domenica, Maggio 16

Tunisia: i giovani della rivoluzione sotto processo Che ne è stato dei giovani rivoluzionari tunisini? Arrestati a centinaia per aver partecipato al movimento rivoluzionario

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 Free-Azyz-credit-photo-Karima-Souid

Tunisi – Il 2 giugno 2014, l’Assemblea Nazionale Costituente tunisina ha approvato un progetto di legge che depenalizza tutti gli «atti che hanno condotto alla realizzazione e al successo della rivoluzione», purché siano stati commessi tra il 17 dicembre 2010 e il 28 febbraio 2011; il testo recita: «Non sono soggetti a sanzione penale gli atti che, con l’obiettivo di realizzare la rivoluzione e di completarla, sono stati commessi tra il 17 dicembre 2010 e il 28 febbraio 2011. Chi sia stato condotto in giudizio e abbia ricevuto una sentenza per aver commesso uno degli atti su citati nell’arco di tempo indicato, gode di un’amnistia generale; un’apposita certificazione sarà rilasciata dai pubblici ministeri generali, presso la Corte d’Appello, nei loro specifici ambiti di competenza».

L’adozione di questa legge risponde alla crisi nella quale il Paese si agita in questo momento. Sono stati arrestati centinaia di giovani, perché hanno partecipato al movimento rivoluzionario e alle azioni che hanno spinto il dittatore Ben Ali all’esilio, e perché continuano a partecipare alle contestazioni sociali che si verificano quotidianamente dal giorno della fuga di ZABA (Zine El Abidine Ben Ali). In gran parte dei casi gli arresti sono stati contestati dagli attivisti, dai blogger e dai giovani, così desiderosi di mettere in atto la rivoluzione e di raggiungerne gli obiettivi. Ma ricominciamo il racconto dall’inizio.

Appena dopo la fuga del dittatore tunisino Zine El Abidine Ben Ali, il 14 Gennaio 2011, dopo la sollevazione popolare innescata
dall’auto-immolazione di Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco nella città periferica e dimenticata di Sidi Bouzid, si è cominciato a parlare di una rivoluzione dei giovani. In effetti, il ‘detonatore’ della rivolta è stato proprio l’atto di un giovane, e giovani sono stati la maggior parte dei feriti e dei martiri, la massa dei manifestanti in prima linea e i blogger e gli attivisti che hanno garantito la ‘copertura’ informativa degli eventi. È stato consumato molto inchiostro per parlare di questa gioventù tunisina che è riuscita a cacciare un dittatore apparentemente invincibile ed eterno. Ma qual è la situazione dei giovani tunisini a poco più di tre anni dalla fuga del dittatore?

Quando l’euforia rivoluzionaria si è dissipata, i giovani hanno capito che la rivoluzione non ha portato nulla. Nessuno, tra i diversi governi di transizione, provvisori e temporanei, che hanno preso il potere, si è davvero impegnato per risolvere i veri problemi della popolazione tunisina, né tantomeno ha cercato di risolverli. I giovani sono stati esclusi dai processi decisionali, e poi abbandonati dai politici, la cui unica preoccupazione era, e resta, il potere.

Disperatamente, alcuni hanno scelto di affrontare la traversata marittima, sognando un futuro migliore dall’altra parte del Mediterraneo, ignorando una morte sempre in agguato, dietro ogni onda che si infrangeva sulle loro imbarcazioni, mediamente in condizioni deplorevoli. Altri hanno preferito archiviare la rivoluzione ed accettare la realtà, per poi riprendere una vita normale. Un altro gruppo si è ritrovato in prigione, incarcerato per accuse risalenti al periodo della rivoluzione. Alcuni continuano a sognare la rivoluzione e la possibilità di farla ancora riuscire.

Sono molti i giovani che languono nelle celle carceri tunisine, per il solo fatto di aver partecipato agli eventi di «quella che viene chiamata ‘la rivoluzione’», come recitano i verbali della Polizia. Alcuni di loro sono stati fortunati, e i loro casi sono andati sui media, per caso o grazie al super-lavoro degli attivisti.

Quello di Saber Mraihi è uno di questi casi. È stato condannato a 20 anni di carcere, prima di ottenere una sentenza di ‘non luogo a procedere’ dovuta agli sforzi del suo collegio difensivo e di un comitato di sostegno. Fu arrestato nel mese di aprile del 2012, per tentato omicidio volontario, risalente ai tempi degli scontri della rivoluzione tunisina. Una montatura, secondo i suoi avvocati. Nel 2012 un agente di Polizia aveva presentato una denuncia contro Saber, sostenendo di averlo riconosciuto in un video dove si vedono i cittadini che difendono i loro quartieri, nei giorni successivi alla fuga del dittatore Ben Ali. Se un rapper non si fosse fatto arrestare per una questione di diritto comune, forse non avremmo mai sentito parlare del caso di Saber Mraihi.

Ma ce ne sono altri, a decine e decine, come Saber.

Fathi Jlaili è stato condannato a 10 anni di carcere per gli stessi reati: partecipazione a quelli che vengono chiamati «gli eventi della rivoluzione». Non è stato possibile salvarlo dal suo calvario perché il suo caso non è stato scoperto in tempo. Non si poteva più fare ricorso a ricorsi e procedimenti giudiziari che gli avrebbero dato diritto a un nuovo processo.

Decine e decine di giovani conoscono lo stesso destino di Fathi Jlaili e i loro casi cadono nell’oblio.

L’ultimo arresto in ordine di tempo è stato quello di Azyz Amami. Si tratta di un blogger e un attivista, torturato nelle prigioni del Ministero degli Interni sotto Ben Ali, ma che ha continuato ad esprimere le sue critiche, difendendo il diritto alla verità delle famiglie dei martiri della rivoluzione, recentemente impegnate in uno sciopero della fame, o denunciando le pratiche messe in atto dalle forze dell’ordine nei confronti di chi è stato coinvolto nelle rivolte tra dicembre 2010 e gennaio 2011. È stato arrestato da circa un mese e gli è stata addebitata un’accusa legata a questioni di stupefacenti. Che menzogna! La maggior parte di chi conosce il percorso di Azyz sa bene che è stato arrestato per il suo attivismo. Pochi giorni prima dell’arresto aveva partecipato ad uno show televisivo, durante il quale aveva accusato la Polizia di ricorrere a incriminazioni per droga perché non è possibile accusarli di militanza e attivismo. Secondo lui, alcuni poliziotti hanno dato alle fiamme le loro stesse stazioni di Polizia, per eliminare gli archivi dell’ex regime; ha citato -nello specifico- la stazione di Polizia di La Goulette, un piccolo comune alla periferia settentrionale di Tunisi. La Polizia ha arrestato e interrogato Azyz in quella stessa stazione.
È stato accusato di essere coinvolto in una campagna di sostegno creata a favore dei giovani rivoluzionari, e lanciata in diverse regioni della Tunisia, che si chiama ‘Anch’io ho bruciato una stazione di Polizia‘ La campagna ha l’obiettivo di raccogliere i nomi di tutti i giovani arrestati, e chiamati in giudizio per fatti che risalgono alla rivolta del 17 dicembre 2010, di coinvolgere avvocati nella gestione dei casi, e di organizzare manifestazioni di sostegno davanti ai tribunali, garantendo la copertura mediatica dei casi. Poco prima dell’arresto di Azyz la lista conteneva già più di cinquanta nomi di giovani, arrestati in tutta la Repubblica tunisina. Un elenco che col tempo è diventato sempre più lungo.
L’arresto di Azyz Amami non poteva passare inosservato, la sua famiglia e i suoi amici si sono organizzati e il caso è diventato noto, così come tutti gli altri arresti di giovani rivoluzionari. I media nazionali e internazionali hanno seguito il caso, una notevole pressione è stata fatta sulle Autorità per spingere i politici, specialmente i membri dell’Assemblea Costituente, a reagire e ad optare per la depenalizzazione di «tutti gli atti che hanno portato alla realizzazione e successo della rivoluzione», commessi tra il 17 dicembre 2010 e il 28 Febbraio 2011. Interpellato in merito alla sua opinione su questa legge, Azyz ha risposto: «La mia opinione oscilla tra: finalmente si riconosce ufficialmente la non criminalità della rivoluzione, ma, d’altra parte, è pericoloso fissare un termine di tempo per una rivoluzione che è ancora in corso, specie perché la si fa finire il 28/02/2011, quando inizia quella che la politica insiste a chiamare ‘transizione democratica’».

Oggi i tunisini sono a un bivio. Devono scegliere tra il ritorno alla dittatura e il perseguimento degli obiettivi della rivoluzione.
Infatti, nonostante tutte le belle immagini di successo che si cerca di far circolare in tutto il mondo. Nonostante tutti i paragoni che si cercano di fare tra la Tunisia e gli altri Paesi delle cosiddette ‘primavere arabe’, la realtà è ben diversa. Certo, i tunisini sono riusciti ad evitare il peggio grazie a una nuova Costituzione, dove gli islamisti non sono riusciti a inserire la sharīʿa. Certo, la nuova Costituzione appare rivoluzionaria e progressista al resto del mondo, ma il divario tra quello che c’è scritto e la realtà resta ampio.
Non esiste una giustizia nella fase attuale, e questo è il passo più importante nel processo chiamato ‘transizione democratica’. Oggi, con gli arresti dei giovani rivoluzionari, fatti per mettere a tacere e controllare movimenti ed esigenze sociali della popolazione, gli osservatori potranno facilmente notare che i torturatori e i criminali del regime di Ben Ali sono stati assolti, per la gran parte dei crimini da loro commessi nei confronti dei cittadini tunisini.

 

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

* Lina Ben Mhenni, blogger e giornalista tunisina, testimone attivamente coinvolta nella rivolta dei gelsomini nel 2011 che ha spodestato il dittatore Ben Ali, autrice di ‘Tunisian girl‘.

 

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