martedì, Settembre 28

Tunisia, En-Nahda e l'Islam politico: fine di un idillio?

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Rabat – Il 20 maggio scorso, a Tunisi, si è tenuto il decimo congresso del partito tunisino En-Nahda. Oltre alla partecipazione di migliaia di persone, il congresso da poco chiusosi è stato particolarmente significativo per l’annuncio fatto da Rached al-Ghannouchi, leader del partito.
«Noi vogliamo mantenere la religione lontana dalle battaglie politiche, e siamo per la completà neutralità», ha affermato al-Ghannouchi, «Uno Stato moderno non si guida con ideologie, slogan altisonanti e battibecchi, ma con programmi concreti».

Per comprendere la portata di quest’addio all’islamismo politico da parte di En-Nahda, è innanzitutto necessario ripercorrerne brevemente la storia. Le radici del partito tunisino affondano negli anni Sessanta del secolo scorso con la nascita di Azione Islamica, un movimento prettamente religioso le cui attività si limitavano alla predicazione e allo studio del Corano. Il Governo repressivo e secolareggiante di Habib Bourguiba, padre fondatore della Tunisia indipendente nel 1953, e Presidente della Repubblica fino all’ascesa di Zine El Abidine Ben Ali, portò Azione Islamica a trasformarsi in una vera e proprio compagine politica sotto il nome di MTI (Harakat al-Ittijāh al-Islāmī– Movimento della Tendenza Islamica) nel 1981.
Ispirati ai Fratelli Musulmani, i membri del Movimento, tuttavia, rigettarono metodi violenti di accesso al potere, mentre dei discepoli di Hassan al-Banna condividevano una distribuzione più equa della ricchezza e un peso maggiore dell’elemento religioso nella vita quotidiana e istituzionale. Sospettato di essere coinvolto in alcune esplosioni che ebbero luogo negli anni Ottanta in diversi hotel tunisini, l’MTI dovette definitivamente passare alla clandestinità dopo che il Governo lo accusò di avere fomentato i cosiddetti ‘moti del pane del 1984, manifestazioni popolari violente in risposta all’aumento improvviso del prezzo di farina e semola, prodotti sovvenzionati per eccellenza.
A pagare le spese della persecuzione del regime era già stato Rached al-Ghannouchi, fondatore dell’MTI insieme ad  Abdelfattah Mourou; al-Ghannouchi, infatti, era già stato incarcerato dal 1981 al 1984, per poi ritornare in prigione tra il 1987 e il 1988 prima di chiedere asilio politico in Gran Bretagna nel 1993. Nel 1989, infine, per cercare di rientrare in campo accantonando, almeno nel nome, la propria ispirazione islamista, il partito venne ribattezzato Hizb En-Nahda (Partito della Rinascita).
Considerato la principale forza di opposizione all’autocrazia di Ben Ali, En-Nahda godette da subito della rinnovata simpatia dei tunisini, i quali lo premiarono alle urne lo stesso anno: la vittoria elettorale, prevedibilmente, finì per innescare una nuova ondata repressiva da parte del regime e il ritorno del partito nell’ombra.
Il ritorno di En-Nahda sulla scena politica tunisina corrisponde al rientro di al-Ghannouchi in patria dal suo ventennale esilio londinese dopo la primavera tunisina e la caduta di Ben Ali nel gennaio 2011.
Il mese successivo En-Nahda fu legalizzato ufficialmente, permettendo al partito l’accesso alle elezioni, che si rivelarono un successo: nell’ottobre dello stesso anno 90 dei suoi candidati vennero scelti dai tunisini per entrare a far parte dell’Assemblea Costituente, i cui 217 membri elaborarono la nuova Costituzione e nominarono un Governo ad interim.
Quest’ultimo era un Governo di unità nazionale, con Mustapha Ben Jafar, segretario generale di At-Takattul (at-Takattul ad-Dīmuqrāṭī min ajl il-‘Amal wal-Ḥurriyyāt– Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà), scelto come Presidente dell’Assemblea Costituente e il leader del CPR (Congrès pour la République-Congresso per la Repubblica), Moncef Marzouqi, come Presidente della Repubblica; Marzouqi, a sua volta, nominò Primo Ministro Hamadi Jebali, Segretario Generale di En-Nahda.  Tutto questo carosello di nomi per dire: la classe politica tunisina post-rivoluzione non si ritrasse al dialogo.

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