfo al Baghdadi. Un’altra formazione jihadista dunque conquistata agli eserciti del califfo. Il consiglio della gioventù islamica della città di Derna aveva infatti giurato fedeltà qualche giorno prima allo Stato Islamico.  

 

Oltre un milione di libici su suolo tunisino, scattano problemi d’integrazione 

Da quando dunque la situazione è precipitata, soprattutto negli ultimi mesi, le ondate migratorie di libici in fuga dalla guerra si sono intensificate: bombardamenti, cecchini, penuria di carburante e continui black out elettrici hanno reso la vita impossibile a molti libici che hanno deciso di abbandonare il Paese alla volta della vicina Tunisia. Nelle ultime ondate sono giunte anche molte famiglie libiche che provengono dalle élites del paese e che hanno combattuto contro i lealisti di Gheddafi ma che ora sono minacciate dalle milizie islamiste e non possono ritornare in patria. Nel solo mese scorso più di 50.000 persone (molti dei quali berberi) hanno attraversato la frontiera a Dehiba per entrare in territorio tunisino.

Oggi con i suoi 11 milioni di abitanti la Tunisia conta oramai oltre un milione e mezzo di libici in fuga dall’inferno della guerra. Un numero di rifugiati elevatissimo che il paese stenta ad assorbire. I problemi d’integrazione non sono facili. Il programma locale d’integrazione, messo in opera nel 2013, non ha avuto infatti i risultati sperati. Il programma prevedeva il dono ad ogni famiglia di una somma di 1.500 dinari, un aiuto finanziario mensile (oscillante tra i 90 ed i 120 dinari) per circa 6 mesi e corsi di formazione in lingua (francese, arabo) ed informatica. Ma la maggior parte di coloro che hanno beneficiato del programma non è riuscita ad inserirsi nel tessuto già di per sé povero della Tunisia, incontrando l’ostilità dei locali ed ha finito per ritornare nei campi profughi.

 

La fine del campo profughi di Choucha: rifugiati senza status

Il più importante tra questi, almeno fino a quando era operativo, è stato il campo profughi di Choucha, nel Sud della Tunisia. Aperto nel febbraio del 2011 nel governatorato di Médenine per accogliere le decine di migliaia di profughi che fuggivano dalla guerra in Libia, il campo è stato gestito dall’UNHCR ed ora, hanno fatto sapere fonti militari tunisine, sarà evacuato. La notizia è stata confermata anche da rappresentanti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e da fonti della Mezzaluna Rossa Tunisina (CRT). A tutt’oggi però, nonostante la sua chiusura ufficiale (nel Giugno del 2013), restano ancora un centinaio di rifugiati bloccati nel campo che denunciano, in una lettera aperta all’HCR, di vivere di espedienti, mendicando e soprattutto da tre anni senza ottenere lo status di rifugiato politico. In effetti, dalla creazione del campo, l’HCR ha esaminato personamente le domande visto che la Tunisia non dispone di una vera e propria legislazione sull’asilo politico (la nuova Costituzione tunisina prevede che il diritto d’asilo sia sancito conformemente alle disposizioni di legge, ma la legge non c’è). Molti dei profughi sono stati però considerati come «migranti per ragioni economiche» e si sono visti dunque rifiutare lo status di rifugiato politico. Ciò però significa concretamente, si legge nella lettera aperta all’HCR,  «essere considerati alla stregua d’immigrati irregolari senza diritti e senza possibilità di circolare liberamente e vivendo nell’insicurezza costante». Dal canto suo l’agenzia s’è difesa spiegando di aver accordato lo status a oltre 4.000 persone di cui molte hanno potuto installarsi negli USA, in Norvegia, in Svezia, in Germania ed in altri Paesi europei. 

Soldi in cambio di un passaggio…in Italia ?

La realtà però è molto più complessa nel campo di Choucha, che sarà evacuato per ragioni di sicurezza e su richiesta dell’esercito in concomitanza con le prossime elezioni politiche. In effetti una parte dei rifugiati chiede di poter accedere ad un paese terzo in quanto in Libia si sente minacciata personalmente e non vuole neppure restare in Tunisia in quanto non riesce a trovare lavoro o si sente vittima di razzismo da parte della popolazione. Alcuni profughi poi accusano l’HCR di sollecitare i profughi a lasciare il campo in cambio di un compenso economico che però equivale al prezzo della traversata per raggiungere le coste italiane. Dato che non possono essere accolti, si cerca in qualche modo di rispedirli in Libia o altrove. E alla fine molti, dopo un lungo soggiorno a Choucha senza ottenere lo status agognato, sono pure costretti a raggiungere illegalmente la Libia per tentare la disperata traversata verso l’Italia. Salvo poi ritrovarsi dispersi in mezzo al mare o rispediti di nuovo in Libia, da dove erano fuggiti e da dove infuria da tre anni una guerra di cui non si riesce a vedere la fine.  

 

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