venerdì, Aprile 16

Tunisia: le proteste e il ‘fallimento’ della democrazia La rivoluzione è divenuta restaurazione? L' intervista a Stefano Torelli (ISPI)

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Il bilancio degli scontri avvenuti in Tunisia la scorsa settimana non è certo tranquillizzante: 803 persone arrestate, 97 agenti di polizia feriti, 87 autoveicoli danneggiati e alcune caserme di polizia date alle fiamme. Un uomo di 43 anni, Khomsi Ben Sadek Eliferni sarebbe deceduto all’ospedale di Rabta, dopo esser stato colto da un malore nel corso delle manifestazioni nella città di Tebourba, nel governatorato settentrionale di Manouba.

A scatenare le contestazioni, le misure contenute legge finanziaria 2018 come l’aumento dell’ IVA dell’ 1% e quindi del costo della vita, disposte nel rispetto degli impegni presi con il Fondo Monetario Internazionale che, nel 2016, aveva accordato un prestito di 2,8 miliardi di dollari, distribuito per quattro anni a patto che Tunisi mettesse mano ad una serie di riforme strutturali, tra cui l’ eliminazione di 20mila dipendenti pubblici e la revisione del sistema pensionistico. La mancata impostazione delle riforme, aggiunto ad un aumento del deficit, nonostante i buoni risultati, ad esempio, nel settore turistico, hanno congelato il prestito. L’ inflazione va oltre il 6%.

La disoccupazione è oltre il 10%  e supera il 30% quella giovanile, concentrandosi nelle aree più interne. Fattore preoccupante visto che la popolazione è composta per l’ 80% da giovani. “Che cosa stiamo aspettando?” è lo slogan delle proteste. Dilagano la corruzione e gli interessi mafiosi è quanto denunciato da una petizione firmata da molti esponenti della società civile e intellettuale. Le forze politiche, al governo, Nida Tounes e del Movimento della rinascita (Ennahda) sembrano lontani dalle esigenze dei cittadini.

Va ricordato che è proprio a seguito del suicidio giovane venditore ambulante di verdure, Mohamed Bouazizi, in Tunisia, con la Rivoluzione dei Gelsomini, nel gennaio 2011, che ebbero inizio le ‘Primavere arabe’, di cui, peraltro, proprio in questi giorni, si è celebrato l’ anniversario. Cosa rimane di quelle istanze, a sette anni di distanza? A che punto è la transizione democratica che vede la Tunisia accingersi alle elezioni municipali e, nel 2019, a quelle nazionali? Come viene percepita la classe politica? Abbiamo posto queste domande a Stefano Torelli, Research Fellow dell’ Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

In una sua recente analisi, riguardo agli avvenimenti di questi ultimi giorni in Tunisia, lei ha affermato che «oggi è peggio del 2011». Perché?

Perché mentre nel 2011 le proteste si sono subito rivolte contro il regime per cercare di modificare l’ assetto politico-istituzionale del Paese, e c’ era un clima di forte entusiasmo, speranza, adesso il messaggio che stanno mandando le persone in piazza è quello per cui, nonostante la transizione che vede in campo i nuovi governi democraticamente eletti che dovrebbero rappresentare il futuro, essi non sono percepiti come in grado di risolvere i problemi. Quindi potenzialmente più pericolosa nel senso che il messaggio sembra quasi essere che, dopo aver sperimentato decenni di autoritarismo e dopo sette anni di transizione democratica, seppur con difficoltà, non vada bene neanche questa soluzione. Quindi il rischio c’è perché da un lato i manifestanti appaiono come disillusi, senza una reale alternativa, dall’altro c’è il pericolo che le autorità continuino a reprimere sempre di più queste proteste, facendo un po’ regredire il Paese dal punto di vista delle libertà e delle censure.

Viene dunque registrato dai cittadini il “fallimento” di quest’ apertura democratica, la sua incapacità a produrre dei veri miglioramenti nelle loro vite quotidiane.

Esatto, non c’è un miglioramento delle condizioni di vita. Sicuramente, ciò è dovuto ad altre congiunture, ma buona parte della responsabilità, agli occhi della società tunisina, è propria di questa nuova classe politica post-Ben Ali che, da un lato, si sta rivelando incapace di risolvere quelli che erano i problemi strutturali che il Paese aveva e dall’ altro, pur presentandosi come nuova, è percepita veramente come vecchia, che ricorda molto la classe politica sotto Ben Ali: quindi con due forti partiti che si spartiscono tutte le posizioni di potere più importanti, dando l’ impressione di passare più tempo a risolvere beghe interne e a discutere tra di loro su questioni prettamente politiche piuttosto che mettere in campo delle riforme nel settore sociale ed economico per poter migliorare le condizioni di vita. Di fronte a questa situazione, ciò che preoccupa è che molti sondaggi, anche di opinione, rilevano come per i tunisini, a differenza di sette anni fa, la priorità sembra nuovamente non essere vivere in un sistema più o meno democratico quanto avere delle risposte concrete. Come se tutti i risultati, anche importanti, raggiunti dal punto di vista del processo di transizione politica, siano quasi sacrificabili rispetto alla prospettiva di un miglioramento delle condizioni di vita.

250 tunisini, in particolar modo intellettuali provenienti dalla società civile, hanno firmato una petizione contro il sistema ‘corrotto’ e ‘mafioso’che sembra essere tornato ad imperare a Tunisi. C’ è il  rischio, come ravvedono i firmatari della petizione, che la rivoluzione si tramuti in una ‘restaurazione’?

Il pericolo c’è. Poi, è chiaro che occorre vedere le cose in maniera più distaccata, riconoscendo anche i grandissimi progressi che sono stati fatti. Però, la sensazione che si ha è questa: cioè che, tutto sommato, si stiano riproponendo delle dinamiche molto simili a quelle che erano di Ben Ali. Questo, soprattutto, da due punti di vista: una classe politica che sembra molto lontana dalle necessità dei cittadini; dall’ altro il graduale ritorno del ricorso alla forza in tante occasioni, cosa che è stata evidente dal 2015 in poi con il pretesto della lotta al terrorismo, con una nuova legge anti-terrorismo e con altre leggi successive che tutelavano le forze di polizia dalle critiche di giornalisti, blogger: quindi impunità delle forze di sicurezza che quindi sono tornate a compiere, come dichiarato da alcuni organizzazioni come Amnesty International, dei veri e propri soprusi nei confronti della popolazione, tra cui arresti sommari, detenzione senza processo e addirittura, secondo alcune testimonianze, torture. Queste dinamiche fanno sì che quanto accadeva con Ben Ali si stia riproponendo. Alla base, tutta una classe burocratica, soprattutto dentro al Ministero dell’ Interno, cuore del potere di Ben Ali, che, evidentemente, ancora imprime una forte resistenza ai tentativi di riforma. Quindi come se vi fosse una sorta di ‘Stato profondo’ che sta cercando di indirizzare il Paese verso una determinata traiettoria. Però è tutto fluido, in fieri. Queste sono le preoccupazioni che si vedono e che anche i tunisini hanno. D’altra parte, nonostante il rischio resti, il cammino di transizione rimane in piedi, con le difficoltà che sappiamo.

A riaccendere le proteste, può avere contribuito anche la firma da parte della cosiddetta ‘offensiva reazionaria’, ossia le forze di governo, della cosiddetta ‘legge sulla riconciliazione amministrativa’, che blocca i procedimenti penali per corruzione che coinvolgono funzionari dell’era Ben Ali.

Sicuramente è uno dei tanti tasselli che messi in fila uno dietro all’altro generano questo sentimento di ‘rabbia’ comune.

E’ d’ accordo con i firmatari della petizione quando sostengono che l’ ‘inefficienza’ del governo ha facilitato il dilagare della corruzione e degli interessi mafiosi?

Sì. Sono diverse facce della stessa medaglia. La corruzione è una delle piaghe più sentite dai tunisini stessi e, appunto, negli ultimi due anni molte associazioni hanno denunciato un ritorno abbastanza forte di questo tipo pratiche, non solo di questo governo visto che questo è il settimo o l’ ottavo che si sussegue negli ultimi sette anni. Certamente non sta facendo bene al Paese il fatto che la situazione politica, seppur apparentemente stabile, sia così ‘instabile’ perché ci sono continui rimpasti di governo, continue fuoriuscite dai partiti principali. E questo fa tutto parte della sensazione di una classe politica che perde tempo e non si preoccupa delle riforme.

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