sabato, Luglio 24

Tunisia: le proteste contro la ‘restaurazione’ Tra economia e politica, le lancette dell' orologio sembrano essere tornate indietro

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Poco più di sette anni fa, precisamente il 17 dicembre 2010, si suicidava, dandosi fuoco, un giovane venditore ambulante di verdure, Mohamed Bouazizi, in segno di protesta contro l’ arresto arbitrario subito e compiuto da una poliziotta a Sidi Bouzid. Dopo quindi giorni tra la vita e la morte, Bouazizi si spense il 4 gennaio 2011 e, sulla scia del suo esempio, iniziarono le cosiddette ‘Primavere arabe’. A quelle immagini è ritornata la mente di fronte alla nuova ondata di dimostrazioni in corso in questi ultimi giorni.

Le proteste che hanno avuto inizio a Thala, Feriana,  Tebourba (Manouba) e Sbeitla (Kasserine) si sono propagate a macchia d’ olio anche a Bouhajla e Oueslatia, vicino a Kairouan, Gafsa e Cité Ettadhamen e Intilaka nei pressi di Tunisi: diverse manifestazioni, nonostante l’ esordio pacifico, si sono trasformate in atti di vandalismo nei confronti degli esercizi commerciali e occasioni di scontro con le forze di polizie. Questo è avvenuto, ad esempio, a Kasserine oppure nell’ area di El Gtar a Gafsa Sakiet Sidi Youssef (Le Kef). «Decine di criminali coinvolti in rapine e furti durante gli scontri della scorsa notte» ha commentato Khelifa Chibani, il portavoce del ministero dell’Interno tunisino, annunciando almeno una trentina di arresti e scagliandosi anche contro le «campagne di disinformazione» e le «fake news» fatte girare sui social network con il chiaro intento di fomentare le tensioni.

I social network erano stati protagonisti già dei sommovimenti del 2011, figurarsi oggi, quando, secondo Digital Discovery.tn, ammontano a 7,1 milioni gli account Facebook registrati in Tunisia, di cui il 57% appartiene a uomini. Del totale, circa 3,7 milioni di utenti risultano registrati a Tunisi. Seguono i 770mila di Sfax, i 490mila di Sousse e i 370 mila di Nabeul. Su Instagram sono iscritti 1.620.000 tunisini, in egual misura uomini e donne, di un’età media tra i 13 e i 24 mentre a Linkedin sono iscritti 880 mila utenti, di cui il 63% uomini. Stando al censimento effettuato dall’Istituto Nazionale Statistiche, su undici milioni di abitanti, il 55% è connessa a Facebook,rendendo la Tunisia il secondo paese africano per numero di utenti.

In un post proprio su Facebook, Mohsen Marzouk, segretario generale del partito Machrou Tounes, ha affermato che è «necessaria l’introduzione del coprifuoco e la revisione della legge finanziaria 2018 alla luce delle violente proteste avvenute nella notte in Tunisia, che hanno causato la morte di almeno una persona». Secondo il leader dell’ opposizione, sono sempre più essenziali delle riforme dato che «il governo non fa altro che accumulare errori: dobbiamo fermare il gioco dei partiti Nidaa Tounes e Ennahda»smolti di questi

Nel corso dei tafferugli, nella città di Tebourba, nel governatorato settentrionale di Manouba,  sarebbe morto un uomo di 43 anni, Khomsi Ben Sadek Eliferni, deceduto all’ospedale di Rabta, dopo esservi giunto, a seguito di un primo ricovero all’ospedale locale, in preda ad una crisi respiratoria, forse dovuta ai gas lacrimogeni. Diversi testimoni avrebbero assistito al momento in cui veniva schiacciato da un’ auto della polizia, ma, attraverso una nota, il ministero dell’Interno ha smentito l’ accusa sostenendo che, in procinto di aprire un’ indagine, l’uomo era malato di asma e sul suo corpo non sarebbero state rinvenuto tracce di violenza.

Come nel 2011, dunque, a scendere in strada, soprattutto giovani, che costituiscono quasi l’ 80 percento della popolazione, disoccupati e studenti, per protestare contro l’aumento dell’ IVA dell’ 1% e quindi dei prezzi deciso dalla legge finanziaria 2018 avanzata dal governo in carica. In particolare, 250 tunisini, in particolar modo intellettuali provenienti dalla società civile, hanno firmato una petizione contro il sistema ‘corrotto’ e ‘mafioso’ che sembra essere tornato ad imperare a Tunisi, dopo la caduta di Ben Alì. Il tutto sarebbe ascrivibile ai membri del Partito Nida Tounes che fa capo a Béji Caid Essebsi, la cui elezione risale al 2014.

«La caduta di Ben Ali» – esordiscono i firmatari- «non ha comportato la caduta del suo sistema economico. Le vecchie reti si riorganizzarono e ripresero la loro espansione, mettendo in catene l’amministrazione, la giustizia e i media, per non parlare dei partiti politici. I governi successivi dal 2011 hanno tutti evitato la necessità di impegnarsi in una lotta frontale contro la corruzione e i privilegi. La rivolta popolare ha rovesciato la dittatura e creato un clima di libertà, coronato nel 2014 con l’adozione di una costituzione democratica. Di essenza parlamentare, questa stabilisce un regime civile (madani), che protegge i diritti dei cittadini e le libertà pubbliche e individuali. Tutto ciò non era di natura tale da soddisfare le pressanti esigenze dei cittadini, ma era un passo in avanti, aprendo la strada a una nuova fase di lotte per raggiungere i cambiamenti economici e sociali richiesti dal paese».

Al Presidente Essebsi, ex ministro sotto Bourguiba e titolare del dicastero degli affari esteri sotto il governo di Ben Ali, quindi dal 1981 finoal 1986, viene addebitato il fallimento di quella che era iniziata come una rivolta e si sarebbe potuta « trasformare in un’autentica rivoluzione, cioè in una trasformazione globale, non limitata alla sola sfera politica, ma che comprendesse tutte le dimensioni della vita nazionale.La nuova Costituzione ei nuovi margini di libertà erano beni preziosi, un trampolino di lancio per una vera democrazia».

«Sono questi traguardi» – sentenzia l’ appello – «ad essere oggi seriamente minacciati da Béji Caïd Essebsi e Rached Ghannouchi, il suo alleato diretto nelle cattive mosse che si stanno preparando contro la Tunisia e la sua nascente democrazia». L’ attentato alla democrazia, a detta dei firmatari, sarebbe da rintracciare nella riconquista del potere, in diversi casi come ministri, da parte delle prime file di ex affiliati a quello che era il partito di Ben Alì, ovvero il ‘Rassemblement constitutionnel démocratique’.

Come se non bastasse, il 13 dicembre scorso, «gli eletti di Nida Tounes e del Movimento della rinascita (Ennahda), il partito islamista di Rached Ghannuchi, definiti «l’ offensiva reazionaria», «hanno votato la cosiddetta legge sulla riconciliazione amministrativa, che blocca i procedimenti penali per corruzione che coinvolgono funzionari dell’era Ben Ali. Il Presidente della Repubblica non è stato in grado di agire come ha fatto perché poteva contare sulla connivenza di egoismo di Rached Ghannouchi, che lo sosteneva in ciascuna delle sue iniziative, incluso il suo nepotismo. gli uomini e le loro parti hanno lavorato insieme per anni. Per avanzare i loro interessi, fino ad allora si erano accontentati di una forma insidiosa di restauro».

«Restaurazione» è la parola usata per spiegare il difficile contesto tunisino in cui «sono i gruppi imprenditoriali e mafiosi ad apparire come i principali beneficiari del rovesciamento del vecchio regime. Nessuna delle richieste essenziali della popolazione ha ricevuto il minimo inizio di soddisfazione. Il divario che separa la Tunisia dall’interno della Tunisia dalla costa non è stato ridotto; la società rurale continua a soffrire di una relazione strutturalmente diseguale con la società urbana. Gli abitanti delle cinture delle grandi città rimangono depressi nella loro emarginazione; nessuna strategia è stata concepita per integrare le attività informali nell’economia formale. I lavoratori e i dipendenti pubblici sono ancora soggetti alla politica di salari molto bassi, gli aumenti strappati dal 2011 sono stati cancellati dall’inflazione galoppante. I giovani laureati soffrono più che mai di una disoccupazione massiccia, legata a un sistema produttivo poco sviluppato. La classe media, in particolare i capi delle PMI, è sempre premuta dallo Stato e sempre intrappolata tra l’economia informale e l’oligarchia delle rendite».

La corruzione e il malaffare trovano terreno fertile nello stallo in cui versa il Paese dal punto di vista della transizione democratica. Sebbene siano enormi i gradini scalati, la stessa costituzione, principale risultato politico della “Rivoluzione dei Gelsomini”, pare essere in pericolo, ad opera dei due principali partiti. Tornano ad aver peso le lobby che, contestualmente, tornano ad appoggiare i potenti della politica di turno.

E l’ economia ne risente: a detta dell’Istituto nazionale di Statistica tunisino (Ins), l’indice nazionale dei prezzi al consumo subisce un aumento dello 0,1% nel solo mese di dicembre 2017 rispetto a novembre, si arriva al 6,4% dal 4,1% del dicembre del 2016. I picchi si registrano sui beni alimentari. Secondo il ministero tunisino delle Finanze, il debito pubblico ha raggiunto alla fine del mese di novembre 2017 il 69,5% del prodotto interno lordo (Pil) in aumento di quasi otto punti percentuali rispetto all’ anno precedente. E questo è avvenuto al di là dei positivi risultati nel settore turistico in Tunisia per l’anno appena concluso che ha visto un aumento del numero di visitatori del 23,2% rispetto al 2016, come ricordato dalla ministra tunisino del Turismo e dell’Artigianato, Selma Elloumi Rekik.

Il problema vero è l’ economia informale, quella cui fanno riferimento le generazioni più giovani di lavoratori. «Possiamo quindi riunirci contro di loro, combattere il loro progetto retrogrado e sconfiggerlo. Il dovere di resistenza non è l’unica responsabilità dei partiti di opposizione, riguarda tutti i tunisini legati al loro paese e alle loro libertà, vinti a prezzo del sangue delle giovani generazioni».

 

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