sabato, Settembre 25

Tunisia: la transizione fallita Le lamentele dietro le recenti proteste sono le stesse che hanno portato alla Rivoluzione. i tunisini chiedono la fine non solo del governo, ma di un intero sistema

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La Tunisia è in rivolta, nel pieno di una crisi politico-istituzionale, la più grave dalla rivoluzione del 2011. Dopo una ennesima giornata di manifestazioni, a Tunisi e in altre città del Paese, ieri, nel 64° anniversario dell’indipendenza, organizzate da un gruppo che si fa chiamare Movimento 25 luglio, contro la cattiva gestione dell’emergenza Covid-19 da parte del governo, ma anche contro la crisi economico-sociale, il Presidente Kais Saied, ha licenziato il Primo Ministro, Hichem Mechichi, e sospeso il Parlamento, dichiarando che assumerà l’autorità esecutiva con l’assistenza di un nuovo Primo Ministro.
In strada i manifestanti, che chiedevano appunto lo scioglimento del Parlamento e la cacciata del Primo Ministro, sono esplosi in festa. Il partito di maggioranza in Parlamento, Ennahda, partito islamista moderato, che guida il Paese da dieci anni, ha accusato il Presidente di colpo di Stato, «un colpo di Stato contro la rivoluzione e la Costituzione». Mechichi, che gode del sostegno di Ennahda, oggi ha ribadito l’infondatezza della decisione di Saied, mentre il Presidente del Parlamento, Rached Ghannouchi, alla guida di Ennahda, ha cercato di entrare nell’edificio parlamentare ed è stato bloccato. I militari, infatti,starebbero sostenendo il Presidente Saied.

Secondo le cronache, lo scontro si sta consumando per le strade, con i sostenitori di Saied da una parte e i sostenitori di Ennahda dall’altra.

I manifestanti, che secondo le cronache hanno preso d’assalto o hanno tentato di prendere d’assalto gli uffici di Ennahdha a Monastir, Sfax, El Kef e Sousse, Tozeur, non solo lamentano la gestione della pandemia -che piuttosto sembra essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso-, bensì soprattutto chiedono riforme economiche e sociali, e accusano Ennahdha dei mali del Paese, esplosi nel 2017 con il crollo dell’economia. Nessun partito politico ha sostenuto pubblicamente le manifestazioni, organizzate via social dal Movimento 25 luglio, e cavalcate dal Presidente, al culmine di mesi di scontro politico con il suo Primo Ministro e con il Parlamento.

Alcuni analisti hanno visto nel colpo di mano del Presidente un tentativo di espandere i suoi poterioltre a quelli sull’Esercito e sulla politica estera che la Costituzione del 2014 gli assegna, in linea con quello che è ilpersonaggio‘. Un politico indipendente di 63 anni, ex avvocato costituzionalista, presentatosi come un modello d’integrità, paladino dell’anti-corruzione, che, ottenendo l’appoggio della sinistra, degli islamisti e dei giovani, è riuscito farsi eleggere nel 2019 come reazione all’insoddisfazione popolare nei confronti di tutti i principali partiti. Appena eletto -non nascondendo la sua ambizione per unamodifica della Costituzione che metta dia ampi poteri al Presidente- ha avviato uno scontro per il controllo del potere, da una parte con i primi ministri -prima Elyes Fakhfakh e poi Hicham Mechichi- e dall’altra con il partito Ennahdha, e il suo leader Ghannouchi. Nell’ultimo anno, Saied e Mechichi, si sono duramente scontrati in materia di rimpasto di governo e il controllo delle forze di sicurezza.
Ad ‘Al Jazeera‘, William Lawrence, professore all’Università americana di Washington DC ed esperto di Tunisia, ha affermato: «La sua soluzione è licenziare le persone, un po’ come l’ex Presidente degli Stati Uniti. Nonostante il giubilo in certi angoli della Tunisia, non c’è giubilo diffuso, non credo. Finora, non vediamo un presidente che abbia l’autorità o la capacità di risolvere i problemi».

L’ira contro Ennahdha ha radici profonde, vengono da subito dopo la rivoluzione del 2011, o meglio dal suo sostanziale fallimento, e probabilmente si appunterebbe contro qualsiasi altro partito avesse gestito il Paese in questo stesso modo e per 10 anni.

«Le ricerche sulla transizione del potere in Tunisia e sulla traiettoria del Paese dopo la rivolta mostrano che le lamentele dietro le recenti proteste sono le stesse che hanno portato alla Rivoluzione», affermano Saerom Han, Andrea Teti e Pamela Abbott dell’Università di Aberdeen.
Sono passati 10 anni da quando le proteste a livello nazionale in Tunisia hanno portato alla cacciata del Presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali e del suo regime. Le proteste erano state condotte contro disoccupazione, inflazione alimentarecorruzione, mancanza di libertà politica e cattive condizioni di vita nel Paese. Troppo poco è cambiato subito e nel corso del tempo.
Le proteste hanno continuato ad aumentare
dopo l’imposizione dello stato di emergenza nel 2015 . Quest’anno, pochi giorni prima del decimo anniversario della Rivoluzione della dignità, il Governo ha improvvisamente annunciato il blocco e il coprifuoco. Imperterrita, la gente ha nuovamente protestato e continua a farlo.
Allora come oggi, «la gente ha protesta per i propri diritti socio-economici e per ottenere una misura di giustizia sociale, oltre che per far sentire la propria voce politica. I governi successivi hanno aumentato la repressione dei diritti civili-politici. E la corruzione -che sfrutta la gente comune ma avvantaggia i ricchi e gli influenti- rimane dilagante. Piuttosto che perseguire gli ‘obiettivi della rivoluzione’, il governo ha riscoperto le vecchie cattive abitudini, ignorando odelegittimando il dissenso».

Il peggioramento delle condizioni economiche e l’aumento della disuguaglianza non sono conseguenze della Rivoluzione, affermano i ricercatori, «ma sono state prodotte da misure di austerità. Questi sono stati introdotti dal governo per volere dell’Unione Europea e delle istituzioni finanziarie internazionali. Attraverso la nostra ricerca, abbiamo visto che i tunisini vogliono una socialdemocrazia che garantisca diritti sia socio-economici che civili-politici. Per i tunisini, la giustizia sociale e i diritti socioeconomici sono parti integranti della democrazia e non possono essere trattati come semplici risultati».

La gente esprime frustrazione per il fatto che le richieste del 2011 non sono mai state soddisfattechiedono «un’altra, vera rivoluzione».
I sondaggi di opinione pubblica dal 2011
mostravano come i tunisini volessero un governo reattivo, capace di fornire servizi pubblici dignitosi e sicurezza economica, la fine della corruzione, l’avvento di un governo democratico, diritti sociali e politici. Invece, secondo l’Arab Barometer, «i due terzi dei tunisini pensano che i politici non si preoccupino dei bisogni delle persone. La fiducia nei politici, nei partiti politici o nel governo è estremamente bassa. E meno del 10% è soddisfatto del governo in generale. Sono per lo più insoddisfatti del record di creazione di posti di lavoro del governo, delle sue prestazioni nel ridurre le disuguaglianze e della sua lotta contro l’inflazione.
Inoltre,
circa il 90% pensa che il governo sia corrotto, che le raccomandazioni (wasta ) siano necessarie per trovare un lavoro e che i funzionari del governo forniscano raccomandazioni per aiutare i loro parenti».

Le lamentele economiche hanno guidato la Rivoluzione della dignità e da allora sono state un problema. Il governo non è riuscito a fornire crescita economica, riduzione del debito, commercio o occupazione. La disoccupazione resta alta, il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro è sempre più difficile e i posti di lavoro sono diventati più precari.
Inoltre, nella sua più recente valutazione economica,
«la Banca Mondiale ha evidenziato la mancanza di investimenti, la bassa produttività del settore privato e le esportazioni al di sotto della pre-rivoluzione».

Il governo, sostengono i ricercatori, non è l’unico responsabile della mancata realizzazione di profonde riforme socio-economiche. «Le istituzioni finanziarie internazionali e i governi occidentali sono complici. Hanno incoraggiato -talvolta spinto- la Tunisia ad adottare politiche economiche neoliberali in cambio di aiuti e commercio. Ad esempio, le riforme strutturali alle istituzioni pubbliche e alle aziende statali, la riduzione dei sussidi energetici e la svalutazione del dinaro tunisino in linea con il tasso di cambio di mercato. Queste politiche riducono la spesa statale, il che significa che il governo non può migliorare i servizi sociali o il sostegno al reddito».

Da alcune settimane il governo di Mechichi stava cercando di concordare un nuovo prestito con il Fondo monetario internazionale (FMI). La produzione si è ridotta dell’8,8% lo scorso anno e il debito nazionale è arrivato al 91% del prodotto interno lordo (PIL). Il budget tunisino per il 2021 prevede un fabbisogno di prestiti di $ 7,2 miliardi, inclusi circa $ 5 miliardi di prestiti esteri.L’accordo con l’FMI per la Tunisia era già settimane fa «un’ultima possibilità per evitare un collasso imminente». E già si paventava che la Tunisia potesse finire come il Libano, dove la valuta è crollata e i risparmi sono stati spazzati via, portando a disordini sociali. Il fallimento dello Stato all’orizzonte.
L’intervento del FMI è l’unica strada percorribile per la Tunisia. Se non che le principali riforme richieste dal FMI -tagli delle sovvenzioni, ristrutturazione delle aziende statali e riduzione del monte salari del settore pubblico- sono, oltre che contrastate dal sindacato UGTT e da alcuni partiti politici, l’opposto di quanto i tunisini reclamano.
Cosa accadrà ora su questo salvataggio fiscale è quasi impossibile dirlo.

«Qualunque cosa i politici abbiano pensato di fare, non ha funzionato. Né ha intaccato l’insoddisfazione popolare. Il governo tunisino, l’UE e le istituzioni finanziarie internazionali devono ripensare alle politiche ‘provate e fallite’. Devono adottare misure che soddisfino le richieste di dignità, occupazione e fine della corruzione delle persone». In questa direzione, si suggerivano investimenti in infrastrutture, soprattutto all’interno, per creare occupazione e attrarre investimenti sia stranieri che locali. Mentre l’Unione Europea «potrebbe consentire alla Tunisia un maggiore accesso al suo mercato interno agricolo, dove la produzione tunisina ha un vantaggio competitivo. Potrebbero anche mitigare le condizioni di rimborso del prestito o addirittura premere per riforme che rendano il lavoro più gratificante e sicuro».
Tutto questo ora sembra da archiviare al capitolo di quanto si sarebbe potuto fare e non è più possibile fare. Ecco perché,
«proprio come 10 anni fa, i tunisini chiedonoisqaat an-nizaam’: la fine non solo del governo di un particolare autocrate, ma di un intero sistema».

Ora nel Paese potrebbe succedere tutto e l’opposto di tutto. Intanto le proteste, e gli scontri tra i sostenitori del Presidente e i sostenitori di Ennahdha potrebbero assumere connotati molto più violenti, fino a far decidere i militari di prendere in mano il controllo della situazione.
Soluzioni politiche-istituzionali diverse secondo
Reuters‘ ha in mano il Presidente.
Saied potrebbe nominare in breve tempo un nuovo Primo Ministro, ridare i poteri al Parlamento dopo la fine del suo blocco di 30 giorni e poi andare a nuove elezioni parlamentari.
Ma il Presidente potrebbe anche invece decidere di consolidare il controllo sulle leve del potere e degli apparati di sicurezza, rinviando o annullando il ritorno all’ordine costituzionale e riducendo le libertà post-rivoluzione del 2011.Altresì Saied potrebbe usare la crisi per una riforma costituzionale che nel passato ha mostrato di ambire: un sistema presidenzialebasato sulle elezioni ma con un ruolo minore per il Parlamento. A questo punto si terrebbe un referendum sulle modifiche alla Costituzione e nuove elezioni.
Qualsiasi cosa succeda, una cosa sembra certa: la transizione è fallita.

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