martedì, Settembre 21

Tunisia: il divario tra Centro e Periferia pesa sulle elezioni Dopo sette anni, cosa resta della Rivoluzione dei Gelsomini? Ne parliamo con Pierre Chiartano, giornalista freelance che collaboran con IGS

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Il 17 dicembre 2010, in Tunisia, scoppiava quella che è passata alla Storia come Rivoluzione dei Garofani: una serie di sollevamenti popolari che, partiti dalle campagne, si sono allargati alle città e a tutto il Paese provocando la caduta del regime del dittatore Zine el-Abidine Ben Ali. C’è di più, oltre agli effetti sulla vita istituzionale della Tunisia, la Rivoluzione dei Gelsomini ha anche aperto la stagione delle Primavere Arabe, una serie di rivolte che hanno interessato un gran numero di Paesi dell’area: dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria, allo Yemen.

Il 6 maggio 2018, a oltre sette anni dall’inizio della rivolta, i tunisini si sono recati alle urne per le prime elezioni amministrative dalla caduta di Ben Ali. La tornata elettorale rappresentava un appuntamento piuttosto interessante in quanto, tra tutti i Paesi interessati dalle Primavere Arabe, la Tunisia è l’unico ad avere raggiunto una sua stabilità.

Le elezioni, importante passaggio di prova in vista delle politiche dell’anno prossimo, sono state tutt’altro che un successo. Il dato più rilevante è quello dell’astensione: solo il 34,4% dei tunisini aventi diritto al voto si è recato alle urne. Per quanto riguarda le preferenze, come per le precedenti elezioni politiche, il risultato migliore è stato raggiunto dalla formazione islamista moderata En-Nadha (Rinascita), che si attesta al 27,5%; al secondo posto, la formazione laica e liberale, di ispirazione neo-bourguibista, Nida Tunus, con il 22,5%; al terzo posto, molto distaccata, la coalizione di Sinistra del Front Popoulaire (Fronte Popolare), che si ferma al 5,3%. Non sono certo mancate le sorprese, come l’elezione di una donna alla carica di Sindaco di Tunisi (Souad Abderrahim (farmacista, eletta con il partito En-Nadha, ma che si dichiara indipendente e non indossa il velo).

Nonostante ciò, resta il dato dell’affluenza scarsissima. Per tentare di capire di più sulla situazione tunisina attuale, abbiamo parlato con Peirre Chiartano, freelance che ha passato molto tempo in Tunisia e che conosce molto bene il Paese; collabora, inoltre, con lo Institute for Global Studies (IGS).

Secondo Chiartano, “il buno risultato di En-Nadha e la scarsa affluenza alle urne, soprattutto da parte dei più giovani, sottolinea il problema endemico del dopo-‘rivoluzione’: lo scarso appeal del change, la risposta politica inadeguata e la sottovalutazione, da parte di chi sta aiutando il Paese dall’esterno, del cambio di mentalità provocato dalle Primavere Arabe in Tunisia e altrove”.

Di certo, a sette anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini, la situazione in Tunisia è molto migliore che negli altri Paesi che hanno vissuto la stagione delle Primavere Arabe: la Libia è dilamniata dalla guerra civile, così come la Siria e lo Yeme, mentre l’Egitto, dopo l’affermazione dei Fratelli Mussulmani, ha visto l’ascesa del Generale Abd al-Fattah al-Sisi, che ha instaurato una dittatura più dura e meno efficace di quella di  Hosni Moubarak. Al contrario, in Tunisia sembrerebbe che si sia raggiunta una sorta di equilibrio. Chairtano ci spiega che, “la Rivoluzione dei Gelsomini ha dato il via alla stagione delle Primavere Arabe che presto si sono trasformate in autunni per molte Paesi”. La Tunisia invece, continua, “ha seguito un tragitto simile con alcune differenze in positivo. È stata l’unica ad uscirne non in pezzi, con libere elezione, una Costituzione tutta nuova”. Nonostante ciò, non si può negare che esistano seri problemi “pensiamo al numero enorme di foreign fighter forniti al cosiddetto ‘Stato Islamico’, tanto per citare la sigla più nota”, aggiunge Chiartano.

Dopo il successo della Rivoluzione dei Gelsomini, e la fuga di Ben Ali, molti analisti europei, e non solo, sono rimasti sorpresi dal successo di partiti fondamentalmente conservatori, come En-Nadha e Nida Tunus, successo che, come si è visto, è stato confermato anche in questa tornata amministrativa. Chiartano ci spiega che “En-Nadha (Rinascita) è la formazione politica a ispirazione islamica, vicina alla Fratellanza Musulmana, all’epoca una novità e un’incognita, che ha inizialmente fallito la prova di Governo, per inesperienza (ha commesso molti errori) e per una comprensibile diffidenza degli apparati statali, élite economiche e interessi stranieri che guardavano con sospetto a un ritorno della fede come cifra per declinare una società araba”. Bisogna anche dire, continua, che “gli uomini di Rached Gannouchi (il leader di Rinascita) avevano ereditato la struttura amministrativa costruita da Habib Bourguiba, facendo però l’errore di ‘toccarla’ con una sorta di mal riuscito spoil system. C’è da ammettere che avevano ereditato una situazione difficile. Ma chi ancora oggi gli definisce ‘islamisti’ non conosce il fenomeno e dimostra di avere un’idea approssimativa della Tunisia”. Per spiegare quale sia il ruolo giocato da En-Nadha in Tunisia, Chiartano riporta una sua esperienza: “ho avuto occasione di incontrare il governatore di Kasserine, Mohamed Sidhom, in quota En-Nadha, nel giugno del 2013. Il politico aveva nella sua agenda lo Chaambi, base degli jihadisti violenti più spietati, un confine con l’Algeria molto ‘poroso’ e un’economia poverissima, dove una buona parte della popolazione era dedita al contrabbando. Per fare un paragone con l’Italia, Sidhom poteva ricordare un vecchio democristiano nel decennio post-bellico, pragmatico e conscio di dover riempire il lago delle aspettative con un secchiello”.

Per capire cosa rappresenti Nida Tunus, l’altro partito che ha ottenuto un discreto successo, invece, bisogna fare un passo indietro. Chiartano spiega che, nel 2013, dopo l’omicidio politico di Mohamed Brahmi il 25 luglio (il secondo in poco tempo), “Gannouchi fu spinto a stringere un’accordo con il vecchio Es-Sebsi, a Parigi il 15 agosto. Il patto prevedeva un’uscita indolore dal Governo di Rinascita ed Beji Caid Es-Sebsi Presidente nelle elezioni dell’autunno 2014: Fu una dimostrazione di responsabilità politica di Gannouchi che evitò alla Tunisia un periodo ancora più critico e forse una guerra civile. Da quell’accordo nacque anche Nida Tunus, un partito nato in tempi da record che lo ha reso fragile, infatti ha perso pezzi negli anni. Es-Sebsi garantiva le élite statali, laiche, economiche, la Francia e alcuni organismi internazionali, ma non aveva le caratteristiche per soddisfare la voglia di giustizia e dignità nate spontaneamente durante la Rivoluzione”.

Un aspetto che bisogna tener presente quando si parla di Tunisia, è la grande differenza che esiste tra le differenti aree: tra la costa e l’entroterra, tra le città e le aree rurali e così via. Dice Chiarciano: “le differenze tra aree urbane e rurali esistono e sono determinanti, ma non sono sempre  sovrapponibili ai bacini elettorali delle due principali formazioni politiche tunisine. Sarebbe meglio utilizzare il concetto di ‘esclusi’ e di ‘delusi’”. Differentemente da come si potrebbe pensare, il sostegno al partito islamico non è un fenomeno unicamente rurale: “nella Capitale troviamo grandi municipalità dove il partito a ispirazione islamica prendeva molti consensi. Cité Ettadhamen, la Kashba, Dar-Faddhal tanto per citarne alcune; poi naturalmente il sud del Paese e le aree di confine dove esisteva quello che ho chiamato il ‘modello Fallujah’ (zone dove la percezione dello Stato era spesso veicolata da funzionari corrotti e da un’economia basata fondamentalmente sul contrabbando). Qui le radici dello jihadismo violento, brandizzato al Qaeda o ‘Stato Islamico’, prendeva piede facilmente;  spesso En-Nadha e alcuni settori salafiti erano la migliore diga contro lo jihadismo violento”. Al contrario, continua Chiartano, “il progetto Nida Tunus è nato a Parigi nell’estate del 2013 e ha preso voti tra chi non sopportava la svolta ‘islamica’ vera o presunta e voleva una svolta economica: il punto debole della Tunisia, oltre la corruzione e il clientelismo, rimane un’economia fragile”.

In definitiva, sostiene Chiartano, “i due partiti coprono una buona parte dei settori della società tunisina che non comunicano fra loro, un fenomeno che ho riscontrato anche il altri paesi musulmani come l’Indonesia: dove esistono minoranze laiche e occidentalizzate, di solito hanno il controllo di settori chiave del Paese e spesso operano come oligarchie. Semplificando molto, le differenze nella distribuzione di ciò che rimane della ricchezza ha facilitato lo sviluppo di partiti sul modello della Muslim Brotherhood”.      

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